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FIRENZE Al DEMIDOFF
PRATOLIXO E S. DONATO
RELAZIONE STORICA E DESCRITTIVA
PRECEDUTA DA CENNI BIOGRAFIGI SUI DEMIDOFF
Che sino dal Secolo XYII esisterono.
FIRENZE
TIPOGRAFIA DELLA PIA CASA DI PATRONATO
PEI MINORENNI
1886
Proprietà Letteraria
Stack
\nnex
LA PRINCIPESSA ELENA DEMIDOFF DI S. DONATO
^ccetlen7a,
Le grandi e numerose opere di benefi-
cenza che resero sì celebre in Firenze il nome
dei Demidoff^ mi consigliarono a scrivere il
presente libro ^ in nome della citta medesima ;
e mi gode sommamente V animo 7iel dedicarlo
alla Eccellenza Vostra^ mentre lo do alle
stampe.
Degnatevi accettarlo^ Eccellenza^ poiché
laddove puh venir meno il pregio letterario^
non difetteranno certamente gli sforzi del mio
pensiero^ ne quelli delVanima onia.
Coi sensi del più profondo ossequio^
Della Eccellenza Vostra
UrnHj"^" e Dér.™° Servo
Cesai\e Da Prato.
Firenze, Febbraio 1S86.
PARTE PRIMA
Oap itolo X
// primo Demìdoff
19 prime origini delia storica opulenza di questa famiglia illustre
Per un sentimento di gratitudine Plutarco
scrisse la vita di LucuUo, che più di due se-
coli aveva prima di lui vissuto, e che un be-
nefizio aveva reso alla sua patria fondandosi,
con ragione, sopra questo grande principio,
che un solo benefizio ricevuto da una citta ob-
blighi tutti gli abitanti di essa smo ali età lu-
tura, e che gli ultimi de' posteri, non debbano
conservar memoria minore di coloro che di
tal benefizio hanno goduto.
Vedi Plutarco : Vita di Cimane.
Gens Demidoviana nomen iUustravit bene-
factis publicis.
Fischer.
IÌp^5Ì^r ELLO è lo intraprendere a parlare di
fl^l^l^ famiglie grandi, allorquando la gran-
^MMM^ dezza loro deriva da guerresche ge-
tl^ii^]pcF3] sta 0 da intraprese insigni, che ad
i 1; I esempio, ad ammaestramento dei po-
t I Y poli ed a gloria delle nazioni, riman-
4 gono collegate alle istorie della pa-
FIRENZE AI DEM-IDOFF
tria ; ma bello è similmente il parlare d'una fa-
miglia illustre allorché l'origine sua si trova nella
modesta officina del lavoro, e che per mezzo di
questo si è discoperta il piìi splendido orizzonte,
ha preso posto nelle sfere più elevate della no-
biltà, e sparge a dovizia sulla terra grandi be-
nefìzi e onori.
La illustre famiglia DemidofF, che va colma
dei fasti nobilitari piìi ambiti, la vediamo sor-
gere appunto da un armaiolo, che verso la fine
del secolo decimosettimo viveva non lungi da
Mosca, in Tuia, col frutto quotidiano del proprio
lavoro : dotato di buon volere, di straordinario
ingegno per il suo mestiere, a quest'uomo non
mancava che una favorevole occasione per salire
in alta rinomanza, e per diventare, senz'altra am-
bizione, all'infuori che quella d'essere operaio,
una delle piìi grandi figure storiche della Russia
civile. L'occasione gli capitò, ed egli la colse nel
modo più destro siccome vedremo fra poco.
Gli storici russi c'insegnano che Pietro I, fino
dall'età di dieci anni faceva notare in se le doti
sì eminenti che lo spingeano al primo impero,
ed incomparabilmente glorioso, di tutte le Rus-
sie ; e c'insegnano pure, gli storici russi, di quali
trame lo facesse oggetto la sua sorella Sofia du-
rante la reggenza del trono, reggenza cui parte-
ciparono, con essa principessa, e per lo spazio di
sette anni, il principe Ivano, fratello di lei ger-
FIRENZE AI DEMIDOFF
mano, e il loro consanguineo fratello, che fu Pie-
tro il Grande ; Ivano era però il regnante, che a
lui già si spettò la corona quando, nel 1682,
mori suo fratello maggiore, Fedor II Alessiovich (1),
ma questo principe non fu abile a governare
a causa di mal ferma salute, cui si aggiungeva
la insufficienza d'intelletto. La principessa Sofia,
temendo che le spiccate e precoci disposizioni di
Pietro potessero tosto cagionarle soggezione, pro-
fittò dell'inettezza della madrigna, incapace a dar-
gli educazione e coltura quale richiedeva il rango,
e fece tanto che il fratello consanguineo, appena
pubero, andò affidato a gente straniera e corrotta
onde si perdesse al più presto possibile nei vor-
tici delle intemperanze ; ed eccitò inoltre con-
tro di lui le famose rivolte degli strelizzi. Ma for-
tunatamente potè Pietro scampare a tutte le in-
sidie, e giunto al diciassettesimo anno, seppe farsi
capire che il tempo era venuto di assumere lui
le redini del governo. I grandi ne convennero
e lo nominarono czar ; inoltre, suo fratello Ivano,
il cagionevole regnante, di buon grado si decise
a cedergli lo scettro, pur troppo vedendolo anche
lui chiamato a cose luminose una volta messo
al possesso d'ogni autorità sovrana.
(Ij Lo czar Alessio Michelovicli ebbe due mogli : dalla
prima nacquero Fedor II, la principessa Sofia ed Ivano V ;
Pietro I nacque dalla seconda moglie.
FIRENZE AI DEMIDOFF
In questo modo salì Pietro al potere nel 1689.
Gli uomini che dovevano disperderlo, gli avevano
parlato di popoli civili, e gli avevano fatto pro-
vare un certo ribrezzo per gli usi barbari nei
quali allora viveva il popolo russo : durante la
reggenza, Pietro I non immagina\'a che grandi
riforme, alle quali s'accinse non appena si trovò
padrone assoluto. La prima compagnia d'infan-
teria, che in Russia si conoscesse vestita, ar-
mata, ed istruita all'alemanna, era stata da lui
creata sino dal 1687, col nome di potieclinia.
Per meglio riuscire negl'immensi suoi pro-
getti di riformare, credè d'intraprendere un viag-
gio nelle diverse contrade d'Europa, e viaggiando
studiò le arti, imparò mestieri, esaminò industrie
e manifatture, per quindi incivilire gli Stati suoi,
e per arricchirli nello stesso tempo. Andato pri-
mieramente in Olanda, lo vediamo qual semplice
lavorante alla costruzione dei bastimenti nel
cantiere di Saardam, cantiere di primaria im-
portanza in quel tempo, sui registri del quale
si scrisse col nome di Peter Micheloff; rimase
dapprima sconosciuto, ed allorquando poi si trovò
palesato, ricusò qual si fosse riguardo e privile-
gio, volendosi vestire e nutrire come qualunque
altro lavorante ; lavorò in particolar modo alla
costruzione d'un vascello che fu nominato San
Pietro, e che in seguito mandò ad Arcangiolo.
Lasciata l'Olanda si recò in Alemagna, in Inghil-
FIRENZE AI DEMIDOFF
terra, in Austria, e sarebbe andato pure a Pa-
rigi, se Luigi XIV, per sue contrarie mire, non
l'avesse dissuaso ; stava per venire in Italia,
quando una nuova insurrezione di strelizzi lo
costrinse a ritornare in Russia ; questi soldati feroci
ed insubordinati s'erano resi padroni di Mosca,
neir intento probabilmente di rimettere sul trono
la principessa Sofìa, cui già faceva da prigione
un monastero. Fu dopo cotale rivolta, che gli stre-
lizzi, ormai troppo funesti agli czar, decapitati o
in altri modi uccisi, finirono coU'essere distrutti,
ed il nome loro venne abolito. « Questa milizia,
dice il giornale di Pietro il Grande (1), fu so-
stituita da truppe veramente regolari, di cui si
fecero diciotto reggimenti d'infanteria e due reg-
gimenti di dragoni ...»
Si deve a Pietro I l'alta gloria di aver rin-
nuovata, rigenerata la Russia, perchè mentre tra-
sformava l'asiatico in europeo, formava grande
moltitudine di scuole, dove hanno dipoi sì splen-
didamente fiorito le arti, le lettere e le scienze ;
dette lui ordine alle leggi ed alla polizia ; creò
un'armata regolare e ben disciplinata, non che
una marina con dugento bastimenti da guerra ;
procacciò tre mari, porti ed arsenali, per mezzo
de' quali apri commerci con nuove ed ampie re-
(1) Giornale clie di mano in mano compilava dal 1693
10 FIKE^'ZE AI DEMIDOFF
gioni ; accrebbe gli Stati di sei provincie, e fondò
la magnifica città di Pietroburgo in omaggio al
santo del suo proprio nome ; chiamò nei suo Im-
pero, da ogni parte d'Europa, militari, artisti, fab-
bricanti e via dicendo, mandando inoltre dei me-
tallurghi periti nelle varie parti dell'Impero me-
desimo dov'erano miniere da sfruttare ; non è
superfluo il ripetere che a Pietro I tutto deve la
Russia ; e ciò che più torna meraviglioso si è,
che tutto egli fece nel tempo medesimo che in-
faticabile ed imperterrito, resisteva per più di ven-
t'anni le guerre memorande colla Svezia, vin-
cendo eroicamente ed umiliando il superbo re
Carlo XII.
All'argomento che stiamo trattando, torna con-
veniente non poco il far pure brevemente parola
delle famose guerre tra i Russi e gli Svedesi,
di quelle guerre cui la storia del mondo accorda
una celebrità che i secoli riconosceranno per
sempre.
E piacevole il ricordare come dapprincipio delle
medesime non toccassero alle truppe di Pietro
che batoste solenni e frequenti sconfìtte ; onde lo
czar soleva dire : « Gli Svedesi ci battono si spesso,
che alla fine c'insegneranno a batterli. » — E
in tale convinzione raddoppiava ogni dì più d'at-
tività e di ardore, stando continuamente in giro
per visitare gli Stati, per passare in rivista le
truppe, e per esercitarle in ogni maniera. Quando
FIRENZE AI DEMIDOFF 11
seppe che il generale Scheremetief aveva ripor-
tate due vittorie nella Livonia, ed una il mag-
giore Hultz sul lago di Peipus, egli se ne mostrò
ben soddisfatto, sebbene in quelle battaglie fos-
sero i Russi in numero troppo superiore agli
Svedesi ; e nella sua soddisfazione, gli accadde
d'esclamare : « Grazie a Dio, siamo riusciti a
battere gli Svedesi, essendo dalla nostra parte
due contro uno ! chi sa che un giorno non s'ab-
biano da battere a numero uguale ! » — Dal 1703
al 1705 Pietro 1 si battè col grado di capitano
nei bombardieri, alla presa di Nienschantz (1),
ili Schliisselburgo, di Narva, di Darpa, di Marien-
burgo eccetera, tutte vittorie che dettero luogo
a grandi feste in Mosca, ad allegrezze generali
per tutta la nazione ; non meno dei sudditi se
ne rallegrò lo czar ; ma dal suo canto si propo-
neva di mietere ben più grandi allori, si propo-
neva, cioè, d'ottenere altre e molto pii^i splendide
vittorie. La situazione volle indurlo però a dei
(1) Fu quindici giorni dopo la presa di questo forte, che
si gettarono, non lungi dal medesimo, né dalle rive della
Neva, i primi fondamenti di Pietroburgo, in luogo umido
e malsano. L'edificazione della nuova capitale j)resentò for-
midabili ostacoli, e vuoisi che più di cento mila uomini
vi perissero tra la fatica, gli stenti della carestia, e le pe-
stifere esalazioni ; ma nulla valse a far perdere d'animo il
monarca nell'impresa, che ancora mescolato ai lavoranti gl'in-
coraggiava colla sua presenza.
12 FIRENZE AI DEMIDOFF
termini di pace col nemico, e mandò un messaggio
francese a Carlo XII coll'incarico di proporgliela ;
l'orgoglioso re di Svezia la respinse, rispondendo
che con Pietro avrebbe fatto i conti a Mosca.
Pietro, quand'ebbe udita una simile risposta, in-
gigantì nelle sue brame, e disse alla sua volta :
« Mio fratello Carlo vuol fare l'Alessandro, ma
non troverà in me certamente un Dario (1)! »
Fatto incrollabile dalla fede che avea ne' suoi
disegni eminentemente bellicosi, Pietro il Grande
si rimosse a guerreggiare, ma fu tosto tradito da
Mazeppa, che gli aveva promesso di unirsi col-
l'armata de' suoi Cosacchi a lui nell'Ukrania.
Dietro questo tradimento, lo czar si trovò presso
il villaggio di Lesnaya in lotta col nemico, ed un'ar-
mata insufficiente. La posizione dei Russi era criti-
ca, e dette molto seriamente da pensare ; ma tale fu
l'ostinazione loro, che pervennero a sopraffare con
essa il coraggio ed il valore degli Svedesi, ai
quali toccò perdere da sette ad otto mila uomini
tra morti e prigionieri, sette mila carri carichi di
danaro e di munizioni, tutta l'artiglieria, e qua-
ranta quattro bandiere. Certo, la vittoria fu grande,
quanto l'ambizione di ogni monarca l'avrebbe po-
tuta desiderare, ma la maggiore soddisfazione di
Pietro si fu quella d'essere stato vincitore con
(1) Il grande Alessandro re di Macedonia, e Dario III
Codomano, ultimo re di Persia (336-330 av. G. C).
FIRENZE AI DEMIDOFF 13
truppe di gran lunga minori a quelle dei nemici.
Prode e guida della propria armata, gli fu som-
mamente grato il registrare questa vittoria come
la prima da lui ottenuta, e di poter dichiarare in
pari tempo che la medesima « fu causa d'ogni
altro bel trionfo in seguito toccato alle armi
russe, perchè in quella circostanza il soldato s'in-
fiammò d'eroico ardore, e si sentì ispirato da
quella somma fiducia che fu il principio della
battagHa di Pollava, che fu, per così dire, la ma-
dre di quella seconda vittoria che nacque in capo
a nove mesi. »
E difatti, dopo l'ottavo, e presso il nono mese,
Carlo Xn, che nuovamente avea traversati de-
serti immensi e sterili, durante quelFinverno si
rigido del 1709, inverno che gli costò pure delle
perdite enormi d'uomini e d'equipaggi, non ap-
pena giunto alle mura di Poltava, e cominciatone
l'assedio, si trovò attaccato dall'armata dell'intre-
pido czar. Combattimento questo più d'altri for-
midabile, che d'ambo le parti doveva decidere le
sorti : la rotta toccò alle truppe svedesi, che se
non restarono totalmente disfatte, ben poco mancò ;
quattordici mila superstiti (quasi tutti) stimarono
bene di darsi alla fugcà, ma inseguiti dal gene-
rale Mentchicof, furono costretti ad abbassare le
armi, e rendersi per vinti ; lo stesso Carlo, ac-
compagnato da qualcuno de' suoi, an dette a rifu-
giarsi in suolo turco. Le palle, nella battaglia, a-
14 FIRENZE AI DEMIDOFF
vevano forato le vesti, il cappello e la sella di
Pietro, che da ìjravo soldato, da generale valo-
roso, e da immortale monarca, estendea con essa
il suo dominio dal mare Glaciale al mare Ca-
spio, e da] golfo di Finlandia, sino all'oceano Pa-
cifico.
Salutiamo intanto Pietro I proclamato dall'In-
ghilterra V altissimo e potentissimo Imperatore,
e dopo il trattato di pace colla Svezia, concluso
a Nystadt il 21 agosto 1721, col quale trattato
si terminò quella lunga guerra d'oltre vent'anni
e che servì a coronare solennemente la serie dei
tanti splendidi trionfi da lui riportati, ammiriamo
lo czar proclamato, dal senato e dal clero nazio-
nale, Imperatore e 2^cidre della patria, e sopran-
nominato il Grande.
Bisogna cercare nel corso di queste guerre fa-
mose, l'origine ed il cominciamento della storica
opulenza della famiglia Demidoff.
Cosa diffìcile torna però il precisare in quale
spedizione capitò all'ingegnoso armaiolo di Tuia
quell'occasione -fortunosa di cui seppe valersi da
uomo profondamente accorto, da industriale sin-
golarmente esperto ; ma fatto si è che in una delle
pili importanti, secondo affermano gli storici, Pietro
il Grande marciava su Tuia colle sue truppe,
quando s'accorse d'un incidente inatteso, e forte-
mente increscioso per lui: ei camminava a ca-
vallo e bene armato ; e nel guardare le armi
FIRENZE AI DEMIDOFF 15
che portava, vidde guastata la batteria d'una ma-
gnifica pistola di fabbricazione tedesca, che non
gli avrebbe potuto più servire. Preoccupatissimo
del caso, volle sostare, e pensava di mandare
Tarme al fabbricante austriaco, Kuchenreiter, che
glieP aveva fornita, perchè gliela raccomodasse.
Un suo vice-cancelliere credè avvertirlo essere in
Tuia un armaiuolo d' abilità bastantemente nota,
per potergli affidare una tale raccomodatura.
Pietro il Grande, erudito nelle lettere, nelle
matematiche e nella navigazione, nella chirurgia
e nell'anatomia, si era esercitato in più d'un lavoro
manuale, e come della costruzione di una nave,
s'intendeva pure della fabbricazione d'una pistola.
Ma disgraziatamente, fra le manifatture che a
quel momento già fiorivano negli Stati di Pietro,
troppo addietro si trovava quella delle armi, la
cui fabbricazione non bastava nemmeno a prov-
vedere le truppe dell'armamento più ordinario. Per
questo motivo, il monarca rimase alquanto per-
plesso e diffidente sulla capacità dell' armaiuolo
di Tuia, che gli si vantava dal vice-cancelliere.
Nondimeno, fosse il dispiacere della inferiorità
di sì importante manifattura che la circostanza
gli rammentava ne' suoi Stati, fosse la brama
segreta che gli nasceva in cuore udendo la pro-
babilità di scuoprire un uomo il cui talento sa-
rebbe stato portentoso per le armi, ma forse più
ancora perchè le due ragioni ruminavano insieme
16 FIRENZE AI DEMIDOFF
dentro di lui, e l'eccitavano a tentare una così
necessaria prova, si decise a chiamare l'artigiano
e gli parlò della preziosa pistola guasta. L'arti-
giano promesse che avrebbe soddisfatto alla bi-
sogna, e prese in consegna l'arma. Pietro, nel
dargliela, lo accertò che non riuscendo a conten-
tarlo, sarebbe stato capace di punire severamente
la presunzione d'un operaio mediocre : né c'era
da porre in dubbio una minaccia simile di quel
monarca.
Nikita Demide, così aveva nome il modesto ar-
maiuolo, riportò in capo a pochi giorni la pistola.
Avutala lo czar nelle sue mani, questi la esa-
minò minutamente, da quel conoscitore che po-
teasi vantar d'essere in istrumenti tali, e non
seppe distinguere nessuna traccia d'accomoda-
tura ; allora, come preoccupato d'una delle sue
pili grandi conquiste, parve lì per lì considerare
l'importanza della scoperta che, fosse per caso o
per miracolo, aveva fatta ; senza cessar d'esami-
nare la pistola che credea raccomodata, la pa-
ragonò attentamente con altra uguale, ma per
sua maggiore meraviglia, tutto rispondeva a per-
fezione ; la provò, e tirava per eccellenza; non
dissimulò pili oltre all'artigiano la somma sua
soddisfazione, ed ordinò ch'ei fosse sovranamente
rimunerato. Il culmine però mancava ancora alla
sorpresa dello czar : sicuro l'artigiano della com-
pleta sua vittoria, tirò fuori dal vestito la pi-
FIRENZE Al UKMIDOFF 17
pistola rotta, di cui Tal tra non era che la superba
imitazione, e persuase in questa maniera il suo
sovrano che anche lui sapeva e poteva fabbricare
benissimo delle armi tanto perfette, quant'erano
quelle fabbricate in Alemagna e in Inghilterra.
L'armata russa era in quella quasi sprovvista
d'artiglieria ; onde volle Pietro mettere ad un'al-
tra prova il maschio ingegno di Demide, ordi-
nandogli la fusione di cannoni e palle, di cui sì
ne fuse il valentuomo che agli Svedesi tornarono
reiteratamente e irreparabilmente fatali ; quello
poi che di pili monta si è, che sino alla fine delle
ostilità russo-svedesi l'armaiuolo di Tuia fornì a
Pietro gli stessi cannoni, ed ogni sorta di proiet-
tili, per la metà dei prezzi che il governo pa-
gava prima alle straniere fabbricazioni, oltre
alla quantità imm^ensa di fucili che gli forniva al
prezzo di 1 rublo ed 80 copecchi, invece di 12,
e persino 15 rubli che le stesse fabbricazioni di
fuori ne volevano. Ed è ancora da notare, che non
solo fabbricava con abilità sì rara le armi, ma
perfezionava, a suo vanto maggiore, gli strumenti
per la fabbricazione, e ne inventava mano a mano
sempre dei nuovi.
Dal che si può facilmente immaginare come
i servigi che egli rese alla Russia fossero sì grandi,
da giustificare pienamente le alte ricompense, e
le distinzioni di cui si fece segno; ed in base
ai titoli legittimi che per mezzo di essi servigi
FIRRN'ZK AI BEvIDOK;
18 FIRENZE AI DEMlDOFr
erasi acquistato alla riconoscenza nazionale, ed
a quella particolarmente dello czar che non altro
in animo aveva se non la patria grandezza, con-
viene rammentare i vincoli non dubbi che tra
sovrano e operaio vennero subitamente stretti.
Avveniva che quando Pietro il Grande si trovava
nei frangenti piìi gravi, sentiva il bisogno di co-
municare all'amico discreto, più d'ogni altro affe-
zionato, i pericoli della propria situazione. La cor-
rispondenza loro ebbe dell'interessante e del cu-
rioso; quando, per esempio, Pietro fu in Siberia,
a Kisliar, dove credeva perire da un momento
all'altro, mandò a Demi de il proprio ritratto ac-
compagnandoglielo con queste parole, che sono
l'attestato più sincero del suo cuore :
« Sono arrivato in un paese dove il raccolto
è in fuoco, scriveva il grande monarca al mo-
desto cittadino che lavorava in ferro, e non so
se Iddio ci permetterà di rivederci ; ti mando in
questo dubbio il mio ritratto, che ti rammenterà
la mia persona. Fondi più che puoi delle palle, e
cerca del minerale d'argento che mi hai pro-
messo. »
Dalla causale conoscenza che fu fatta tra Pietro
il Grande e Nikiki Demide si può dunque ar-
guire, si può ancora osar di affermare come que-
st'ultimo sia stato il fondatore d'una industria
iiella Russia che gode oggidì la considerazione
mondiale, mentre rese e rende allo Stato altis-
FIRENZE Al DKMIbOlM' 19
Simo pregio, ed enormi vantaggi ; vogliamo dire
Ja vasta fabbricazione delle armi (1). A lui si de-
vono le prime scoperte di miniere importanti,
nella Russia, a lui le prime lavorazioni dei me-
talli.
Le prime fucine che sorsero in Siberia per
lavorare il ferro, le rizzò Demide a Neviask nel
1701 per conto dell'Imperatore ; ma questi volle
poi donarle all'abile ed avventurato industriale
che non tardò a renderle celebri, per l'attività
e per la prosperità di cui si fecero esempio (2).
Nel marzo del 1702 ebbe dal collegio delle mi-
niere il privilegio di sfruttare le miniere del Ko-
livan ; e per tali sfruttazioni gli furono concessi
tutti quei mezzi che potevano occorrere, tanto
in località, quanto in gente sì indigena che stra-
niera. In breve volgere di anni ammassò tesori
favolosi, ed a sua volta coglieva ogni circostanza
per dimostrare la sua gratitudine con dei doni
(1) Sono celebri le due imxieriali manifatture d" armi,
cioè quella d'isevsk, la quale somministra 175,000 fucili
all'anno, dando lavoro ad una popolazione di 30,000 per-
SHDne : e quella di Tuia, che annualmente somministra 70,000
fucili, e 50,000 spade, facendo pur lavorare grandissimo
numero di gente : quest'ultima essendo stata fondata da
Pietro il Grande sino dal 1712, è da credersi clie Demide
avesse un compito molto importante nella fondazione della
medesima.
(2) Vedasi (^ualclie dettaglio nel Capitolo seguente.
20 FIRENZE AI DEMIDOFF
costosissimi al suo benefico sovrano. Quando, por
esempio, Caterina, clie fu poi Caterina I Impe-
ratrice, dette alla luce quel figlio di cui si con-
tava fare il successore alla corona (1), Nikita
Demide si partì dalla Siberia, e recatosi alla Corte
di Pietroburgo, ch'era in giubbilo grande per
l'avvenimento, depose ai piedi del trono i suoi
regali consistenti in molti meravigliosi oggetti
d'oro, e 100,000 rubli nel medesimo metallo. Del
primo minerale di rame che scoperse (2), se ne
servì per formare una tavola, della quale, con
delicato e bellissimo pensiero, fece dono al suo
sovrano protettore. In simili atti scorgendo Pietro
il sentimento spontaneo della riconoscenza, come
quello d' una generosità singolarmente solenne ,
voleva trovar modo di contraccambiarli ; e visto
che Demide ciò non faceva con mire d'ottenere
ulteriori benefìzi, pensò d'offrirgli dei titoli di no-
biltà, e d'innalzarlo alla dignità d'uomo di Stato ;
(1} Per far j^orre la corona sul capo di questo figlio,
vuole la storia che Caterina, seconda moglie di Pietro il
Grande, influisse molto a far condannare a morte il prin-
cipe Alessio figlio dello stesso Pietro, partoritogli dalla
prima moglie Eudossia, il quale principe cominciò per pec-
care di disobbedienza verso il padre, e fini per essere ac-
cusato di cospirazione contro di lui. Fu perciò giusti-
ziato il di 7 luglio 1718, nella fortezza di Pietroìjurgo.
(2) Questo primo rame che si ebbe nella Russia, lo cavò
Demide da una miniera presso Taghil. situata sopra un ru-
scello che si -^.hiama Vuia.
FIRENZE AI DEMIDOFP 21
ma Demide, le cui azioni avevano abbastanza il-
lustrata la sua esistenza, ricusò tutto recisamente,
fuorché il titolo di gentiluomo (1).
Nel 1725, alla fine di gennaio, morì Pietro il
Grande, a Pietroburgo, che aveva fatto la Russia
sì vasta, sì potente e ricca ; e il 17 novembre del-
l'anno medesimo morì nella città di Tuia, dov'era
nato il 26 marzo 1656, Nikita Demide che due
ricche industrie russe aveva create , iniziate e
spinte con tanto ingegno, con tanta operosità,
che palesano il prodigio. Alla sua tomba è una
iscrizione dalla quale s' apprende come avendo
quest'uomo vissuto sempre obbediente ai Coman-
damenti di Dio, lo stesso Dio, nel richiamarlo a
se , destinato avea quel luogo ad accogliere la
spoglia sua mortale. Ei lasciò tre figli, dei quali
diremo subito nel Capitolo seguente.
Da questo Demide viene la casata illustre dei
Demidoff, che poi si trovò colma di tesori e d'o-
nori, onde i discendenti di essa presero merita-
mente posto nel primo rango delle piìi grandi
famighe del Nord ; da lui quella famosa ed an-
tica casa commerciale di Mosca, che per ricchezza,
potenza ed importanza di credito viene parago-
nata ai Sina di Vienna, ai Bethmann di Franco-
forte, ai Baring di Londra, agli Hope d'Amster-
dam, ai Rothschild ecc. ; ed esercita dessa, anche
(Ij Azw7ii di Pietro il Grande, parte IX, pag. 444.
22 IIRENZK Al DEMIDUFF
al di d'oggi, una grande influenza sull'industria
russa e sulla circolazione monetaria dell'impero.
La discendenza mascolina di Xikita Demidoff
ci giunge assai numerosa, che dai tre figli di lui,
fino al principe Paolo testé defunto, la genealogia
conta cinquantasei discendenti, fra i quali noi par-
leremo solo di quelli rimasti vivi nelle storie.
Ecco frattanto l'ordine genealogico :
Figli di Nikita Demldovich — Akinfi I, Gre-
gorio I, e Nikita II.
Figli d' Akinfi I — Procopio L Gregorio II
(morto nel 1761), Nikita III.
Figli di Gregorio I — Giovanni I, Basilio I,
Endokimo.
Figli di yikita II — Giovanni II, Nikita IV,
Alessio I.
Figli di Procopio I — Akaki, Leone, Amos L
Figli di Gregorio II — Alessandro I (morto
nel 1803), Paolo L Pietro L
Figlio di Nikita IH — Niccola I (morto nel
1828J.
Figli di Eudokinio — Basilio II, Giovanni
III, Pietro II, Stefano, Gregorio III, Amos II.
Figli di Giovanni I — Giovanni IV, Pietro IIL
Figli d^ Akaki — Demetrio I, Alessandro IL
Figli di Leone — Alessandro III, Basilio III,
Platone (annegato nella Xeva Tanno 1802), Pie-
tro IV.
Figli d'Amos I — Pietro V, Eugrafo.
FIRENZE Al DEMIDOFF 23
Figlio cV Alessandro I — Gregorio IV.
Figlio di Paolo I — Akinfi II.
Figlio di Pietro I — Alessio IL
Figli di Niccola I — Paolo II (morto nel 1840)
Anatolio I (morto nel 1870.)
Figli di Basilio II — Nilvita Y, Michele, Sergio.
Figli di Pietro II — Demetrio II, Niccola II.
Figlio di Giovanni IV — Niccola IH.
Figli di Gregorio III — Alessio III, Pietro
VI, Paolo III.
Figli d'Akinfi II — Pietro VII (morto nel
1804), Alessandro IV.
Figli di Alessio II — Gregorio V, Akinfi III
(morti nel 1812), Dionisio.
Figlio di Nikita V — Pietro Vili.
Figlio di Paolo II — Paolo IV (morto nel 1885).
Di tanta discendenza mascolina, non restano
oggi viventi che i tre figli dell' ultimo Paolo , il
principe di San Donato, cioè : Ehm, figlio unico
del primo letto, Anatolio II, e Paolo V figli del
secondo letto (1), ai quali auguriamo lunga e pro-
sperosa vita, bella d'opere degne, lieta d'una pro-
genitura capace di mantenere il nome dei Demidoff
sempre più caro agli uomini ed a Dio.
(1) Il primogenito del secondo letto, cli'ebbe nome Ni-
kita VI, mori bambino nel 1874.
O tt i> i t o I <> II
/ Figli di Nikita Demìdoff
e il grande sviluppo che detts Akinfj alle paterne iniziative
5f^^ kiNFi I, il primogenito del predetto Nikita,
^^Wi ebbe un:
a parte sommamente attiva nelle
• intraprese paterne, e colle proprie ne pro-
seguì la serie dopo la morte del padre, aumen-
tando importanza al nome, e nuovi capitali al
colossale patrimonio. Le grandi cognizioni ch'e-
gli aveva teoricamente e praticamente acqui-
state nelle sfruttazioni delle miniere, gli meri-
tarono qualunque fiducia, qualunque appoggio e
privilegio, sia da Caterina I che successe a Pie-
tro, sia da Anna, e sia da Elisabetta. Continuò a
condurre i meravigliosi lavori d'escavazione dal
padre incominciati nelle diverse miniere, pro-
segui le costruzioni di fonderie, di fucine d'opi-
fici e di magone, scopri miniere nuove e lavatoi,
occupò minatori tedeschi nella sfruttazione delle
FIRENZE AI DEMIDOFF 25
miniere d'oro, d'argento e di rame, metalli pro-
venienti dall'Obi superiore o dell'Aitai.
A proposito di queste ricchissime miniere,
dice il viaggiatore Gmelin (1) che alcuni conta-
dini cacciatori, abitanti sull'Obi, portarono a De-
midoff, nel 1725, qualche saggio dei minerali, e
che gli dettero degli indizi del luogo dov'esse si
trovavano; fece nel 1726 diverse scavazioni, e
rizzò l'anno dopo la fonderia Kolivankaia.
Le miniere del Kolivan erano state fonte di
gran parte della sua fortuna; ma siccome nel
1732 un formidabile incendio distrusse le foreste
dairirtisce all'Obi, Akinfì Demidoff rinunziò alle
sue fonderie della contrada, per la mancanza di
materiale da bruciare, e si spinse a piantarne
delie nuove sino a Barnaul, nel centro della Si-
beria.
Per la sfruitazione della miniera di ferro da
lui scoperta sul fiume ISeiva, il governo, oltre
avergli accordato il privilegio di sfruttazione, in-
terviene rizzandogli a proprie spese un grande
stabilimento di fucine e di magone, col patto di
ritirare in compenso una parte del prodotto per
cinque anni; a lui si cedono località, ed ogni fa-
coltà di padroneggiare a suo piacimento, affinchè
possa esercitare la sua impareggiabile attività e
il suo raro acume per lo sviluppo della scienza e
(1) Gmelin : Voyage en Siberie 1761, Chap. XXII.
26 FIRENZE AI DEMIDOFF
deirindustria mineralogica, che, oltre ad aumen-
tare considerevolmente le sue ricchezze, deve es-
sere sorgente di grandissime risorse per lo Stato.
A questo fine ebbe in dominio un'estensione
di bea trenta miglia, nella quale si comprende-
vano le sue miniere ed i suoi stabilimenti per le
lavorazioni dei metalli. Quivi intraprese la co-
struzione di strade per facilitare le comunicazioni
fra miniere e miniere, come pure fra le miniere
e gli stabilimenti di lavorazione ; e fondò inoltre
diversi villaggi, come quello di Konova e l'altro
di Kondura nel Neviask, quello sulle rive del-
rUfa, un altro nell'Altinnoi e via discorrendo. Lui
solo, colla sua prodigiosa attività cui rispon-
deva degnamente il senno, diresse in un tempo
le scavazioni immense di miniere numerose (1),
le lavorazioni grandiose delle fonderie e delle
fucine, che poi rimasero più celebri fra quelle
che furono erette dagli imitatori suoi contem-
poranei e posteriori a lui, le costruzioni delle
strade e delle abitazioni necessarie, tutto popolando
e tutto volgendo, uomini e cose, ad una stessa
mirabile meta, la meta del progresso e dello inci-
viUmento.
(1) 1 lavori d'escavazione della prima miniera di rame
scoperta da Nikita Demide, che abbiamo rammentata nello
scorso Capitolo, furono cominciati nel 1721, e non termi-
narono che nel 1736.
FIRENZE AI DEMIDOPF 27
Il celebre esploratore P. S. Pailas (1), con-
sacra molte stupende pagine alla memoria di
(iuest'aomo ardimentoso, e che simile al padre,
aveva il genio della industria, e quell'abilità che
nel suo tempo non temea confronti. 11 medesimo
Pailas, che data il suo viaggio in quella parte di
così gigantesche montagne della Siberia, dal 1770
al 1773, esaminando e descrivendo località, mi-
niere, fonderie, fucine, abitazioni e qualunque sta-
bilimento che fosse più o meno notevole, ci dà, fra
le descrizioni del primo anno, quella delle fucine
di Neviask, dalla quale crediamo spiccare alcuna
parte, come abbiamo promesso nel capitolo pre-
cedente, onde il lettore si faccia un'idea dello svi-
luppo sorprendente che Akinfì Demidoff aveva dato
alle iniziative ereditate dal padre, ed a quai pro-
fitti aveva messo l'ereditato patrimonio. 11 Pailas
comincia ad informarci che la Nei va era stata
(1) Voyage en dìfférentes parties de VEmpire Busse, tra-
duit de l'allemand en lran9ais par M. Gauthier de la Pey-
ronée. Paris 1788. — Fra' molti esploratori di grande me-
rito che intrapresero viaggi scientifici nella Siberia, e che
sono a nostra cognizione, il chiaro professor P. S. Pailas
di Berlino tiene generalmente conto, più del citato Gmelin
e d'ogni altro, della proprietà delle differenti miniere, delle
direzioni ed am.ministrazioni che durante il suo viaggio
(1770-1773) gli venne dato di esaminare ; e queste indica-
zioni a noi tornano assai vantaggiose, mentre la nostra
impresa tende a pubblicare una biografia completa, per
quanto ci sia possibile, della famiglia Demidoff.
FIRENZE AI DEMIDOFF
provvista d'argini prolungati e solidi, affinchè l'ac-
qua non venisse mai meno alle fucine Demidoff,
elle poco prima del 1770 erano state vendute al-
l'assessore Sava-Iakoflef-Sabakin, che le univa a
quelle dello Stato. Lo stabilimento si chiama Sta-
rai-Savod (vecchia fucina) ed è la più celebre di
tutta la Siberia per causa d'antichità, e perchè
è la pili importante.
« Nel mezzo di Neviask, scrive il lodato Pal-
las, dalla parte sinistra della riviera, si trova una
fortificazione in legno, di forma quadrata, con
recinto fornito di sette torri, tre delle quali ser-
vono di porte. V interno contiene i fabbricati
delle fucine e la casa del proprietario, che è
costrutta in pietra, come anche lo sono le due
ali. Essa è antica, ma vasta molto, e comodis-
sima ; vi è presso una casa che serve da scrit-
toio delle fucine (1) diversi altri fabbricati, ed una
vecchia chiesa di legno, di faccia alla quale è un
campanile in marmo alto ventisette braccia. Vi si
notano in oltre gli alloggi degl'impiegati e dei la-
voranti, un magazzino, e gran numero di botte-
ghe, dove si vendono le merci di rame qui fab-
bricate; accanto al campanile sta poi una grande
il) Conforme la descrizione di Pallas le fucine sono
diciannove, ben disposte per tutte le fabbricazioni clie dai
metalli non preziosi sia dato d'ottenere.
FIRENZE AI DEMIDOFF
colonna destinata di base alla statua del consi-
gliere di stato Aldnfì Demidoif. (1).
« È lo stabilimento piìi regolarmente ordi-
nato, ed il migliore di tutti quelli che nella Si-
beria siano di proprietà privata ; produce annual-
mente da solo dugento mila pud (tre milioni,
dugento settantasei mila chilogrammi) di ferro in
barre, e grande quantità di ferrarecce lavorate.
« Si contano piìi di mille duecento case, fab-
bricate nelle due parti della lacuna, in un cir-
cuito di dieci a dodici verste ; la popolazione
viene valutata a più di quattromila maschi. La
maggior parte degli abitanti sono Roskolniski.
Nell'aliineare le strade, si costrussero dei piccoli
canali, con dei ponti, onde facilitare lo scolo alle
acque, e mantenere la pulizia locale. »
Lo stesso professore Pallas deplora la tra-
scuratezza dei nuovi proprietari che in poc(>
tempo aveva prodotti dei danni grandissimi alla
località, e Unisce aggiungendo : « Durante l'esi-
stenza del Signor Akinfì Demidoff, che sorve-
gliava da se medesimo le fonderie, non v'era in
Russia nessuna strada traversa migliore di questa,
sebbene fatta attraverso le foreste paludose. E rasi
avuto la cura di far pure canali dalle due parti,
di rialzare i punti bassi ed affondati, di far ponti
(1) La statua v*è stata me:Jsa infatti dopo la (le>cr'-
zione di Pallas.
30 FIRENZE AI DEMIDOFF
e fossati per lo scolo nei luoghi paludosi, e di
livellare il terreno per tutto. Sotto i Demidoff non
si vendeva in Neviask nessun liquore forte, men-
tre oggi esistono tre cantine dove se ne vende
pubblicamente. »
Non istaremo a dilungarci più oltre sulle singole
intraprese formidabili di Akinfì Demidotf ; e solo
diremo, che col padre, egli divise l'invidiabile
merito d'avere sparso nella Siberia il germe della
civiltà e della erudizione, imperocché l'influenza
di questi due grandi industriali, di questi due
uomini di genio, fu sommamente educatrice in
quelle loro contrade, già tanto selvaggie.
Akinfì Demidoff morì nel 1745, insignito del ti-
tolo di Consigliere di Stato. Del patrimonio, che
era enormemente piìi grande di quello lasciato
da suo padre, volle farne, per testamento, tre
parti disuguali ai stioi tre figliuoli. Si è detto
che a ciò lo indussero i meriti differenti dei fi-
gliuoli medesimi ; ma noi non sappiamo qual fede
prestare a tale asserzione, essendoché il figlio
minore, Nikita, al quale avea destinato la parte
più grossa, era nato appena nel settembre del-
l'anno precedente alla morte d' Akinfì, e quando
questa morte avvenne, il testamento già datava
di due anni e mezzo. Lasciando dunque da parte
i motivi d'ogni differenza nelle tre parti della e-
redità, solo diremo che tal divisione non garbò
punto ai due fratelli maggiori, che con ogni loro
FIRENZK Al DEMIDOFF
potere si ribellarono contro le disposizioni testa-
mentarie del padre e mossero una tremenda lite
al fratellino. Quando la lite ebbe preso un aspetto
gravissimo, e molto dannoso per tutti, l'Imperatrice
Elisabetta entrò di mezzo a tanto chiasso, e, per
finirlo, emanò un'ordinanza nel 1748, a termini
della quale si procede ad un inventario del patri-
monio, e se ne fecero tre parti uguali.
NiKiTA li, fratello del predetto Akinfi, aveva
partecipato anch'egli alle intraprese paterne, più
di quello che non facesse l'altro fratello Gregorio
che nemmeno viene nominato dallo stesso Pallas
esaminatore e descrittore più d'altri diligente.
È dunque sotto il nome, e sotto la direzione di
Nikita Nikitich, che vediamo continuare 1' azienda
vastissima, e che la vediamo accrescere di nuovi
stabilimenti. Nel 1755, per esempio, Nikita II
ha già costrutta una nuova e quanto altre im-
portante officina presso il rivo Kischtim, dal
quale prende il nome e riceve la necessaria mol-
titudine delle acque. Esse acque sono trattenute
da una diga alta rivestita con mattoni, che ha
circa cento braccia di lunghezza con quindici di
larghezza. Presso i fabbricati delle officine che
sono di mattoni coi tetti di latta (I), sorge l'abi-
(1) Cosi vennero ricostrutti questi fabbricati dopo un bru-
ciamento die aveva ridotto in cenere le prime costruzioni.
riKEXZE AI DEMIDOFF
tazione del proprietario costrutta in pietra. Si oc-
cupano in queste fucine settecento lavoranti che
abitano la contrada, e quattromila seicento tren-
tatrè pripisniè (contadini della Corona) che hanno
obbligo di lavorare nelle fucine per essere di-
spensati dal pagamento del testatico, tassa che
per loro paga il padrone. Le fucine del Kischtim
possegono foreste considerevolmente vaste.
Lo stesso Nikita Nikitich comprò da Tulian Ko-
robkof le fucine che questi avea rizzate nel 1746
presso il lago Kasli, e che perciò si chiamano Ra-
si in skai.
Siccome Nikita II Demidoff non fu solamente
l'uomo notevole per l'ingegno nelle industrie, cre-
diamo di additarlo come l'uomo assai versato nelle
dottrine e capace di formare scientifici disegni.
Per la quale ragione egli si partì dalla Siberia,
intraprendendo un viaggio nell'Europa pei diversi
studi, ed è appunto nei primi del dicembre 1772
che lo vediamo giungere in Italia all'oggetto di
conoscere gli uomini nostri più grandi, e di stu-
diare sopra vari prodotti dei quali abbonda mag-
giormente il fertile suolo italiano. Visitò partico-
larmente Roma e Napoli non senza fare un accu-
rato esame sul Vesuvio. Fece considerevoli ac-
quisti di cose preziose, ed ebbe occasione d'essere
presentato al pontefice Lorenzo Ganganelli, che
fu Clemente XIV. Lasciando l'Italia se n'andò
nella Svizzera , a Ginevra , quindi a Parigi, da
FIRENZE AI DEMIDOFF 33
(love prese la via d' Inghilterra, e fece ritorno in
Russia.
Come abbiamo detto, nulla sapendo del suo
fratello Gregorio, siamo nel caso d' attribuir pure
a Nikita II il merito d' avere operato in Taghil
i primi ordinamenti che richiede un paese ten-
dente ai principi della civiltà e della religione.
Per mezzo delle sue fonderie già contava il vil-
laggio di Taghil (1), lui vivente, mille trent' una
casa, e la popolazione ascendeva a duemil' anime,
tutta gente laboriosa ed assai conrioda ; il servi-
zio divino si era celebrato sino ad allora in una
piccola chiesa di legno. Nel mentre che dal 1760
al 1763 fece costruire una bellissima casa in pie-
tra sulla diga (2) dalla parte orientale per uso
degli uffici della sua grande amministrazione, e
poi una casa pure di pietra sulla grande piazza
per uso suo proprio e di gusto moderno dirim-
petto agh uffici medesimi dove ne fu demolita
una vecchia di legno, volle che sopra un'altura,
(1) La costruzione della prima fonderia di ferro in que-
sta località, secondo il viaggiatore Gmelin. sarebbe inco-
minciata nel 1720 ; e terminata nel 1727, secondo il Pallas,
cbe ne] 1770 la descrive composta di quindici fucine. Es-
sendo stata dipoi ricostrutta, faremo cenno della sua di-
sposizione attuale nel nono Capitolo di questa prima parte.
(2) Il Taghil è rinserrato da un forte parapetto lungo
124 braccia, e 25 braccia largo, con una altezza di 17
braccia.
FIRENZE AI DEMIDOFF
ì34 FIRENZE AI DEMIDOFF
alquanto distante dal villaggio, sorgesse in pietra
una chiesa superba. Ebbe questa chiesa una cu-
pola magnifica ed un alto campanile. Fu divisa
in due : una per 1' estate, e 1' altra per l' inverno ;
entrambe ugualmente belle ed ornate con molta
ricchezza. Due altari di calamita, in forma cubica,
si distinguono sopratutlo : uno, molto venato d' un
verde di montagna, ha sette palmi d' altezza con
cinque di lunghezza, ed è altrettanto largo ; 1' al-
tro ha cinque palmi d'altezza con quattro e mezzo
di lunghezza, ed è largo poco meno d' altrettanto.
Taghil possedè sino d'allora una Scuola di Dise-
gno, e nel 1766 un Pio Asilo ricoverò diversi poveri
Orfanelli. Fu il cominciamento della filantropia
ormai tradizionale nella famio^lia Demidoff (1);
(1) Vedi Capitolo nono, per più estesa relazione su
Taghil.
s<^-x^-*>:
Oiipitolo III
P r 0 e 0 p i 0 D e m i d 0 ff'
La Scuola di Mosca pei figli dai Negozianti russi — Cultura dei Giardini
Importazione di Granì in Russia — Nikita III — Giovanni I e Basilio I
Rocopio il primogenito d'Akinfi, sopran-
nominato il Negoziante di Mosca, nacque
fèJi^ in questa medesima città nel 1730, e
visse fin verso il 1780.
Ci dispenseremo dal dire dettagliatamente die
come sfruttatore delle miniere ereditarie, e come
conduttore delle lavorazioni dei metalli la sua per-
spicacia non fu minore a quella del padre; le corti
imperiali del suo tempo per lui ebbero i riguardi più
grandi che avesse potuto mai desiderare, e par-
ticolarmente dalla parte della Imperatrice Elisa-
betta Petrovna gli vennero favori ed appoggi,
quali al suo nonno Nikita avrebbe potuto conce-
dere Pietro I. Alla celebrità che s'acquistò nel
condurre lavorazioni cotanto cospicue, immaginò
36 FIRENZE AI DBMlDOrr
craggiungcre coiiLemporaneaineate quella di com-
merciante. E come riuscisse anche in questo se-
condo intento, ben lo prova il soprannome che a
Mosca gli fu dato. Di piìi, mentre la sua fama in-
gigantiva nelle speculazioni esercitate tanto lu-
minosamente dal nonno, dal padre e dallo zio, e
per mezzo di quelle sue viste superiori nel com-
mercio, nel mentre cioè che giungeva a tal punto
di fortuna da essere reputato il privato più ricco
dell'impero, più alte, più nobili mire, si svilup-
pavano nel suo intelletto. Le scienze in cui s'è
visto Nikita II ad operare i primi saggi, dove-
vano più illustrare il nobile nome della famiglia
Demidoff ; e la munificenza colla filantropia, dove-
vano rendere la stessa illustre famiglia prover-
biale in Russia e in Europa. Ecco il progetto che
vediamo formare a Procopio Demidoff, e che gli
vediamo attuare per quanto glielo concede il
corso della sua* esistenza, cogliendo quelle circo-
stanze che al suo giudizio più sembrano oppor-
tune.
Fra l'esercizio di così nobili e fruttuose azioni,
beneviso in particolar modo dalla Imperatrice, si
volle attaccare e biasimare la linea di condotta
che teneva Procopio Demidoff, gli si vollero rim-
proverare delle debolezze tali da produrre la ro-
vina dei suoi figliuoli, mentr'era giunto all'apogeo
d'ogni ricchezza umana.
Questi rimproveri, saranno forse fondati, o forse
FIRENZE AI DEMIDOFF
non saranno : e supponendo anche più attendi-
bile la prima ipotesi della seconda, con quale, e
quanto prò s'imprenderebbe qui a registrare « les
traits de hizarrerie qui font l'^eu d' hoìineur
au caractère prive (1) » d'un uomo che inspira
dovun([ue l'ammirazione e la meraviglia ? Qua-
lora però possa premere o giovare a qualcuno
<lei nostri cortesi lettori il conoscere appuntino
come stanno le cose a questo proposito, affine di
giudicarle con animo pacato, e con sereno in-
telletto, noi gli additiamo Les anecdotes secrets
de la Cour de Russie, opera dove s'attingono
i biasimi fatti a Procopio Demidoff. . . . Una ri-
flessione ci viene peraltro in animo a questo
punto : les traits d£ hizarrerie che si fanno esistere
in disdoro di quest'uomo appartenente alla storia
delle industrie, a quella delle scienze, ed a quella
delle opere filantropiche, diconsi « rnentionnès
par les chroniqueurs de la Cour d'Anne et de
Catheri7ie /'". » Ora, la Storia Russa ci apprende
die spentasi la posterità mascolina dei Romanofì'
colla morte di Pietro II, nipote di Pietro il Grande ;
e previa la disposizione con cui Caterina I co-
mincia il suo testamento, prevedendo subito una
tal circostanza, sarebbe pervenuto il trono alla
principessa Anna'^Petrovna, la figlia maggiore di
Pietro T e della stessa Caterina : ma essendo
(1) Pahlicatìon de ìa Eenomnik, pag-. J->, — Paris. 1S41.
38 FIRENZE AI DKMIDOFF
morta costei nel 1728, duchessa di Holstein, regnò
in vece sua, più tardi, per soli sei mesi, l'unico
suo figlio sotto il nome di Pietro III. Pietro II,
ch'era succeduto nel 1727 a Caterina I, morì nei
primi giorni di gennaio del 1730. Da quel mo-
mento fino al 1740 regnò Anna Ivanovna, fi-
gliuola del fratello maggiore di Pietro J, e si volle
far quindi regnare il pargoletto Ivan VI Antonio-
vich (reggente dapprincipio un Biren) finche nel
1741 fu coronata Elisabella Petrovna. — E sic-
come Procopio Demidoff nacque tre anni dopo la
morte di Caterina, ed aveva solamente dieci anni
quando morì Anna, ci par troppo difficile il con-
ciliare i suoi traits de bizarreì^ie colle cronache
riguardanti queste due Imperatrici.
Finita la digressione, torniamo all'uomo in-
clito, la cui memoria ci sembra di gran lunga
superiore ad ogni tara.
I primi stabilimenti di beneficenza, d'educazione
e d'istruzione che sorsero nella Mosco via furono
fondati da lui ; nel 1772 fondò una Scuola di Com-
mercio in Mosca pei figliuoli dei negozianti russi,
la quale scuola venne poi trasferita nel 1800 a
Pietroburgo e fu compresa fra quelle cui l'Impe-
ratrice Maria Fedorovna, la moglie d'Alessandro I,
accordava la sua particolare protezione.
La Matematica, la Fisica e la Botanica, eb-
bero in questo Negoziante di Mosca un abile cul-
tore e generoso mecenate. Presso il paese di So-
VIREZSIZE AI DEMIDOPF
likamsk avendo egli avuto un'amministrazione
di fonderie, aveva pure, poco lungi dalla mede-
sima, una casa d'abitazione situata sopra una
montagnetta lungo la sponda orientale della Kama.
In questa casa venne ospitato alla fine di marzo
1761 l'astronomo Chappe d'Auteroche, che di là
passava pel suo famoso viaggio in Siberia, ordi-
natogli dal re Luigi XV, affine d'assistere, in
Tobolsk, al passaggio di Venere sopra il Sole (1) ;
e nella sua relazione, lo scenziato dell' Acca-
demia di Parigi narra che « a sì gradevole
posizione il Signor Demidoff seppe unire tutte le
piacevolezze che poteva procurarsi col l'aiuto del-
Tarte, sia nella casa, sia in uno dei piìi vasti
giardini. Il rigore degli inverni essendo un osta-
colo alla cultura di questo giardino, ei lo corredò
di dodici bellissime serre, piene di cedri e d'a-
ranci ; e vi si trovavano pure tutte le frutte di
Francia e d'Italia, con inoltre una quantità di
piante e d'arbusti dei diversi paesi
« Il Signor Demidoff aveva pure una farma-
cia molto ben fornita e messa in buon ordine :
un esperto farmacista era incaricato di dirigerla, e
di distribuire le medicine a tutti i malati di quel
luogo.
« Il suo giardiniere era russo, ed alle cogni-
(1) Chappe d'Auteroche : Voyaffe en Siberie. — Pa-
40 FIRENZE AI DEiMlDOFF
zioiii della botanica, ne aggiungeva per la fisica :
ma, per dire il vero, le prime davano a dive-
dere che più d'essere un uomo istruito, era co-
stui ben disposto a diventarlo. E il Signor Demi-
doff era troppo conoscitore, per non iscorgere i
talenti del suo giardiniere : onde gli aveva prov-
visto libri di matematica, di fisica e di botanica,
non che qualunque genere di strumenti. »
Non a Solikamsk solamente Procopio Demi-
doff esercitò le sue viste scientifiche : aveva or-
dinato a Mosca un magnifico giardino botanico,
del quale il piìi volte nominato Pallas ne pub-
blicò un'accurata ed importante descrizione (1).
In virtù di Procopio Demidoff', negli ultimi tempi
che visse, la cultura dei giardini s'era in Mosca
prodigiosamente aumentata, e come per incanto,
forniva una tal quantità di legumi. e di frutta,
il cui prezzo andava ogni giorno scemando. Nel
cuore dell'inverno si ottenevano molti e grossi
sparagi che si mandavano a Pietroburgo, come
ottenevansi pure alti-e primizie nelle serre calde ;
a pochissimo prezzo si vendeva ogni sorta di
frutta nell'estate, come ciriege, albicocche, pesche,
pere, mele, e persino gli ananassi che prima del
1770 erano rarissimi: tutte queste frutte non la
cedevano menomamente, per eccellenza, a quelle
, (1) Enumera fio plantanim in horfo Pro.^opìi Demidoff. —
Mosqiiae, 1781.
FIRENZE AI DEMIDOFF 41
migliori d'Inghilterra. Il considerevole numero
dei giardini e delle serre calde, peJ cui buon or-
dinamento nulla s'era risparmiato, contribuiva a
rendere sempre piìi lata una simile abbondanza
d'ottime cose, dovuta unicamente ai giudiziosi ten-
tativi fatti con profondo studio e costanti spese da
Procopio Demidotf, che per primo fece venire dal-
l'estero ogni specie d'albero fruttifero. L'esempio
€he dette di coltivare, eccitò l'emulazione, ma
nessuno lo imitò nella generosità colla quale fece
partecipare al pubblico le delizie preziose dei
suoi giardini ; soprattutto per questa generosità
meritò grandissima riconoscenza. Oltre a ciò la
Russia va debitrice a lui dell'importazione di va-
rie specie di grani. Ma però poco dopo la sua
morte, avvenuta, come si è detto, verso il 1780,
il suo stupendo e costosissimo giardino descritto
dal Pallas andò in deperimento, le piante rare
che avea fatto venire a proprie spese dall'Inghil-
terra, e che aveva allegate all'Università di Mo-
sca, andettero disperse ; e colle piante, fu di-
spersa pure la memoria de' suoi grandi benefizi.
Due dei tre figli di Procopio Demidoff servirono
nel reggimento delle guardie di Caterina IL
NiKiTA III, fratello del suddetto Procopio, e
tr)rzogenito d'Akinfi, colui che nacque all'ombra
d'un albero, e ch'era stato privilegiato nel pa-
42 FIRENZE AI BEMIDOFF
terno testamento, ci si fa particolarmente noto per
il modo singolare nel quale venne al mondo.
Nei primi di settembre del 1744, sua madre,
che si trovava prossima a partorire, andava da
Tuia a Pietroburgo. Percorrendo in battello il
fiume Ciussovaia, venne presa, a un certo punto,
dai dolori del parto, a motivo dei quali bisognò
sostare. Sbarcatasi sulla sinistra sponda del fiume,
le servi da letto la piana terni, e le fu benefico
riparo un albero grandissimo. In questo luogo
fu inalzata, nel 1779, una gran croce di pietra,
con d'intorno delle lapidi di pietra similmente,
in una delle quali sta un epigrafe che rammenta
in questo modo i! fatto: Qui nacque, nel giorno
8 settembre 1744, da Akinfi Niki ti eh Demidofìf,
Consigliere di Stato, Nikita Akinflevich, che Con-
sigliere di Stato fu pure e cavaliere di S. Stanislao.
Della vita di costui non altro sappiamo, se
non che dopo il 1760 il giovane Nikita Akinfle-
vich, possedeva in proprio tante miniere e tante
fonderie, che gii rappresentavano tesori sopra
tesori : eran sue quelle grandiose fonderie di Ne-
viask, delle quali abbiamo già parlato.
Qui aveva la direzione principale di tutte le
altre sue officine, tra le quali non si taceranno
quelle di Saldinskoi. di A^uiskoi, di Nischnei e
Verkhnei-Sciaitanskoi.
Il rammentare appena, come abbiamo fatto,
Nikita III nell'esercizio delle paterne industrie,
FIRENZE AI DEMIDOFF 43
deve bastare per farsi una idea del come posse-
desse anch'egli le prerogative degli avi nell'au-
mentar da parte sua ricchezze, tanto più che il
patrimonio da lui lasciato è quel patrimonio fa-
voloso di cui le diverse contrade d'Europa, non
più quelle soltanto comprese nella Russia, senti-
rono e sentono benefizi immensi, quei benefizi
prodigati con cuore aperto, e a larga mano dal-
l'unico suo figlio, il commendatore Niccola, e dai
suoi discendenti.
Giovanni I e Basilio I, figli del primo Grego-
rio, e cugini dei suddetti Procopio e Nikita, gli
conosciamo entrambi solamente per le loro di-
gnità diplomatiche : Giovanni è prima Consigliere
di Stato e poi Contrammiraglio, nel 1764; Basi-
lio è Segretario del Senato nel 1741, e poi Con-
sigliere di Stato anch'egli.
Onpitolo IV
Pàolo G r e à, 0 r i 0 V i e h
Il Museo di Storia Naturale a Mosca e 9a Scuola di Jarosiaw
p^^ E la famiglia Demidoff non vantasse che
una storia di milioni, avremmo dovuto
prima d'ora deporre la penna, imperochè
sarebbe bastato il dirla una famiglia la quale
dopo aver fondato villaggi e paesi avrebbe potuto
comprar città ; e in questo caso tutto il merito
consisterebbe nel l'aver saputo i discendenti di
Demide, trar buon partito dalle ricchezze che la
natura messe loro in evidenza, e che i sovrani
messere in loro potere. Certo, il merito sarebbe
grande, perchè il tatto, il senno, il talento, son
cose indispensabili anche per fare fortuna : ma
la gloria? non sarebbe che gloria di danaro. Non
si può dire che il grande patrimonio Demidoff non
FIRENZE Al DEMIDOFF 45
abbia qualche riscontro particolarmente in Russia.
Ma non sappiamo quali o quante famiglie ricche
al pari di lei possano vantare la stessa grandezza.
Quanti ricconi, non vede il mondo contenti e pa-
ghi d'essere ricconi soltanto per comodo loro ? ma
incapaci d'operare un'azione che sia veramente
grande, a prò del mondo ! Il primo Demide no]\
trovò il tesoro per lui dal caso preparato in qual-
che campo, 0 in qualche nascondiglio della sua
bottega : lo meritò colla ingegnosa invenzione
d'un . lavoro che tornar doveva a vantaggio e
pregio dell'Impero Russo, a tempo di Pietro il
Grande.
Non facciamo più lungo questo passo addie-
tro. Se la serie degli uomini illustri nelle scienze
che vanta la famiglia Demidoff non cominciava
con Nikita II, cominciò per fermo con Procopio
Akinfìevich, cui tiene degnamente dietro Paolo
Gregoriovich, di lui nipote.
Questo Paolo I, secondogenito di Gregorio II,
nacque a Revello nel 1748, e presto si dette allo
studio delle scienze matematiche e fìsiche. In
tali studi si distinse primieramente a Gottinga e
quindi a Friburgo. Desideroso di conoscere i più
famosi naturalisti che viveano in quel suo tempo,
andò viaggiando per molte parti d'Europa : strinse
vincoli d'amicizia con Linneo, Brisson, Buffon,
Daubert ed altri, coi quali mantenne in seguito
un' assidua ed interessante corrispondenza. Co-
46 FIRENZE AI DEMIDOFF
iiosciuto il filosofo Gellert, strinse pure amici-
zia col di lui fratello metallurgo. Nella celebre
Università d'Upsal, fece il corso di Linneo e
quello di A^alerio. Nella zoologia fu sì erudito,
che diversi documenti fornì su parecchi animali
della Russia orientale. Scrisse dei Ricordi di
Viaggio, che tanto per interesse, quanto per e-
rudizione avevano meritato il plauso dei dotti
che avrebbero voluto vederli pubblicati ; ma lui
accordò il consenso di pubblicarli solamente dopo
la sua morte, e a tal fine depose il manoscritto
nella Biblioteca di Mosca; avvenuto però di quella
Bibblioteca il bruciamento, anche il manoscritto
di Paolo Demidoff bruciò colla medesima.
Data in questo modo una semplice ed abbre-
viata idea di qual corredo di alte doti fosse prov-
veduto Paolo Demidoff, passeremo ad accennare
alla generosità con cui volle consacrarle. A que-
sto fine vogliamo principalmente rammentare lo
splendido Maseo di Storia Naturale, e di antichità
ch'egli fondò nella città di Mosca, del quale fece
poi dono alla Università Imperiale della città mede-
sima, istituendovi ancora una cattedra a proprie
spese. Fu una donazione di straordinario interesse,
e straordinariamente ricca, a cui Gotthelef Fischer
di Waldheim consacrò piti monografie ; in una di ,
queste monografìe si trova l'erudita descrizione
d'un rarissimo oggetto antico, l'idolo dei Mongoli,
chiamato Yamdniaga. Se non altro a motivo.
FIRENZE AI DEMIDOFF 47
della rarità dell' oggetto, crediamo togliere a tal
descrizione le informazioni seguenti : « L'Univer-
sità ricevè quest'oggetto insieme a molti altri
nella ricca donazione fattale dal fu Paolo Grego-
riovicii Demitloff, il quale mi assicurò come i
padri suoi 1' avevano comprato da dei Bukhari,
e che questi 1' aveano tolto ai Mongoli in una
guerra, avendo avuto i Mongoli 1' abitudine d' an-
dare a battersi portando seco i loro dèi ; di ma-
niera che i nemici, nel combatterli, cercavano
sempre di decidere la sorte d' una battaglia coli' at-
taccare di preferenza il posto dove si trovava il
sacro deposito cleir idolo.
« I viaggiatori parlano di quest' idolo per averlo
veduto nelle pagode dei Mongoli, ma d' ordinario
grossolanamente dipinto sulla tela ; non lo lianno
mai trovato in metallo ; e dietro tutte le infor-
mazioni che mi sono potuto procurare, oso pre-
tendere che, sino al giorno d' oggi, sia questo
presso a poco V unico esistente.
« La massa è composta di una lega d' argento
e stagno ; però la parte dello stagno consiste in
quantità ben minima; il Ano lavoro è tanto ac-
curato che attira V attenzione dell' artista, e che
troppo difficile sarebbe ora d* imitarlo. »
11 nome di questa divinità budaica si compone
di due parole del sanscritto cioè: Yama, che è
il nome proprio del dio delT inferno ; e Antaka,
che si^rnifìca distruzione. I Mongoli vogliono so-
48 FIRENZE Al DEMIDOFF
prannominaiio ancora il vincitore delle divinità
inf email (1).
Oltre alla donazione del ricchissimo Museo, lo
stesso Demidoff donò pure alla medesima Univer-
sità di Mosca la somma di 100,000 rubli.
Nel di 29 aprile del 1805 s' aprì nella città di
Jarosla^v una Scuola di Studi Superiori denomi-
nata Scuola Demidoff: il fondatore di essa fu
Paolo Gregoriovich. Per il maiitenimento di que-
sta Scuola assegnò un capitale di 100,000 rubli colla
rendita di 20,000 rubli all' anno ; e 3598 uomini
da lui dipendenti vennero poi tassati per lo stesso
oggetto aio rubli all' anno ciascuno, facendo con
questo mezzo un' altra somma di rubli 35,780. La
Scuola Demidoff di Jaroslaw è fìorentissima tuttora.
Altre due elargizioni meritevoli di nota, son certa-
mente quelle da lui fatte di 100,000 rubli all'Uni-
versità di Kie^v, ed altrettanti a quella di Tobolsck.
La città di Jarosla^v innalzò a tanto munifico
benefattore un monumento, e l'imperatore Ales-
sandro I che l'aveva nominato suo consigliere pri-
vato, fece in onor suo coniare una medaglia.
(1) Notice sur le Yamàntaga, idole rare chi Museum cV Hi-
stoire Naturelle et d' Antiquités de V Université Imperiale de
Moscou, par Gotthelef Fischer de Waldheim ; Moscou, 1826.
— Oltre le diverse descrizioni clie qiiest' autore ci fornisce
sul Museo Imperiale e su quello Demidoviano di Mosca
(1805-1807-1810) vedasi principalmente : Panecjiricus Opere
pie Paulo Gregorii Deraidoff.
FIRENZE AI DEMIDOFF 49
Ebbe Paolo Gregoriovih la sua parte di lavoro
nelle aziende dei padri, ed oltre alle cure ed alla
generosità che prodigò all'istruzione pubblica, non
meno prodigo fu verso le opere caritatevoli, che
somme egregie s'afferma dispensasse in aiuto dei
poveri, ed in vantaggio dei nascenti Stabilimenti
di pubblica beneficenza. Onde non sarà superfluo
il rammentare che per poco si consideri la o-
dierna civilizzazione della Russia, si riconoscerà
facilmente qual parte essenziale rappresentino i
Demidoff nella medesima.
Dopo il succedersi della storia dei milioni, ve-
diamo come si succede nella illustre famiglia la
storia della scienza, e con questa, la storia dei
benefìzi prenderà proporzioni senza limiti.
<^ ' "^^ii'f^^ • ^i
FIRE>JZE AI DEMIDOFF.
Of^pitolo V
// Commendatore Nicco/a Demidoff
Brillante Carriera Militare — Perfezionamento d'Industrie — Colonia Agricola
nella Tauride — Reggimento Demidoff a Mosca nel 1812 -- Residenza in
Parigi ~ Arrivo a Firenze — Fondazione dell'Ospedale ai bagni di Lucca
— Scuola delle tre Arti fondata in Pietroburgo ~ Acquisto di San Donato
— Scuola Demidoff in Borgo San Niccolò — Posto di Medico e Farmacia
pei poveri di detto Borgo — Il Conta Paolo — Cinque premi annui confe-
ribili dall' Accad3mia Imperiale di Pietroburgo alle cinque migliori Opere
Letterarie.
L di 3 novembre 1774, nel castello di
Tcherkovitz, presso Pietroburgo, nacque
Niccola Demidoif da Nikita III, e fu nipote
di Procopio e cugino di Paolo, i due illustri per-
sonaggi dei quali abbiamo ora parlato.
Sino dall'età primiera ebbe Niccola una parti-
colare disposizione per le armi, ma gli onori che
in esse seppe meritare non lo tolsero alla emu-
lazione del nonno e del padre nelle industrie, come
non lo fecero astenere dall'emulare lo zio ed il
cugino nelle scienze e nelle opere munifiche : in
tutto volle seguire gli esempi aviti, e si fece alla
sua volta esempio.
FIRENZE AI DEMIDOFF 51
Non ancora trilustre, Niccola Demidoff entrò
nelle guardie imperiali, in cui fece le sue prime
armi: e tosto, appena toccato il sedicesimo anno,
cioè nel 1789, diventò aiutante del principe Polem-
kin. Per conoscere ciò che fosse questo principe
e feld maresciallo non abbiamo che da interrogare
quel tratto di storia che registra le guerre russo-
turche di tal tempo (1). Nelle ultime due vit-
torie che tanto superiore riportò sui Turchi, dopo
la conquista della Crimea, e prima della pace
conclusa fra Caterina II e Selim III, nel 1792, il
giovane Niccola si distinse così valorosamente che
meritò il grado di colonnello nei granatieri di
Mosca: non aveva che diciott'anni.
Due anni dopo Caterina lo nominò gentiluomo
di Camera, distinzione sì alta che in Russia si
accorda soltanto ai membri delle piii nobili fami-
glie, fra cui Niccola Demidoff meglio si collocò
sposando una contessa della illustre casata Stro-
gonoff.
Dopo siffatto matrimonio, Paolo I, non appena
salito al trono (1796), nominò il Demidoff suo
Ciambellano, gli conferì il titolo di Commenda-
tore di Malta, e poi la carica di Consigliere pri-
vato nel Ministero dell'Interno, carica che in Rus-
sia equivale al grado di luogotenente generale.
(1) Per cHi meglio voglia conoscere il suo ritratto, veda
le Memorie del Conte di Ségur,
52 FIRENZE AI DEMIDOFF
Giovane, imparentato con una delle più grandi
famiglie russe del secolo decimosesto, possessore
di tesori a dovizia, colmo d'onori, i primi dei quali
gli meritava sui campi di battaglia, amato dalla
giovane consorte, ammirato nelle sfere più alte
della società nazionale, Niccola Demidoff tornò
alla vita privata, a quella vita cioè, nella quale
ogni agio, ogni felicità, ed ogni dolcezza che pos-
sa bramare il genere umano, non potevano, né
dovevano a lui restare ignote.
Questo mortale fortunato liba ai calici delle
maggiori gioie umane, ma invece di dimenticare
in esse i doveri sacri della vita, come fanno tanti
e tanti fortunati mortali, studia ogni mezzo per-
chè la patria e il prossimo, abbiano da godere il
benefizio dei favori ch'egli ha dal cielo ricevuti.
L'esempio è troppo grande, e merita di te-
nerne assolutamente conto.
La patria ed il prossimo erano il principio
delle sue mire, eran lo scopo precipuo della sua
esistenza.
In questi intendimenti, le industrie avite do-
vevano ricevere da lui nuove impulsioni : la mente
si esercitava pertanto in progetti non ancora
sperimentati, e l'anima s'apparecchiava a quelle
azioni di generosità sì rara, e sì novella, che paio-
no incredibili, perchè soltanto rirmangono nella
memoria di Niccola Demidoff, ed in quella dei
suoi degni discendenti.
FIRENZE AI DEMIDOFF 53
L'uomo ammirabile di cui parliamo, era dun-
que poco più che ventenne lorchè per tornare
alla vita privata, come abbiamo detto, lasciò il
grado di colonnello dei granatieri di Mosca, e
sino da quel momento, invocò all'arte ed alla
scienza quel bene che alla patria e ai suoi com-
patriotti volea recare sentendosi così forte del
suo patrimonio, da non paventare i preventivi
di qualunque progetto: il viaggiare essendo in-
dispensabile ai formulati disegni, percorse l'Ale-
magna, l'Italia, la Francia e l'Inghilterra ; e do-
vunque si trovavano miniere, le visitava e le
studiava; allo studio delle miniere quello aggiuu-
geva delle industrie più importanti, e dei mestieri
che con quelle avessero affinità.
Nella Franconia arruolò gran numero di mi-
natori e di fabbroferrai ; da una parte e d'ali'al-
tra arruolò molti dei più capaci lavoranti nei
mestieri ch'erano nuovi per la Russia, o che v'e-
ran meno sparsi, e tutti mandava nei suoi vasti
dominii ; dai suoi dominii poi, mandò degli operai
più intelligenti nella Stiria, perchè v'imparassero
fabbricare le falci, arnese in Russia sì necessario,
e che dovevasi tirare dall'Alemagna o dalla In-
ghilterra; ed altri ne mandò- nelle diverse parti
perchè imparassero a inverniciare e a dipingere
la latta ; per distendere la stessa latta, che sino
ad allora s'era distesa in Russia a forza di mar-
tello, procacciò i laminatoi, e là gli messe in
Or
54 FIRENZE AI DEMIDOFF
opra. Cosi nuove fabbricazioni, con quei raffina-
menti che rasentavano il gusto dell'arte, e che
ne accendevano il. desiderio ; degli artisti ne
chiamò pure assai, perchè l'arte venisse propa-
lata ed insegnata in quelle regioni di nuova
Russia che tanto devono ai Demidoff in fatto di
civilizzazione e di prosperità.
Come può ciascuno immaginarlo, tutto ciò fa-
ceva svegliare l'amor proprio di quei popoli, e gli
eccitava all'amore, all'ambizione nazionale, tanto
pili che non il calcolo del proprio interesse spin-
geva il Commendatore Demidoff ad agire di tal
fatta. Certo, sarebbe stato un monopolio ben lu-
croso per lui, se tutto avesse fatto funzionare
ne' suoi possessi a suo vantaggio ; ma invece,
egli pensava alla Russia, ed intendeva di far pro-
gredire i suoi compatriotti, intendeva di far loro
sempre più comprendere che il lavoro e l'indu-
stria producono il benestare dei privati e delle
nazioni. Onde invitò gente da qualunque parte
dell'impero, tutti autorizzando ad istruirsi ne' suoi
stabilimenti, ed autorizzando eziandio a mandare,
purché lavorazioni utili come le sue sorgessero
dovunque, e diventassero fiorenti. E senza timore
di profondere inutilmente i suoi capitali, o di porre
in opra senza frutto la potenza del suo ingegno,
Niccola Demidoff ebbe il vanto di portare la sfrut-
tazione delle miniere a quel grado di perfezione
al quale oggi la vediamo. Oltre a ciò, industrie
FIRENZE AI DEMIDOFF
ben diverse a quelle delle miniere e delle lavo-
razioni nei metalli occuparono la sua mente : Io
studio o'ii aveva svelato più reconditi segreti
della natura.
Fu lui che volle e seppe fondare nella Tau-
ride una colonia agricola composta di tutti quelli
elementi che all'uomo possono rendere migliore
l'esistenza per mezzo di produzioni naturali più
gradevoli e più comode. Vignaiuoli francesi col-
tivarono la vite portata dalla Sciampagna e da
Bordò ; le olive di Lucca e di Genova vi si fe-
cero allignare ; dalla Spagna avea fatto venire
ben dodici mila merini ; dal Tibet s'era procac-
ciate le capre, e dall' Inghilterra, dall'Arabia e
dalla Persia le razze cavalline. Lui solo aveva
tutto immaginato, lui solo vigilava di tutto il più
regolare andamento, insomma, lui solo tutto a-
vea comprato, e tutto dirigeva e amministrava
insieme alle scavazioni delle miniere e alle la-
vorazioni dei minerali.
Ad occupazioni di tanta importanza fu tolto
Niccola Demidoif dalla invasione che nel 1812
fecero i Francesi nella Russia. La circostanza es-
sendo stata eminentemente imperiosa non poteva
il celebre cittadino, che da valoroso s'era battuto
ventitré anni prima, a fianco del feld maresciallo
Patemkìn alla presa di Bender e Kilianova, ri-
manere inerme. La sua salute era in quel tempo
alquanto aggravata ; ma lui, senza darsi di sé
56 FIRENZE AI DEMIDOFF
nessun pensiero, non considerò che i mali delia
patria minacciata dal nemico ch'era molto ardito,
molto poderoso, e molto a ridosso ; onde non
altro credè fare di meglio che riprendere le armi ;
ed il modo con cui le riprese, segna una delle
pagine più mirabili della sua meravigliosa esi-
stenza. Formò un reggimento, e l'equipaggiò a
sue spese ; quindi, si pose alia testa del medesi-
mo, ed andò contro il nemico ; più eroicamente
si distinse nella famosa battaglia di Borodino,
avvenuta il 5 settembre. L'inverno successivo fu
particolarmente crudo, ed oltre aver fatto la me-
moranda strage dei Francesi, ne la fece de' Russi
ancora : il reggimento Demidoff non fu certamente
dagli stridori di quel freddo risparmiato, ed ebbe
la sua parte di decimazione ; ma nulla valse a
fare indietreggiare il patriotta Demidoff che non
depose le armi fintantoché il nemico non ebbe
intieramente sgombrato il suolo moscovita.
L'incendio, con cui si coronò quella catastrofe
tremenda, volle risparmiare una importante col-
lezione composta di minerali, di marinaresche, di
zoologia, con degli oggetti di straordinario pregio,
la quale apparteneva al Commendatore Demidoff ;
questa preservazione fu riguardata da lui come
privilegio, come miracolo in un flagello ricevuto,
e fece dono della preziosa collezione all'Università
di Mosca, alla quale il suo nome già era legato per
la nota liberalità de' suoi cari estinti. Tal dona-
FIRENZE AI DBMIDOFF 57
zione gli valse la lusinghevole nomina di membro
onorario dell'Università medesima.
In seguito a ciò rivolse le sue preoccupazioni
artistiche ad una bellissima galleria di quadri,
e ad un gabinetto d'oggetti di curiosità.
A Pietroburgo si costruirono nel 1813, quattro
ponti di ferro fuso sulla Ne va, somiglianti al
ponte d'Austerlitz che vedesi a Parigi ; a questa
imponente costruzione, Niccola Demidoff contribuì
da grande cittadino e da grande industriale nello
stesso tempo : tutto il materiale di ferro fu da lui
fornito, lavorato nelle sue fucine.
Recatosi a Parigi dopo il 1815, ivi risiedè per
alcuni anni. Nella capitale della Francia volle am-
mirare la schiera eletta dei letterati e degli
artisti ch'erano allora in bella fama, e volle pure
stringere amicizia colla maggior parte di costoro ;
a tal fine la sua casa fu spesso convegno di cor-
diali adunanze dove il genio e le dottrine ger-
mogliavano i loro frutti e i loro fiori. Nella stessa
capitale il Commendatore Demidoff acquistò gran
nome di benefattore, perchè solamente ai poveri
ed agli orfanelli di ciascuno dei dodici quartieri
faceva distribuire mensilmente la somma di due-
mila franchi.
Esigendo la sua salute i favori d'un clima più
mite, rivolse il piede sull'Italia, e si fermò pri-
mieramente a Pisa. Fatto breve soggiorno in
questa graziosa città nostra vicina, a sé lo at-
58 FIRENZE a: demidoff
trassero Je onde salubri dei Bagni Lucchesi che
pel soggiorno delizioso furon si altamente cele-
brate dal lilosofo Montaigne, e dairanatomico Fal-
loppio paragonate al paradiso. A queste Terme
tornò nelle successive stagioni d'estate, dopo di
aver fatto della bella Firenze la stanza prediletta
per gli ultimi anni di sua vita. Furono quattro
anni solamente, ma le opere munifiche in questo
corto lasso di tempo da lui compiute, eterna-
rono fra noi la sua memoria.
Fu nel V luglio 1824 che il Commendatore
Niccola Demidoff prese in affitto lo storico palazzo
dei Conti Serristori sui Renai ; e comprò anclìe
uno stabile posto in S. Niccolò che apparteneva
ai Marzi Medici. Dal 1825 al 1827 fece acquisto di
una parte della tenuta di San Donato dai Padri
del Convento di Santa Croce, di quella località
cioè che in possesso dei Demidoff doveva acqui-
stare una floridezza, uno splendore che alla storia
nostra fornirà pagine bellissime (1), Vennero to-
sto cominciate le costruzioni del parco maestoso e
di quella sontuosa villa che parve di sovrani.
Prima di battersi contro i Francesi a Mosca
(1) Della tenuta di San Donato, ne venne venduta dai
Frati di Santa Croce una parte in due volte al Commen-
datore Niccola Demidoff; e il rimanente venne acquistala
posteriormente dal principe Anatolio. (Vedi Capitolo se-
FIRENZE AI DEMIDOFF 50
Niccola Demidoff aveva lasciato gl'immensi suoi
domiiiii della Russia, ne piii gli aveva riveduti ;
ed anche da Firenze, in si enorme lontananza,
continuava ad amministrare colà tutto da se, in
ogni piccolo dettaglio. Propenso sempre e pre-
muroso verso la sua patria, si fu da Firenze che
fondò a Pietroburgo una scuola d'Architettura,
di Pittura e di Scultura, mandandovi modelli delle
opere migliori che sono al Vaticano di Roma.
La sua casa si componeva di sopra cento per-
sone, tutte retribuite largamente, ed alle quali
lasciò buone pensioni dopo la sua morte. La So-
cietà più alta, sì fiorentina che straniera si ri-
trovava spesso in casa Demidoff, dove non man-
cava nemmeno il teatro per le rappresentazioni
d'operette francesi cori una compagnia di comici
che aveva scritturata sin da Parigi, e che secolui
dimorava anco in Firenze.
In tanto fasto il cuore gli batteva per le classi
meno felici, ed in poco diventò, si può dire il
padre dei poveri del Borgo S. Niccolò, dov'è il
palazzo Serristori da lui abitato.
Per seguire T ordine cronologico delle cose,
prima di passare ai benefìzi che resero memora-
bile il nome di Niccola Demidoff ai fiorentini, ta
d'uopo tornare ai Bagni di Lucca e dire in qual
solenne modo i bagnanti poveri fossero da lui
colà beneficati.
A questa bisogna crediamo soddisfare coli'at-
€0 FIRENZE AI DEMIDOFF
tinger qualche dato storico all'egregio Dottore
Alessandro Carina direttore di quelle Terme (1).
Egli ci rammenta che quando il Governo dei
Baciocchi si trovò nella necessità di abbattere
l'antica Albergheria (2), non volle privare i po-
veri del benefizio di quelle acque ; e che a tale
effetto vennero questi poveri annualmente rac-
colti in un Ospizio appartenente ai Frati Fran-
cescani riformati 'del convento di Borgo a Boz-
zano. Avvenuta la soppressione degli ordini reli-
giosi, divenne lo stabile in proprietà del governo ;
e fu trasformato in modo da ricevere nel 1810
per la prima volta i bagnanti poveri.
Tra le politiche vicende d'allora e il succe-
dersi dei governi non si pensò più che tanto ai
diritti che i bagnanti poveri avevano alla cura
delle Terme, e lo stato delle cose che parevano
precarie si lasciò andare molto a lungo senza
prendere i dovuti provvedimenti.
Anche dopo che la Dinastia Borbonica si fu
stabilita in Lucca, gli anni si succedevano, e le
(1) A. Carina: Dei Bagni di Lucca: Notizie Topogra-
fiche f Storiche e Mediche. — Firenze, 1866.
(2) Albergheria dei poveri e degl'infermi, si chiamò l'O-
spizio che il filantropo Puccio (Gherardo Gallicano) fondò
sino dal 1291, incorag"giato dai capitani della Società dei
Bagni, che all'uopo gli donarono una certa estensione di
terra situata presso il Bagno caldo di Corsena. Fu perciò
guiderdonato colla cittadinanza lucchese, ed investito di
più cariche onorifiche.
FIRENZE AI DEMIDOFF 61
speranze dei bagnanti poveri si rin mio va vano
d'anno in anno, ma il miglioramento loro non si
palesava mai.
Quanto più aumentavano le richiests d' ammis-
sione, e più diveniva angusto l'Ospizio dei Bagni
alla Villa. Le lagnanze si facevano sentire, ma
il Governo dei Borboni non si decideva punto ad
impegnarsi nelle spese occorri bili d'una nuova
costruzione.
Nel 1825 un sovventore illustre venne a tron-
car generosamente gl'indugi e le dubbiezze col-
l'offrire un vistoso soccorso per amore dei mi-
seri. Il Commendatore Niccola Demidoff pose a
disposizione della renitente Amministrazione del-
l'Ospedale la somma di 45,000 lire, e la costru-
zione della nuova fabbrica fu tosto intrapresa.
« Al di sotto del Bagno Rosso o Docce Basse,
dice il p re fato dottore Carina, presso la sponda
sinistra del Torrente Camajore, in vicinanza del
suo sbocco nel Lima, scaturivano diverse sor-
genti d'acqua minerale e termale, che analizzate
mostrarono avere qualità simili a quelle del Ba-
gno Caldo, ed allacciate e riunite che fossero,
assicuravano potere alimentare numerose ed am-
pie tinozze. Tal situazione appartata e discosta
dai luoghi del maggior concorso delle famiglie a-
giate ed eleganti, mentre offriva pei ricovera-
bili maggior libertà di quella che avesser potuto
godere in passato, riuniva eziandio le altre qua-
62 F.riEXZE AI DEMI D OFF
lità igieuiclie richieste per questa specie di sa-
nitari Istituti. Ritenuto adunque esser questo il
miglior sito pel nuovo edifìzio, fu subito inco-
minciato, e nell'estate del 1827 potè ricevere i
bagnanti miserabili (1). »
Dacché il Commendator Demidoff era capitato a
Firenze, era stato una vera provvidenza pel po-
polo di S. Niccolò : le limosine in abbondanza
quivi elargite, ed ogni sorta di soccorsi avevan
quasi fatto sparire la povertà locale. La carità
del prossimo gli aveva meritati indelebili titoli
di riconoscenza, ma perchè i posteri benedissero
la sua memoria, siccome i contemporanei ne bene-
diano gli atti, concepì il più generoso ed umanis-
simo progetto di fondare una scuola per l'edu-
cazione gratuita ai poveri fanciulli, e fattane
formale domanda al Granduca di Toscana Leo-
poldo II, n'ebbe favorevole adesione. Al giorno
26 febbraio 1826, fu perciò stipulato un atto so-
lenne, rogato dal notaro Vannini, fra lo stesso
Benefattore ed il Provveditore della R. Camera
di Sopraintendenza Comunitativa del Comparti-
mento Fiorentino, alla quale egli cedeva la pro-
prietà di due casamenti posti nel borgo di S. Nic-
colò, col patto espresso che le rendite risultanti
dalle pigioni de' medesimi fossero in perpetuo de-
(1) Vedi capitolo seguente, per la riedificazione di
questjo Spedale dovuta alla liberalità del principe AnatoUo,
e la munificenza da lui nel seguito accordatagli.
FIRENZR Al DEMIDOFF 63
stinate airaiiiiiio mantenimento della scuola che
prese il titolo Vii Scuola S. Niccolò per i Fanciulli,
mutato poscia in quello di Pio Istituto Demidoff (1).
Appena dato principio a quest'Opera Pia, il com-
mendatore Niccola cadde più gravemente amma-
lato, e mori nel palazzo Serristori addì 24 maggio
del detto anno 1828.
I figli suoi Paolo ed Anatolio, presero a con-
tinuare l'opera benefattrice ; e trattandosi di re-
scindere la scritta di locazione del palazzo Serri-
stori, pattuirono la transazione pagando gli equi
compensi. In tale contratto di transazione, costi-
tuirono dessi un posto di medico-chirurgo gratuito
nella Parrocchia di S. Niccolò, assegnando a que-
st'oggetto un capitale che dasse il fruito annuo
sufficiente per corrispondere all'onorario del me-
desimo dottore, cui s'addossò l'obbligo di tener do-
micilio nella Parrocchia, e di fare non meno di
tre visite gratuite ai malati poveri in essa abi-
tanti; nel tempo istesso, assegnarono ancora, gli
eredi Demidoff, un capitale per fondo d'una Far-
macia, onde si amministrassero gratuitamente me-
dicine ai poveri della Cura.
Sul Lung' Arno Serristori, presso il palazzo, si
fece la Piazza Demidoff dove s'eresse il grandioso
monumento che in memoria del padre donò il prin-
cipe Anatolio al Municipio nel 1870.
II gruppo principale di questo monumento rap-
(1) Vedasene gl'ingrandimenti al Capitolo seguente.
64 FIRENZE AI DEMIDOFF
presenta lo stesso Conatiiendatore Nic.co.la, il quale
col braccio destro tiene al petto il figlio e gì' i-
spira le sue medesime virtìi ; a sinistra gli si
prostra una giovane donna, la Riconoscenza, che
mirandolo gli depone una ghirlanda. Ai quattro
lati della base sono altrettante allegorie: verso
l'Arno, da una parte, è la Siberia con in braccio
il dio Pluto avente in mano una borsa d'oro; dal-
l'altra, la Misericordia con sulle ginocchia un fan-
ciullo macilento dal freddo e dagli stenti, cui dà
dell'alimento, e le sta di fianco una ragazzetti
che ha nella sinistra mano la rocca, posando la
destra sul piede del fratellino^ per accertarsi cli'ei
ricupera la vita. Dalla parte di via de'Renai son
due figure : una è la Natura che si disvela al-
l'Arte rimirando la propria bellezza in uno specchio
per significare che l'Arte deve ispirarsi al Bello
affine d'ottenere il Vero ; l'altra è la Musa dei
festini colla coppa e la lira. Tal concetto allegorico
fa comprendere che la Siberia è la sorgente delle
ricchezze dei Demidoff, e come loro le destinano
alle opere pietose, all'amore ed alla protezione
per le Arti, nonché al vivere da grandi signori.
Nelle quattro facce della stessa base stanno tre
hassirilievi e la cartella coU'iscrizione (1).
(1) L'opera è del celebre scultore Lorenzo Bartolini, ma
venuto egli a morte prima di terminarla, il principe Ana-
tolio ne affidò il oomi^imento al professore Pasquale Ro-
manelli, scolaro e successore del Bartolini stesso.
FIRENZE AI DEMIDOFF 65
Paolo Demidoff. — Nel 1798 nacque Paolo,
figlio maggiore del Comm. Niccola, e venne messo
fanciullo nel Liceo Napoleone a Parigi. Alla sua
educazione lo tolsero le vicende politiche della
patria prima che avesse compito quattordici anni.
Il patrio sentimento, e l'esempio del padre lo
stimolarono sì che nel 1812 volle anch'egli ve-
stire la divisa militare, volle battersi, e si battè
in tutte le campagne contro i francesi che in-
vadevano la Moscovia. La sua carriera militare
si prolungò sino al 1826. Fece parte di diversi
reggimenti, ed ebbe il grado di Colonnello.
Tornato alla vita civile, fu chiamato alla ca-
rica di Governatore della Provincia di Koniska,
ed a quella di Cacciatore alla Corte di Niccolò I.
Non creò istituzioni, ma ne protesse in nu-
mero grandissimo e ne mantenne. L'istinto della
pietà verso i poveri gli formava la più delicata,
la pili dolce occupazione.
Le arti e le lettere ebbero in lui un amatore
caldissimo, un protettore capace di qualunque ap-
poggio. Nel 1828, quando la morte gl'involò l'a-
mato genitore, l'abbiamo veduto a Firenze se-
guire le orme filantropiche di esso, ed associare
a queste il quindicenne fratello Anatolio, con quel-
l'atto che costituisce il medico gratuito pei poveri
di San Niccolò, come pure l'associa nella fonda-
FIRENZE AI DEMIDOFF 5
66 FIRENZE AI DEMIDOFF
zione della farmacia, che insieme alle Scuole dal
padre loro fondate, funzionano tuttodì rinnovando
annualmente mirabili e salutari effetti ; e sino
dal 1830, assegnò all'Accademia Imperiale di
Pietroburgo un capitale di 250,000 rubli, affinchè
l'annua rendita costituisse cinque premi uguali
per le cinque opere letterarie risultanti le migliori.
Menò in moglie la gentildonaa Aurora Car-
lovna Stjernwall-Walleen (che in seconde nozze
passò poi nei Karamzine) e la sua esistenza venne
ancor più allietata dalla nascita d'un figlio, cui
pose lo stesso nome suo di Paolo. Ma questa le-
tizia fu di troppo breve durata, perchè dette al fi-
gliuolino i primi baci, gli fece le prime carezze, lo
vidde appena sorridere, e senza udire dalle in-
nocenti labbra il nome dolcissimo di padre, morì
troppo immaturamente nel 1840.
Oapitolo VI
// Principe Anatolia Demidoff (')
Fondazione della Casa di Beneficenza Demidoff a Pietroburgo - Proseguimento
della Villa di San Donato - Ingrandimenti delle Scuole di San Niccolò - Be-
neficenza in Firenze - Riedificazione dell'Ospedale ai Bagni di Lucca - Come
venne dato allo stesso Spedale il nome rii Demidoff - La Beneficenza a Parigi
- Spedale ed assistenza ai colerosi in Pietrogurgo - La polìtica del Principe
Anatolio Demidoff e le agenzie di soccorso ai prigionieri russi e francesi
nella guerra di Crimea - Viaggi ed Opere Scientifiche e Letterarie - Prote-
zione alle Belle Arti in Parigi - Acquisto della casa di Napoleone a San Mar-
tino d'Elba e l'edificazione del Museo Napoleonico - Considerazione intorno la
vita privata del Principe Anatolio Demidoff.
^^^^K^ NATOLio Demidoff è uno di quegli uo-
^J^'^ mini grandi che appartengono alla storia
J^i^ del mondo.
Nacque a Mosca nel 1813. Avvenuto poco
dopo il trasferimento dei genitori a Parigi, si
portarono seco il bambino, lasciando al servizio
(1) Il Granduca di Toscana conferi prima ad Anatolio
Demidoff il titolo di Conte di San Donato, che gli fu poi
cambiato in quello di Principe nel 1840 : il quale titolo
passò dopo, con decreto del Re d'Italia, al Principe Paolo
di lui nipote e solo erede.
FIRENZE AI DEMIDOFF
militare della Russia il figlio maggiore, di cui
sopra si è fatto parola. Non appena la mente in-
fantile d'Anatolio dette a conoscere a quali tendenze
piegava, furono rivolti gli studi di lui verso
la scienza.
Prima però d'esordire come scienzato, esordi
come benefattore.
Non vogliamo parlare della parte che ebbe in-
sieme al fratello nell'Istituzione Pia di Firenze
nel 1828; ma di opera ben piìi maravigliosa e
colossale, immaginata e compiuta da solo.
Nel 1833, S. M. Tlmperatrice Alessandra Fedo-
rovna, con ordine imperiale notificato al Senato
dirigente il dì primo marzo, prese sotto la sua
particolare protezione una Casa di Beneficenza
che sorgeva in Pietroburgo, e che doveva servire
di modello a tutte le altre istituzioni che di tale
indole sorsero dopo nella Russia. È quella Isti-
tuzione che ha per iscopo essenziale di proteg-
gere e d'aiutare il lavoro delle donne povere, di
ricoverare fanciulle derelitte, e di distribuire da
mangiare ai poveri della capitale dell'Impero : è
celebre in tutta la Russia sotto il nome di Casa
di Beneficenza Demidoff. Ne fu fondatore il gio-
vanissimo gentiluomo Anatolio Demidoff (l'Impe-
ratrice l'aveva già nominato suo gentiluomo di
Camera) il quale alla medesima consacrò Tingente
somma di 500,000 rubli, ossia 2,000,000 di franchi.
Per effettuare il concepito straordinario prò-
FIRENZE AI DEMIDOFF 69
getto cominciò ad acquistare uno slabile gran-
dioso, i cui spaziosi locali rispondeano per ec-
cellenza in tutto e per tutto ai suoi disegni, e
lo provvide d'ogni comodità siccome il decoro e
l'igiene poteano consigliare.
L'indigenza e la moralità sono i titoli d'am-
missione in tutte le sezioni. Nella sezione del-
l'aiuto al lavoro possono esservi ammesse ottanta
interne, ed un numero d'esterne che varia con-
forme i lavori abbondano più o meno. Le interne
sono divise in due categorie : nella prima si com-
prendono quaranta donne di nobile condizione, e
che la sfortuna ridusse a povertà ; nella seconda,
se ne comprendono altre quaranta appartenenti ad
inferiori classi. Ciascuna di queste categorie ha
i suoi locali separati, coi laboratorii, refettorii,
e camere da letto. Tutte indossano l'abito uni-
forme dello Stabilimento, e sono mantenute di
tutto punto. Il loro mantenimento varia di prezzo:
le nobili, pagano dodici copecchi (48 centesimi
di lira) al giorno, cioè, nove copecchi per il vitto,
e tre per ogni altro occorrente ; coloro che non
sono nobili pagano otto copecchi, cioè, sei per il
vitto, e due per ogni resto. Le lavoranti esterne
possono avere desinare e cena come le interne
pagando soltanto sei copecchi al giorno. I lavori
consistono in cucir di bianco, sarta da donna,
modista, ricami sul canevaccio, sul tulle, e in filo
d'oro. Ad ogni lavorante si consegna il lavoro capo
70 FIEENZE AI DEMIDOFF
per capo ; ciascun capo passa poi nel magazzino
della vendita a prezzi fissi ; dalla vendita si pre-
leva il costo della roba, e dall'importo di fattura,
lo Stabilimento ritiene quanto ha somministrato
di vitto, 0 di mantenimento a chi lavora. Per
cui ogni donna, interna od esterna, ha il suo
libretto sui quale si nota di mano a mano dare
e avere. Lo stesso Stabilimento fornisce lavoro
ad altre lavoranti che lo fanno in casa propria, e
riceve nel proprio magazzino lavori eseguiti da
donne bisognose che gli sono affatto estranee ; le
quali fissano poi da se stesse il prezzo di vendita
sul quale lasciano a benefizio dello Stabilimento
sei centesimi per lira.
Le ricoverate interne, dopo dieci anni non pa-
gano che il vitto, e dopo venti anni vi sono man-
tenute gratuitamente dell'intero. Sarà inutile dire
che quelle cui piace a suo tempo d'uscire, escono
fornite d'una buona educazione, istruite nei sacri
doveri della donna, addestrate nei diversi lavori
femminili, provviste di corredo e di peculio.
V'è poi di ben notevole ancora, in questa Casa
di Beneficenza, la sezione destinata alla distribu-
zione del vitto ai poveri della città, onde aiutare
il governo nel reprimere l'accattonaggio. L'esten-
sione della città, non permettendo ai poveri d'o-
gni quartiere di venire a mangiare, od a prendere
il vitto allo Stabilimento, sono provvisti diversi
quartieri d'apposite succursali, che funzionano
FIRENZE AI DEMIDOFF 71
simultaneamente. Il povero si procura un biglietto
valevole per un mese, o per una settimana ; il
primo costa un rublo (quattro lire) ed il secondo
venticinque copecchi (una lira) ; per questo prezzo
si ha un pasto giornaliero composto di zuppa ed
una porzione di cereale, condito al grasso od al
magro ; a quelli che mangiano nello Stabilimento
s'aggiunge il kioas, bevanda russa, fatta con farina
bollita e poi fermentata, ed aggraziata con erbe a-
romatiche. Questa sezione distribuì sino a dugento
mila pasti all'anno, essendo il mezzo facile e sem-
plice anche per ogni benefattore il quale, col-
Tacquisto d'un biglietto da un rublo, assicura il
desinare per un mese al suo beneficato.
Quanto alla sezione delle bambine in educa-
zione vi sono ricoverate sino a dugento tra orfa-
nelle e figlie di genitori che per l'indigenza non
possono educarle. L'età d'ammissione è dai dieci
ai dodici anni.
Il corso dello studio comprende due classi:
la inferiore e la superiore. Oltre allo studio, le
bambine imparano disegnare dei fiori e dei ri-
cami, imparano a cucire e ricamare, s' abituano
a tutte le cure e le faccende domestiche.
Ottanta di queste educande sono mantenute
a spese del fondatore, e si chiamano perciò pen-
sionanti Demidoff. Altri benefattori ve ne possono
mantenere in proprio pagando l'importo di man-
tenimento in sessantacinque rubli all'anno. A se-
72 FIRENZE AI DEMIDOFF
dici anni vengono ammesse di preferenza nella
sezione del lavoro. Quelle poi che sono sotto il
patrocinio Demidoff, volendo uscire a educazione
finita vengono collocate presso distinte famiglie.
Viene quindi l'Asilo delle bambine da quat-
tro a dieci anni ; esse sono ammesse pei motivi
suindicati, e nel medesimo numero di dugento,
per essere preparate ai primi doveri della vita
cristiana, che possono dopo andare a proseguire
nella sezione delle educande. Trenta di queste
creature sono mantenute, come le altre ottanta,
a spese del fondatore, e si chiamano collo stesso
appellativo. Anche qui altri benefattori possono
mantenerne in proprio pagando l'importo del man-
tenimento fissato in sessanta rubli all'anno.
Oltre la fondazione del grandioso Istituto mo-
dello a Pietroburgo, il non ancora ventenne bene-
fattore si assunse il mantenimento di dieci e do-
dici donzelle di nobili famiglie decadute, nei di-
versi educandati della Russia.
Venuto nuovamente a Firenze , finì di com-
prare la tenuta di San Donato dai Frati di Santa
Croce e da altri proprietari, e tosto si dedicò agli
ornamenti d'impareggiabile ricchezza della villa,
la cupola del cui palazzo rifulge inverniciata di
malachita macinata ; vi edificò galleria , museo
e biblioteca, vi fece due cappelle , la russa e la
cristiana, con tale abbondanza d'arte e di gusto
da maravigliare chiunque, e v' impiantò quella
FIRENZE AI DEMIDOPF 73
lavorazione di setifìcio che dalla coltivazione del
baco, sino alla seta tessuta, rinvigorì nei fioren-
tini quell'orgoglio antico che per quest'arte po-
tettero menare sette secoli addietro (1).
E mentre a tante lavorazioni attendeva, con
pensiero gentile, con sentimento nobile, squisito,
rivolgeva alle Scuole del Borgo San Niccolò le sue
cure pili amorose.
Di queste Scuole era Sopraintendente l'ottimo
marchese Carlo Torrigiani, che coadiuvato da al-
tre persone zelanti, espose al giovane AnatoHo
dei buoni progetti di modificazione tendente a
migliorare il Pio Istituto Demidoff, e renderlo
d'una efficacia piìi grande : si trattava d'attuare
un corso completo, cioè una serie graduata ed
intiera di pratiche adattate s.\VedHcazio7ie, ossia
al perfezionamento fisico, morale ed intellettuale
dell'uomo, e più particolarmente a quella educa-
zione che porta la qualifica di popolare, appunto
perchè svolge la sua potenza in modo analogo e
proporzionato, secondo i tempi d'allora, ai veri bi-
sogni del popolo, 0 delle classi sociali destinate
a formarsi nelle forze del corpo e dell'anima una
sorgente sicura e perenne d'onorata indipendenza.
(1) Daremo negli ultimi Capitoli del Libro i necessari
schiarimenti storici sulla località di San Donato , ed una
descrizione generale degli edifìzi e delle manifatture della
seta rizzate dal principe Anatolio Demidoff.
74 FIRENZE AI DEMIDOFF
Udite le proposte che a tanto soggetto gli
vennero fatte, il liberale e munifico benefattore,
in questi termini scrisse al Torrigiani:
« Monsieiir le Marquis,
« Florence, le 17 Novembre 1836.
« C'est avec un vive satisfaction que j'ai appris
que vous vous ètes mis à la tète de la direction
de l'École Primaire de Saint Nicolas, instituée par
feu mon bien aimé Pére ; Vous ne pouviez, Mon-
sieur, agir avec une plus grande philantropie que
celle qui vous a inspirò l'occupation du bien étre
à venir d'une population pauvre et laborieuse, si
digne de votre bienveillance.
« C'est donc avec empressement que je viens
vous apporter le tribut de mes sentiments de re-
connaissance, car vous ne pouvez mettre en doute
la part que je prendrai toujours à la reussite d'un
établissement fonde par ma famille vers un but
de sollicitude si constante.
« Permettez moi donc de vous remettre ci près
un bon de 250 Piastre (1) destinées aux enfants
les plus malheureux qui suivent les cours de l'É-
cole, ainsi qu'à leurs parents.
« Je prends la liberto d'en confìer l'emploi h
votre bienveillant jugement, et je désire leur rap-
(1) Probabilmente 250 francesconi, pari a Lire 1400.
FIRENZE AI DEMIDOFP 75
peler ainsi le 6 Décembre prochain, jour anniver-
saire de la fète d'un Pére dont le nom est si ju-
stement beni dans un quartier au quel il portait
un intérèt si particulier.
« Veuillez bien agréer l'expression de mes sen-
timents les plus distingués.
« Demidoff. »
Con intenzione assai saggia il marchese Tor-
rigiani non distribuì le 250 piastre in tante be-
neficenze, ma le adoprò piuttosto a beneficare
il Pio Istituto : propose di disporle per l'aggiunta
d'un Asilo Infontile che preparasse gli educandi
a profittarne per intero. Anche questa proposta
piacque siffattamente ad Anatolio Demidoff", che
con sua lettera del 3 dicembre successivo, si di-
chiarava pronto non solo ad aumentare l'assegna-
mento della Scuola, migliorandone ed accrescen-
done il materiale, ma sibbene ancora determinato
a fondare il desiderato Asilo per la prima infanzia.
Volle eziandio che si prendessero di mira i genitori
dei fanciulli ammessi ai due stabilimenti, per pre-
diligerli col massimo dei benefizi, somministrando
loro cioè di che procacciarsi onesto lucro col la-
vorare per conto delle fabbricazioni di seterie di
San Donato. Ordinò poi che sulla porta dell'Asilo
e della Scuola Superiore si ponesse un cartello in
marmo colla traduzione del versetto 28 del Van-
gelo di S. Matteo, Gap. IX : Venite a me, o voi
76 FIRENZE AI DEMIDOFF
tutti che siete affaticati ed aggravati, ed io vi
soccorrerò (1).
La Scuola popolare cominciò ad ingrandirsi
nel 1837 coll'aggiunta di due stabili per l'Asilo
Infantile, con appositi locali ad uso di ricreazione
pei bambini, ed ebbe poi la Scuola simultanea di
S. Carlo, ebbe lavoratori per la Tessitura dei
drappi di seta (lavorazione provenuta dalle fab-
briche di San Donato) ebbe quelli di Tipografìa,
di Libreria e di Calzoleria, nei quali mestieri s'ad-
destravano i ragazzi delle Scuole ; ebbe i locali
per le bagnature salate, con tutte quelle como-
dità inerenti ad ogni esercizio, ed il fornello e-
conomico. Al medico s'addossarono le cure im-
portanti dello Stabilimento, e quella di vaccina-
zione nel popolo del Borgo.
Dal 1837 al 1846 furono ammessi all'Asilo In-
fantile 405 bambini, alla Scuola Superiore 724
alunni, ed a quella del disegno lineare 121 ; nei
laboratori se ne ammessero 130.
In questi dieci anni, il principe Anatolio De-
midoff di San Donato elargì alla pia Istituzione
la somma di lire toscane 138,350, pari a lire ita-
liane 116,214, delle quali 10,590, cioè lire italiane
8901.60 s'elargirono in sussidi alle famiglie più
bisognose fra quelle cui appartenevano gli edu-
(1) Questo versetto viddesi ripetuto nei pilastri dell'in-
gresso principale della villa di San Donato.
FIRENZE AI DEMIDOFF 77
candì dello Stabilimento, e gratificazioni alle mae-
stranze, od a qualunque addetto, che rendesse un
servizio straordinario (1).
Con animo riverente e lieto rammentiamo i
sentimenti delicati e affettuosi coi quali questo
campione della munificenza e della liberalità e-
largiva i sussidi ai suoi educandi. A norma del re-
golamento, la diligenza e la buona condotta dava
titoli agli alunni ad avanzamenti nelle Scuole, ma
non accordava loro nessun titolo a ricompense
in denaro o in donativi. Il principe Anatolio De-
midoff, che generalmente assisteva agli esami
annuali, pigliava in considerazione l'alunno che
principalmente meritava distinzione, e riversava
sulla di lui famiglia il benefizio di quella parziale
ricompensa che per impulso del cuore accordar
voleva ad un ragazzo diligente per incoraggiarlo
a perseverare nelle buone disposizioni : e così
avveniva che colla buona condotta un alunno
delle Scuole Demidoff procacciava tante libbre di
(1) Sino poi al 1870. le stesse elargizioni, fra manteni-
mento, innovazioni e compra di stabili a dote dell'Istituto,
scesero a lire 594,700; e nel 1869 il principe Anatolio fece
a favore dell'Istituto stesso una perpetua donazione del-
l'annua rendita di lire 14,416, scrivendole sul Gran Libro
del debito pubblico, per la quale spese lire 180,000 ; per
cui viene un totale di lire 774,700, in cui non sono com-
prese quelle largizioni agli alunni, o loro famiglie, che
fece dopo il 1846. (Vedi Capitolo seguente).
78 FIRENZE AI DEMIDOFF
pane al giorno per un anno alla sua famiglia, un
altro procacciava, collo stesso mezzo, dei letti com-
pleti ed altro mobilio per la casa ; un altro pro-
cacciava alla famiglia il gruzzolo di quaranta fran-
cesconi (224 lire italiane), un altro la dote per le
sorelle, un altro (per esempio un apprendista delle
tessiture che avesse finito il tempo dell'educan-
dato) si trovava fornito di telaio e mute di tra-
licci per poter tessere da sé nella propria abi-
tazione ; e dato il caso che il diligente alunno
avesse il padre assalariato nelle fabbriche di San
Donato, questi veniva dal Principe aumentato d'un
terzo del salario; vengono i divertimenti carne-
valeschi, e mentre i gaudenti tripudiano, il prin-
cipe Anatolio volge 1' animo alle famiglie lan-
guenti che mandano i figliuoli alle sue Scuole ,
e colla solita generosità le vuol beneficare (1) ;
essendo nel 1844 la città di Firenze desolata dallo
straripamento dell'Arno, Tillustre benefattore ri-
pristina le mal ridotte Scuole, sussidia indistin-
tamente le famiglie bisognose della Parrocchia
di San Niccolò, e forma una Deputazione che im-
mediatamente distribuisca soccorsi alle povere
famiglie danneggiate dalla inondazione nelle altre
(1) Nel carnovale del 1843-44, 1068 individui, componenti
182 famiglie, ebbero ciascuno due libbre di pane e mezza
libbra di minestra.
FIRENZE AI DEMIDOFF 79
Parrocchie (1); viene infine la festa di S. Niccolò
e quella di S. Anatolio, e le bisognose famiglie
degli educandi addetti alle Scuole Demidoff rice-
vono sussidi (2).
Il principe Anatolio Demidoff tutto vedeva
cogli occhi dell' anima, come con quelli della
mente, dal tugurio del derelitto alla reggia del
sovrano ; e tutte le circostanze, le piìi tristi e le
più liete, gli serviano per essere umano e prodigo :
il popolo è afflitto dalle calamità, lui lo soccorre, e
delega deputazioni che lo soccorrano a conto suo ;
nasce un figlio ad un sovrano, rivolge il pensiero
a degl'invalidi infelici (3) ; provvede di letto e di
(1) Dal rendiconto che i deputati presentarono ad ope-
razione ultimata, risultò : 1", che in sette Parrocchie erano
state sovvenute 590 famiglie, gl'individui delle quali scende-
vano a 43,257 : 2", che nella cura di S. Niccolò n'erano state
sussidiate 111 ; o\ che 65 di queste si trovavano in rapporto
coll'Asilo, colla Scuola Superiore e coi Laboratorio — Tra
le 65 famiglie degli addetti al Pio Stabilimento di S. Nic-
colò furono distribuite lire 2000, Non conosciamo l'ammon-
tare dei sussidi largiti nel resto delle famiglie di questa
Parrocchia, e nemmeno di quelli che nelle altre sei Par-
rocchie s'elargirono.
(2) Fra le largizioni che all' occasione di queste due
feste usavasi di fare, notiamo che nel 3 luglio 1845, ono-
mastico del principe Anatolio, fu assegnato, a dodici fami-
glie da estrarsi a sorte sopra 109, un libretto di lire cento
sulla Cassa di E,isparmio.
(3) Sino dal 1835, in occasione della nascita del principe
Ferdinando lY, che fu Granduca di Toscana, il principe
80 FIRENZE AI DEMIDOFF
mobilio la nuda stanzuccia, ed alla stanza regale
fa ornamento colla gran tavola di malachita (1).
Morendo suo padre, il popolo di San Niccolò ne
piange la perdita, ed egli, perchè questo popolo
avesse ognora dinanzi memoria viva dell'inde-
fesso benefattore munifico, fa dono al Municipio
Fiorentino del superbo monumento che abbiamo
rammentato alla fine dello scorso capitolo. E fra
gli oblatori per la facciata di Santa Croce, figurò
il principe Anatolio per l'ofierta di lire 7000.
Torniamo ai sentimenti pietosi di questo illu-
stre benefattore : abbiamo visto alla porta della
sua villa di S. Donato, ed a quella delle sue Scuole
come a sé chiama, colle parole di S. Matteo, le
Anatolio aveva domandato ed ottenuto, in data del 30 giu-
gno, d'esprimere le sue congratulazioni alla famiglia reale
col dare origine ad un'altra pia opera mediante il versa-
mento nella Cassa della E,. Depositeria d' un capitale in
contanti, col di cui reddito s'aprirono tre posti d'invalidi
nello Spedale di Bonifazio in Firenze.
( 1) Nella E/. Galleria de' Pitti ( sala Poccetti ) è la ta-
vola in malachita cìie il principe Anatolio DemidofP regalò
al Granduca di Toscana, e clie questi fece porre "'alcun
tempo dopo in Galleria. Questa ricca tavola, assai più
lunga di due metri, e più d'un metro larga, è montata in
bronzo dorato ; il piano è sorretto da quattro cariatidi nei
lati, fra cui, alle due teste, sono due vasi, ed ha una coppa
nel mezzo. Pu eseguita da M. Thomire a Parigi nel 1819,
epoca in cui il commendatore Niccola Demidoff abitava la
grande metropoli.
FIRENZE AI DEMIDOFF 81
creature affaticate ed aggravate per soccorrerle :
vediamo adesso quali istruzioni ha l' abitudine
d'impartire a coloro cui dà l'in carico di ammini-
nistrare la carità ai bisognosi : nella maggior
sala dell'Istituto, appiè di un'allegoria inquadrata
che riassume il concetto, diremo, delle fondazioni
Demidoff, si leggono queste testuali parole :
« Ceux que notre programme a spécialement
« en vue sont: d'une part les pauvres malades qui
« ont bensoin de médicaments pour le traitement,
« de linge pour les pensements, de secours en na-
« ture, et par fois d'aide en numéraire ; — et de
< l'autre les ouvriers qui le manque d'outils prive
< des moyens d'éxercer leur profession.
« La pauvreté qui se dissimule, ou qui n'ose
« se dévoiler est autrement digne que celle qui
« s'afflche (1)
« C'est à ses portes discrètes et mystérieuses
qu'il faut frapper. »
Sono parole estratte dalla istruzione che in
data 12 febbraio 1853 riceveva il Medico condotto
di S. Niccolò dal principe Anatolio Demidoff, cioè
il Medico stipendiato da Ini per curare gratuita-
mente i malati poveri della Parrocchia e per di-
stribuir loro gratuitamente medicine, mentre il
(1) A questa povertà che non vergognasi a domandare
l'elemosina, veniva distribuito più di 1000 lire al mese alla
villa di S. Donato.
FIRKNZE Ai DHMIDOKK
82 FIRENZE AI DEMIDOFF
Parroco della Parocchia stessa era incaricato della
distribuzione di altri soccorsi.
Nel momento d'allontanarci da S. Niccolò e
dalle Scuole, non vogliamo tacere la lapide che
nelFatrio delle medesime si trova a destra colla
presente iscrizione :
QUESTE SCUOLE
DAL BENEMERITO NICCOLA DE DEMIDOFF
OR SON VI LUSTRI
FONDATE
IL PRINCIPE ANATOLIO
DELLE PATERNE VIRTÙ SPLENDIDO IMITATORE
AMPLIAVA ABBELLIVA DOTAVA
ALESSANDRO MELCHIOR
CURANTE
DELLI INSIGNI LARGITI BENEFIZI
AD ETERN^ARE LA MEMORIA
LI ALUNNI RICONOSCENTI
PONEVANO
VI DICEMBRE MDCCCLVIH
GIOVANNI TAVIANI ANTISTE
REGGITORE
Custode geloso, e imitatore fedele delle belle
virtìi paterne, il principe Anatolio non si limitò alla
pratica dei generosi sentimenti e delle amorose
cure verso le scuole.
Suo padre avea fondato l'Istituto di Firenze, ed
era stato pur fondatore dell'Ospedale dei Bagni
FIRENZE AI DEMIDOFF 83
di Lucca ; l'acqua dell'Arno avea devastato l'Isti-
tuto, e quella del Camajore avea rovinato l'Ospe-
dale; Anatolio che riedificò ed ampliò il primo
Stabilimento, non avrebbe certamente potuto trat-
tenersi dalla riedificazione e dall'ampliamento del
secondo.
Per quanto nella costruzione del nuovo Spedale
si fossero usate tutte le prevedibili cautele per
garantirlo dagli effetti di piena anche maggiore
delle ordinarie del torrente Camajore che gli scorre
dinanzi, accadde nullameno al declinare dell'estate
del 1836, che le acque di questo fiumiciattolo, per
impetuosissima pioggia ingrossassero siffattamente,
che battendo violenti nel sinistro lato del fab-
bricato lo rovesciassero e traessero in rovina pure
il ponticello che poneva in comunicazione l'Ospe-
dale colla nuova ed elegante Cappellina che al
di là del torrente stava dirimpetto.
Il principe Anatolio, saputa la notizia del la-
mentevole disastro, mandò immediatamente la
somma di L. 10,650 all'amministrazione dell'Ospe-
dale di Lucca perchè nel più breve tempo possi-
bile venisse riparato al danno accaduto, e rima-
nesse assicurato lo stabile da nuove inondazioni.
Qualche anno dopo pensò d'andare a visitarlo, ed
al medico direttore delle Terme, ch'era pur me-
dico del pio Istituto, richiese una relazione parti-
colareggiata intorno a ciò che sarebbe abbisognato
perchè l'Ospedale con ogni appartenenza, e tutto
84 FIRENZE AI DEMIDOFF
il mobiliare che vi si doveva contenere nulla la-
sciasse a desiderare circa lo scopo cui era de-
stinato. Il medico non se ne stette in forse, ne
risparmiò cosa che gli paresse necessaria. La
somma richiesta fu vistosa, ingente, e subito messa
dal principe Anatolio a disposizione del .medico,-
pregandolo anco di sopraintendere, perchè quanto
era slato proposto si eseguisse presto e a perfe-
zione. E spediva in oltre, nella stagione balneare
al medico stesso, non lievi sovvenzioni jn danaro
per essere distribuite ai ricoverati più bisognosi:.-
Tali e tante opere benefiche, dovevansi praticare
verso l'Ospedale nel modo più celato ed e vango- :
lieo ; ma quel medico che delle medesime s'era
fatto strumento, credè suo dovere di renderne
informato il Governo, affinchè questi dimostrasse
la sua riconoscenza verso un benefattore così raro
ed instancabile nel porgere soccorsi alle creature
oppresse dall'infermità e dall'indigenza. Il .Governo
non trovando altra onorificenza che più elevata
rendesse la .posizione dei Demidoff si decise, dietro
proposta del Direttore delle Terme, a dare all'O-
spedale il nome della famiglia incomparabilmente,
illustre per le beneficenze pubbliche, e private.
Tale proposta, inviata il 30 d' agosto 1849^ venne
pienamente sanzionata con decreto ducale del 5
settembre successivo (1).
(1) La Rifurma, diario politico che si stampava in
Lucca,' riprodusse nel suo numero 115 del 12 settembre
FIRENZE AI DEMIDOFF 85
Ed altri anni ancora continuò il principe Anato-
lio ad esser largo dei suoi favori verso l'Ospedale
dei Bagni di Lucca, perlochè possiamo asserire
con giustizia che se fu dovuto alla carità di Puc-
cio quel tanto bene che non pochi poverelli amma-
lati ritrassero per oltre sei secoli dall'Albergheria
di S. Martino dei bagni caldi, dal 1825 in poi do-
vranno alla famiglia Demidoff quei benefìzi mag-
giori che saranno per ritrarre, essendo l'attuale
Ospizio provvisto di tutti gli agi dai nuovi tempi
richiesti, ed anche riccamente ornato.
Esso è costrutto su due piani e diviso in com-
partimenti destro e sinistro, il primo per le fem-
mine, il secondo pei maschi. Nella parte anteriore
al di sotto del primo piano vi sono stanze per
cucina, cantine ed altri comodi per servizio dei
malati. In ogni compartimento vi si trovano tre
grandi bacini per bagni e stanze per ogni ma-
niera di docce esterne. Se i malati abbisognano
di bagni a vapore o d'altre cure non eseguibile
nell'Ospizio, il medico ed il chirurgo hanno facoltà
di mandarli in qualunque altra delle Terme
locali che avvisar possano valere al caso speciale.
11 compartimento assegnato alle donne comprende
otto sale nelle quali sono distribuiti trent'un letto
forniti d'ogni occorrente. 11 lato degli uomini con-
1849, tutti i documenti ufficiali che si riferiscono all'as-
segnazione del nome Demidoff che porta l'Ospedale.
86 FIRENZE AI DEMIDOFF
tiene soltanto diciannove letti sparsi in quattro
sale. La differenza del maggior numero dei letti
per le donne deriva dall'aver voluto l'ammini-
strazione degli Spedali di Lucca, sino dalla co-
struzione di quest'Ospizio, riserbare tre sale da
destinarsi alle gettatelle ed orfane che vengono
dalla medesima alimentate. V'è inoltre un piccolo
quartiere pel Cappellano sopraintendente dell'O-
spizio che vi si trattiene durante la stagione
balneare, e vi son camere per i consulti medici o
chirurgici, non che molte altre destinate agl'in-
servienti. La stagione balneare comincia il 15
giugno e finisce il 15 settembre (1).
La fondazione della celebrata Casa di Benefi-
cenza di Pietroburgo, le cure, il capitale che il
principe Anatolio ha speso per le Scuole di Fi-
renze e per l'Ospedale dei Bagni di Lucca, for-
niscono una storia d'atti sì magnanimamente pie-
tosi, che il tempo non fa dimenticare, che qua-
lunque vicenda passa loro attraverso e li rispetta,
che la stessa perfidia, se osa urtargli talora, non
fa che rendergli piti incrollabili e più subUmi. Non
basta l'enorme patrimonio ad un mortale per
erigersi un monumento d'opere buone che alla
posterità lo rammenti e lo faccia benedire ; ci
vuol pure un cuore ben fatto, ci vuole un senno
(1) Di tutte queste informazioni andiamo debitori all'o-
pera citata del dottore A. Carina. (Vedi Capitolo segtiente
per le ulteriori informazioni).
FIRENZE AI DEMIDOFF 87
ben retto, affinchè queste opere producano i de-
voluti effetti, quelli effetti il cui merito s'imprime
negli uomini e si condensa in Dio. E chi è che
non distingue nei sentimenti, nei calcoli, nelle
meditazioni, onde sono condotte le gesta d'Anato-
lio Demidoff, sempre un solo ed unico motore,
cioè, il Vangelo ?
Non meno che a Pietroburgo, non meno che a Fi-
renze, il principe Demidoff altrove dispensa i suoi
soccorsi alla indigenza ; in Parigi eziandio, ne
scrivono in quel frattempo, che una pia persona
d'elevata condizione, avea l'incarico di distribuire
delle somme similmente favolose fra le povere
famiglie, senza distinzione di nazionalità o di
religione; e fermo sempre nel grande principio
che una buona educazione corrisponde all'essen-
ziale dei benefìzi, dodici giovani sono a sue spese
mantenuti nei migliori Istituti parigini dove rice-
vono ampia e completa istruzione. È però sotto
questo rapporto che lo spirito della nazionalità
viene a prender parte : otto di questi giovani
son Russi, ed a studi compiuti vanno mano a
mano nella Siberia, per ivi esercitare e far buon
uso delle cognizioni acquistate ; e secondo il me-
rito loro occupano impieghi, chi d'ingegnere mi-
neralista, chi di costruttore meccanico e chi di
direttore di lavori.
Dall'inesauribile beneficenza che Anatolio De-
midoff consacra al genere umano, risultano indi-
FIRENZE AI DEMIDOFF
scutibilmente tutti i possibili vantaggi per le
masse : ma perchè il merito del benefattore ne
superi tutte le benemerenze, bisogna che anche
la persona s' imponga il sacrifizio. A questo fine
il principe Anatolio sceglie la più pericolosa delle
circostanze per operare il suo sacrifizio personale.
Nel tempo in cui il colera facea sterminio a Pietro-
burgo), il magnanimo filantropo si pose tra il fla-
gello ed i rimedi, o meglio provvedimenti, che
non ammettono titubanze, né pusillanimità in
chi ha sentimenti umani : si getta tra la morte,
uno spedale sorge all'improvviso coi suoi capitali,
e lui si fa infermiere insieme agi' infermieri a
cui dà lo stipendio : ecco 1' uomo dalla vita sì
beata, i giorni della quale son tessuti a fili d'oro
puro, come 1' antichità direbbe.
A Parigi vi fu chi pretese che la munificenza De-
midoff, operata sopra sì vasta scala, avesse un fine
tutto politico : politica davvero eccellente, quando
che sia, poiché non si può domandare ad un
uomo strettamente conto delle intenzioni che lo
determinano al benefizio. Basta che il benefizio
esista, e che l'umanità ne lo risenta : a che pen-
sare al fine ? E poi, se una politica si vuole as-
solutamente vedere nelle prodigalità del principe
Anatolio, non bisogna cercarla che nel seguente
fatto: le conturbazioni politiche del 1854 lo tol-
sero alla sua quiete geniale per tradurlo all' Am-
basciata Russa in A^ienna, dov' era il principe
FIRENZE AI DEMIDOFF 89
Gortschakoff. Scoppiò la guerra in Crimea, che
menò immensi disastri ; in questa circostanza dal
vortice diplomatico, dimostrò il Demidoff come si
potessero accordare la carità del natio paese e le
simpatie elettive del cuore, col beneficare ad un
tempo i russi ed i francesi: in Odessa ed in
Marsiglia stabilì agenzie incaricate di soccorrere i
prigionieri delle due nazioni, e di prestarsi inter-
mediarie alle corrispondenze coi proprii parenti.
Che ne avvenne ? i due sovrani nemici, gli si-
gnificarono contemporaneamente la loro soddisfa-
zione e la loro riconoscenza. Il caso è singolare,
e degno solamente d' un filantropo magnifico e
sagace. E per concorrere quindi alla conclusione
della pace, il principe Anatolio fece la sua offerta
patriottica consistente in 400,000 rubli, ossia
1,600,000 lire (1).
Basti del cuore di quest'uomo grande: pas-
siamo alla sua mente.
Quali occupazioni dovessero recare a lui le
istituzioni di beneficenza potrà ciascuno agevol-
mente immaginarlo ; arrogi le occupazioni che
poteano e che dovean recargli i suoi dominii della
(1) Giusto è qui di notare che l'Impero Russo non ebbe
bisogno di tutta quella somma per soddisfare ai propri
impegni verso la Francia ; ed avvertito il principe Anato-
lio di quello eh' era sufficiente, egli rispose cbe ogni re-
stante si distribuisse ai poveri ; ed i poveri goderono la
loro parte della favolosa offerta.
90 FIRENZE AI DEMIDOFF
Russia, con quelle aziende grandiose che ormai
conosciamo ; e quel caos di lavorazioni e d'or-
dinamenti che si compieva in quella specie di
reggia qual si potea chiamare San Donato ? . . .
Sta benissimo che avesse i suoi parziali diret-
tori, e i segretari ; ma figlio di suo padre, come non
avrebbe potuto esaminare tutto quanto s'operava
dovunque in nome suo ? Egli tiene in proprie mani
le diverse ramificazioni di un'amministrazione il
cui personale comprende una miriade d' impiegati,
e sorveglia con minuziosa e paterna cura gli
avanzamenti e le mutazioni che sopravvengono
in questa moltitudine d'agenti, la maggior parte
dei quali vive nell'agiatezza, ed anche nell'opu-
lenza.
Non v'ha dubbio : quest'uomo virtuoso, invece
di moltiplicarsi per godere gli agi della straor-
dinaria sua fortuna, si moltiplicava per il lavoro,
del quale le accennate occupazioni non erano che
la minima parte, e la meno impegnosa.
Spiegamoci addirittura più apertamente. Ab-
biamo detto in principio che i suoi primi studi
furon rivolti verso la scienza : eccoci al punto.
Mentre il Demidoff stava in Firenze, discu-
tevasi nelle regioni del nord la importantissima
quistione se lungo le rive dal Don al Donetz,
giacessero o no considerevoli strati di carbon
fossile; se la Russia Meridionale dovesse avere
0 no una industria propria. I due punti di sif-
FIRENZE AI DBMIDOFF 91
fatta discussione preoccupavano, com'è naturale^
tutta la contrada. Anatolio Demidoff si propose
d'intraprendere lo scioglimento di tanta questione,
< Il mio disegno di viaggio, die' egli, era da
lungo tempo meditato, quando mi fu dato di met-
terlo sotto gli occhi dell'imperatore (1) chiedendo
l'augusto suo consentimento per cotale spezie di
pellegrinaggio, nel quale ciascun viaggiatore do-
veva aver ad esplorare un campo speciale di
studi e di osservazioni. Il consentimento più pieno
e generoso accolse il mio disegno. Anzi, l'impe-
ratore, il quale si piace d'incoraggiare ogni ma-
niera di merito, non avuto verun riguardo alla
patria, si degnò di concedere a' miei compagni
quasi tutti forestieri, una testimonianza della sua
speciale protezione, con ordini precisi a tutti i
magistrati dei governi che per noi si dovevano
scorrere : importante, mercè cotale alta solleci-
tudine che ci seguiva per ogni dove, fummo ono-
revolmente accolti e sovvenuti d'ogni cosa op-
portuna.
« La primavera del 1837 era scorsa rapida-
mente fra gli apparecchi e le operazioni preli-
minari della spedizione. Non sì tosto la naviga-
zione fu aperta tra l'Havre e Pietroburgo, avviai
verso questa capitale sottomastri e strumenti
di scandaglio appropriati ad effettuare le inve-
(1) Niccolò I, Imperatore di tutta le Russie.
92 FIRENZE AI DEMIDOFF
stigazioni minerali, tale essendo lo scopo precipuo
del nostro viaggio. Questo primo convoglio era
composto d'un abile capo di lavori, Ayraud, e di
quattro mastri sotto gli ordini suoi, forniti di nove
apparecchi compiuti. Cotale carovana, col suo vo-
luminoso corredo il cui peso oltrepassava le ot-
tanta mila libbre, fu commessa alla direzione di
Paolo Kolounoff, amministratore sperimentato per
lunghi ed utili servigi. Come prima la spedizione
sbarcasse a Cronstadt, doveva traversare tutto
l'Impero da tramontana ad ostro per andare ad
innalzare le sue tende non lungi dall'imboccatura
del Don ; lunga e faticosa impresa per certo, con-
dotta a termine con eguale ardore e perseve-
ranza.
« All'aprirsi del mese di maggio, i direttori
di sì fatta esplorazione minerale lasciavano alla
lor volta la Francia, e si conducevano per la via
pili breve, attraversando l'Alemagna ed i governi
della Russia Meridionale, verso le terre del Don
e del Donetz, ove dovevano trovare la prima spe-
dizione messa in piedi e presta ad operare sotto
i loro comandi.
« Questa seconda divisione era composta di Le
Play, dotto ingegnere del corpo reale delle mi-
niere di Francia, di Lalanne, ingegnere nel corpo
reale di ])onti e strade, e di Malinvaud, ingegnere
civile, antico alunno della scuola de' minatori di
S. Stefano, incaricati ambidue, sotto la direzione
FIRENZE Al DEMIDOFF 93
di Le Play, degli studi topografici e chimici, con-
cernenti i terreni da esplorare.
« Allorquando si trattò di dare opportune dispo-
sizioni per la partenza della sezione, della quale
mi era riserbato la condotta, volgendo l'animo
alle difficoltà ed agl'indugii che ci attendevano
nel cammino, specialmente nell' Alemagna se
restavamo uniti, mi determinai a far partire
alla volta di Vienna, sin dal 6 giugno, Huot,
Léveillé e Rousseau , i quali, senza troppo acce-
lerare il loro viaggio, avessero a visitare le città
e le regioni che loro erano sconosciute ; giunti
a Vienna dovevano aspettarmi ed unirsi a due
altri membri volontarii della spedizione,- Adollb
del Ponceau e Achille della Roche-Pauchin, i
quali si proponevano di seguirmi nella Russia,
ed aveanmi dato quel luogo per convegno.
« Io partii addì 14 giugno, accompagnato da
Raffet e da Sainson ...»
Dopo sei mesi, la carovana tornò in Francia
dalla parte d'Odessa, apportando quei resultati
che coronarono tutte le speranze. Ciascuno degli
scienziati che ne avevano fatto parte, dette mano
alla compilazione di narrazioni, di descrizioni, di
memorie e d'osservazioni, affine di dar pubblica-
mente conto dei propri assunti.
Mentre si compilava, e si stampava il Viag-
gio nella Russia Meridionale e nella Crimea, o-
pera magnifica composta di quattro volumi di
04 FIRENZE AI DEMIDOFF
testo e due d'illustrazioni, Anatolio Demidoff, che
redigeva la parte narrativa compresa nel primo
volume, fece inserire nel Journal des Debats (1838
e 1839), dodici lettere indipendenti dall'opera, e
che poi furono pubblicate nel 1840 in un volume,
sotto il titolo di: Lettres sur V Empire de Rus-
sie (\).
Il primo volume ed il terzo deiropera suddetta,
dedicata a S. M. Niccolò I Imperatore di tutte le
Russie, videro la luce in Parigi nel 1840, e com-
parvero nella stessa città nel 1842, il secondo e
il quarto volume.
Abbiamo già detto che la narrazione del viag-
gio compilata da Anatolio Demidoff, viene com-
presa nel volume primo, ed ora diciamo come
nel volume secondo si comprendono : F, Studi
frenologici del dottore Gaubert sopra nove crani
umani raccolti nella Crimea (2) ; 2*, Osservazioni
(1) Quattro di queste lettere furono pubblicate dallo
«tesso Demidoff in un opuscolo intitolato : Esqmsses d'un
Voyage dans la Russie Meridionale et la Critnée, Paris 1838.
E lo stesso volume, cioè tutte dodici le lettere, venne pub-
blicato tradotto in alemanno nel 1852 col titolo : La Russia
paragonata ad altre Monarchie d' Europa secondo Demidoff.
(2) In una nota che il signor Sainson pone nell'opera, si
avverte che questi crani sono stati raccolti nella Penisola
conosciuta dagli antichi sotto il nome di Tauride, e che il
rispetto professato per le tombe dai Tartari e gli altri
abitanti attuali della contrada, non permise alla spedizione
Demidoff di procurarsi quantità maggiore di tali resti in-
FIRENZE AI DBMIDOFP 95
medicali e enumerazione delle piante nella Tau-
ride, del dottore Léveillé ; 3", Viaggio geologico
in Crimea, e nella penisola di Taman, del natu-
ralista Huot ; 4°, Descrizioni dei principali corpi
organici fossili della Crimea, di Huot e Rous-
seau. — Il terzo volume comprende : P e 2^, Ca-
taloghi specificati dei mammiferi e degli uc-
celli della Fauna Pontica ; 3*» e 4% Notizie sui
rettili e sui pesci del mar Nero, del professore
de Nordmann. — Nel quarto volume poi il mine-
ralista Le Play dà un trattato della esplorazione
dei terreni carboniferi dei bacino del Donetz.
Le Illustrazioni dell'opera consistono in ses-
santacinque incisioni, d' un album composto di
settantotto tavole tra vedute , scene ed episodi
dei diversi luoghi, e d'un atlante con 95 tavole
d'oggetti di storia naturale i quali era parso op-
portuno ai dòtti viaggiatori di raccogliere per
conservare e per cavare notizie, il tutto dise-
gnato e colorito al naturale da Raffet: di questi
oggetti portati a Parigi, una parte vennero donati
teressanti. L'origine dei crani trovati in una terra dove ri-
posano le spoglie di tante razze diverse, ò necessariamente
incerta; ma qualche parola sulla storia locale potrà non-
dimeno servire d'aiuto alle congetture della scienza. I tre
punti che fornirono le teste ai viaggiatori sono i territori
di Kertch, di Teodosia e di Yalta : ve ne sono alcune ap-
partenenti ad un' antichità remota, ma altre apparten-
gono ad un'epoca più moderna. (V. Opera, tomo 2.°).
96 FIRENZE AI DEMIDOFF
al Museo della stessa città, ed un'altra a quello
di Pietroburgo.
L'opera venne stampata, si può dire simulta-
neamente, in francese, in russo, in alemanno, in
inglese, in italiano, in ispagnuolo, in portoghese
ed in polacco, tanto fu con plauso generale ac-
colta per la sua grande importanza scientifica.
Nella dedica dell'opera il nobile autore ram-
menta al SLio monarca che un'antica scoperta a-
veva già indicata la presenza del carbon fossile
nei governi non lungi dal Don e dal Donetz, e
come fosse pur quella una speranza di Pietro il
Grande; quel vasto genio, il cui sperare fu,rara-
mente indarno, aveva detto : « Questo minerale
diverrà una ricchezza pei nostri posteri. »
Difatti, quel genio immortale nemmeno in ciò
s'era ingannato ; ma da lui sino ad Anatolio De-
midoff, nessuno aveva osato d'andare in cerca di
« quegli ampi covi di terra matrice, in cui gia-
ceva questa nuov'anima del mondo naturale, che,
meglio dell'oro, forma oggidì la ricchezza dei po-
poli. » Ed i popoli devono dunque ricchezza sif-
fatta a un discendente di Nikita Demide, che un
secolo e diversi anni dopo la di lui morte ne in-
traprese coraggioso, e illuminato dagli studi, la
scoperta a proprie spese. La intrapresa gli costò
non meno di 750,000 franchi : ecco in qual modo,
l'uomo della carità evangelica, intendeva il pa-
triottismo.
FIRENZE AI DEMIDOFF 97
Né a questa opera scientifica solamente limitò
il principe Demidoff le illustrazioni di che intese
onorare la patria, ma ben tosto ad altra opera
dette mano che della prima rimane ben degna.
Radunò una schiera d'ottimi disegnatori cui com-
mise di percorrere le centrali province dell'im-
pero moscovita, e di copiarvi quanti monumenti
e prospetti che poteano riscontrar meritevoli d'il-
lustrazioni : di questi disegni si compose quindi
un album d'alto pregio, che pure fu pubblicato
in Parigi, col titolo di : Vayage pittoresque et
archéologique en Russie éxecuté en 1839.
Inoltre, un altro progetto letterario occupava
la mente infaticabile del principe Anatolio, e
consultava il suo ingegno eletto : anche questo
progetto fu maturato, e per effettuarlo nell'inte-
grità cui r immaginazione avevalo disegnato, si
circondò nuovamente di persone sapienti, con a
capo il valente e fido Raffet. Tra loro mosse nel
1847 alla volta della S pagna, di cui percorse le
coste da Barcellona a Siviglia. Studiò lungh'esse
principalmente le istituzioni di beneficen'^a, colle
nuove applicazioni del sistema penitenziario, no-
tando i progressi conseguiti, e quegli più vasti
conseguibili da quella nazione ormai sottrattasi
alla persecuzione delle fazioni, al flagello di
guerre intestine. I ricordi che scrisse in questa
pellegrinazione fornirono i materiali per un'altra
opera in due volumi, uno di testo e l'altro d'il-
FIREN'ZE AI DEMIDOFF 7
9S FIRENZE AI DEMIDOFF
lustrazioni, ricchissima di belle descrizioni, di note
storiche interessanti, di tradizioni e leggende di-
lettevoli ; la quale opera, intitolata : Étapes ma-
ritimes sur les cótes d'Espagne_, de la Catalogne
à VAndalousiej dovevasi pubblicare nel 1848 in
Italia, ma che a motivo degli sconvolgimenti poli-
tici nella nostra nazione, come l'autore avverte
nella sua dedica alla regina Isabella di Spagna,
si pubblicò solamente nel 1858 in Firenze, coi
tipi Le Mounier (1); fu anche quest'opera stam-
pata in quattro lingue, cioè, francese, italiana,
spagnuola, ed alemanna.
Alla pubblicazione delle tappe sulle coste della
Spagna, tenne dietro quella dieWAlbo della To-
scana, che il principe Anatolio fece apposita-
mente disegnare agli abili artisti Ciceri e Durand.
La fama dell'uomo illustre nelle lettere e nelle
scienze ebbe rapide ali, e già percorse, colla pub-
blicazione della prim'opera, tutta l'Europa. Per
le scienze essendo particolarmente appassionato
tenevasi al corrente d'ogni progresso delle me-
desime ; e cercava di favoreggiarne l'incremento
mercè sperimenti e applicazioni ; a Parigi, l'Isti-
tuto reale di Francia ebbe ad annoverarlo fra'più
(1) Stante il ritardo della pubblicazione, parve all'au-
tore che l'opportunità dell'opera venisse minore, epperciò
ne limitò la tiratura ad uno scarso numero d'esemplari,
la maggior parte destinati agli amici in dono.
FIRENZE AI DEMIDOFF 99
assidui frequentatori delle sue sedute, alla cui
dotta Società comunicava tre volte al giorno le
osservazioni metereologiche provenientigli da due
osservatorii che avea fatto stabilire ne' suoi pos-
sessi de' Monti Urali ; l'Accademia delle Scienze
fa da lui dotata di preziose opere chinesi sull'a-
stronomia, ed alla Società de' Geografi, della
quale era uno dei vice-presidenti, donò una ricca
collezione di carte russe si antiche che moderne ;
e quante onorificenze non ebbe questo magnifico
mecenate, dalle piìi illustri società scientifiche
d'Europa, che ne ascrissero il nome nell'albo
loro?
Circa le attrattive che il prestigio dell'arte e-
sercitò sulla sua immaginazione, scrivevasi a Pa-
rigi mentre il Viaggio nella Russia Meridionale
stava in corso di stampa: « Il prestigio delle
arti è uno degl'incantesimi pii^i deliziosi che pos-
sano rendere più soave un'esistenza privilegiata.
Il signor Demidoff è troppo ricco per non farli
largamente contribuire ai suoi piaceri, ed è troppo
intelligente per evitar qualunque cattiva scelta fra
tatti i tesori che la pittura e la scultura mettono
a sua disposizione. Le sue collezioni di quadri,
d'oggetti preziosi e di storia naturale, formano
l'ammirazione degl'intelligenti. Diciamo degl'in-
telligenti, e non a caso scriviamo la parola. Fra
gli acquisti numerosi che il signor Demidoff
ha fatto in Francia nulla v'è di mediocre, ed in
100 FIRENZE AI DEMIDOFF
SÌ bella scelta le arti dei giorni nostri han ri-
cevuto un incoraggiamento dei maggiori.
« In queste belle gallerie (1) si trova il quadro
di Giovanna Gray, la Morte del Pussino, il Nau-
fragato di Goudin, che sono senza tema di con-
traddizioni, delle pagine ammirabili ; poi, una
magnifica collezione di Greuze, le produzioni mi-
gliori di Demarne, e le meraviglie della scuola
olandese, le quali, per quanto possiamo rammen-
tare, provengono dalla vendita dell'Eliseo (2).
« Non bisogna dimenticare essere al signor
Demidoff che Bruloff, pittore russo di distintis-
simo talento, deve la produzione ed il successo
del suo primo quadro : avendo il mecenate sa-
puto scuoprire ed indovinare questo talento na-
scente, volle incoraggiarne generosamente le
prime prove, ed operò in tal circostanza una dop-
pia munificenza, poiché il quadro andò in pro-
prietà dell'Accademia delle Belle Arti di Pietro-
burgo (3).
(1) S'intenda i palazzi di Pietroburgo e di Parigi, ma
soprattutto la villa di San Donato.
(2) Per queste meraviglie della Scuola olandese, vedi
ultimo capitolo del libro : Descrizione della Galleria di
San Donato.
(3) Il Bruloff, che tra'pittori russi contemporanei s' alzò
a maggior fama, si trovava in si povera condizione, clie
la scintilla del suo genio si sarebbe certamente spenta
senza rivelarsi, ove Anatolio Demidoff non l'avesse man-
tenuta viva co' suoi soccorsi.
FIRENZE AI DEMIDOFF 101
« Tutti gli artisti presentano i loro quadri
al signor Demidoff, il quale, come vediamo, non
compra che i migliori. I pittori a cui si ricusa
di comprare (ed il numero degli scartati è ben
considerevole) gridano a squarciagola che il signor
Demidoff non ama, né prolegge le arti, l'accusano
di parsimania, mentre non fa che prova di di-
scernimento. I quadri ch'egli ha pagato al di là
del prezzo richiesto, fanno evidentemente assol-
vere il signor Demidoff da quest'accusa che ha
molto del ridicolo. »
Senza lasciare questa materia artistica proce-
deremo quindi a dire del Museo Napoleonico di
S. Martino all'Isola d'Elba, altra intrapresa da
fare epoca nella vita d' un magnifico mecenate,
d'un cultore profondo della storia archeologica (1).
Il principe Anatolio Demidoff aveva comprato
nel 1851 all'Isola d'Elba, la casa ch'era stata abi-
tata da Napoleone I, e i contornianti terreni da
(Ij Un volumetto in francese d'autore anonimo, edito
a Firenze nel 1860, contiene l'intiera storia di questo Mu-
seo, cominciando dall'origine, le descrizioni esterne ed in-
terne, il catalogo delle opere e degli oggetti contenutivi,
con molte dettagliate notizie intorno ai medesimi. Dei cenni
storici, e dei ragguagli descrittivi di cui noi qui ci ser-
viamo, se ne servi pure l'egregio conte Tullio Dandolo pel
suo pregevole volume intolato : Panorama di Firenze^ la
Esposizione Nazionale del 1861, e la Villa Demidoff a San
Donato, stampato a Milano nel 1863.
102 FIRENZE AI DEMIDOFF
lui posseduti. Chi entra nella baja di Portofer-
raio scopre lontanamente appiè di verdi monta-
gne, nel punto in cui due dossi arrotondati si
congiungono declinando, un casolaretto bianco
che i marinari sogliono additare dicendo : — Ecco
S. Martino ! — Quel casolare, che fu stanza di Na-
poleone, posa di presente su vasta base, e domina
da quella il paese ; trasformazione, quasi direi
apoteosi, dovuta al nobile cervello del principe
Demidoff, colla quale intese di rendere omaggio
non tanto ad un uomo, quanto al genio che non
riconoscendo frontiere, è di proprietà universale,
e spetta alla intera umanità.
Ecco in breve la storia dei cambiamenti so-
pravvenuti, dopo trentasei anni di squallore, alla
casa che Napoleone abitò sul finire del 1814 e il
principiare del 1815.
Ella s'affaccia ad un giocondo vallone che
guarda levante e scende al mare, lasciando in-
travedere la baia di Portoferraio, e la città pog-
giata sur una scogliera a penisola, pittoricamente
coronata dalle sue vecchie merlature medicee. In
fondo alla rada son visti elevarsi i gioghi della
catena di Rio, che davano ferro sin dai tempi
di Virgilio, e sovrappendono allo stretto di Piom-
bino. Poc'oltre, dall'altro lato del canale, si di-
lunga un'aspra costiera grigia, e nereggiano le
montagne interiori della Toscana.
Sedotto da queste bellezze pittoresche, le quali
FIRENZE AI DEMIDOFF 103
hanno sapore di romitiche, comecché poco disco-
ste dalla città, il grand'esule comprò il tenimento
di S. Martino, sul quale non esisteva altra abita-
zione tranne quella occupata dai villici ; la con-
verse in comoda dimora, e fece la meta di quoti-
diani passeggi lungo il verno che passò a Porto-
ferraio. Divenuta celebre per questo, la vil-
letta di S. Martino chiamò a sé innumerevoli
visitatori, avidi di vedere Teremo, che, nella me-
ravigliosa epopea napoleonica, fu la stazione su-
prema del grande uomo tra Fontainebleau e San-
t'Elena.
Morto Napoleone, San Martino toccò per ere-
dità al figlio, e, trapassato in breve anche questo
a Maria Luisa, che lo cedette ai fratelli Bona-
parte, dai quali l'ebbe il principe Demidoff; in
sua mano, e per suo proposito, assumette un'im-
portanza monumentale, costituita sacrario de' ri-
cordi napoleonici.
Ricoglitore diligente di checché fosse apparte-
nuto al grand'uomo, ed avesse relazione a' casi
ed epoche della sua vita, Demidoff sagacemente
avvisò che le copiose adunate dovizie accresce-
rebbero di pregio se venissero collocate, e bella-
mente ordinate là dove aveva dimorato colui al
quale appartennero, a cui si riferivano. Ma la
piccolezza della casa di S. Martino non gli con-
sentiva la collocazione di siffatto Museo ; ed anco
sarebbegli rincresciuto sottoporla a mutazioni che
104 FIRENZE AI DBMIDOFF
l'avrebbero spoglia della flsonomia primitiva : de-
termi aò pertanto, rispettando la religione delle
memorie, di crearle al lato quel sentimentale Mu-
seo del quale essa avesse a diventare precipuo
decoro e complemento. Tale si fu l'origine del
sacrario napoleonico di S. Martino.
Al bel concetto, rapida ne corrispose l'attua-
zione. Ne furon lievi o poche le difficoltà supe-
rate. Tratta vasi di non invadere colle nuove co-
struzioni il campo della tradizione storica ; d'ar-
monizzare la maestosa severità architettonica del-
l'ideato ediflzio colle giocondità del sito silvestre;
di lasciare intatto intorno la conservata casuccia
il terreno stato pesto durante dieci mesi di feb-
brile irrequietudine da tal uomo, per cui agi-
tarsi era vivere, ed appo il quale alle grandi i-
spirazioni dell'intelletto soleva accompagnarsi il
moto della persona. Un terrazzo, o belvedere, cor-
rea davanti l'abitato, sostenuto da un vecchio
muro che'facea vista di baluardo. Al soggiacente
campo, che niente presentava di caratteristico, o
che particolarmente si riferisse a Napoleone, fu
domandata l'area del Museo, che con bella e se-
vera fronte, dilungatosi quanto il baluardo, e co-
stituitoglisi fino a livello del terrazzo si congiunse
a questo col ripiano del copertoio orizzontale, e
ne quadruplicò la superfìcie. Così fu provveduto
che niuna trasformazione venisse inflitta al vecchio
casino e suoi accessorii immediati ; mentre per chi
FIRENZE AI DBMIDOFF 105
guarda da lontano, e dal basso, le nobili linee
architettoniche del nuovo edifìcio si trovano so-
stituite al muraglione di sostegno, e prestano al-
l'eremo napoleonico una specie di piedisiallo.
L'illustre architetto Matas somministrò i di-
segni, e diresse la costruzione del Museo di S.
Martino, a cui le cave d'Isola fornirono il granito
rosato delle colonne monoliti dell'esteriore, e tutti
i marmi variocolorati che ne decorano allo in-
teriore pavimenti e pareti. Nelle fondamenta era
stata posta una pergamena colla iscrizione se-
guente : « Il 30 ottobre 1851 — regnante Leo-
poldo II Granduca di Toscana — alla presenza
del principe Anatolio Demidoff — fondatore —
fu collocata la prima pietra di questo edilizio —
destinato a conservare — presso la stanza tem-
poraria dell'Imperatore Napoleone — nel 1814
— storici ricordi — riferentisi alla sua persona
ed all'epoca sua — religiosamente rispettando
l'abitazione primitiva — di S. Martino. » Così per
le cure associate d' un artista sagace, e d'uno
splendido mecenate, provvidesi alla conservazione,
alla integrità, al decoro della casa napoleonica.
Il Museo di S. Martino è un monumento d'or-
dine Dorico, costrutto in pietra dura chiamata
granito giallo, e misura 64 metri di lunghezza
da un'ala all'altra, con un'altezza, dall'attico al
di sopra del suolo, di 10 metri e mezzo ; ha di-
verse gallerie longitudinali e trasversali ; la piìi
106 FIRENZE AI DEMIDOFF
grande delle lungitudinali ha una lunghezza in-
terna di 23 metri e mezzo. S'entra nel Museo
per mezzo di tre alte gradinate. Le interne pa-
reti, ornate di semplici pilastri sono rivestite di
stucco ad imitazione del granito grigio, sul quale
staccansi i capitelli e la cornice a stucco bianco.
Secondo l'intenzione dell'architetto, questa severa
decorazione deve dare l'idea d'una cripta grani-
tica scavata nella massa su cui riposa l'abita-
zione di Napoleone. La divisione delle navate
vien fatta da colonne di granito, quattro delle
quali formano nel mezzo un atrio quadrato, dove
si nota un caminetto di quarzo rosa ; altre due
colonne, poste a ciascun'estremità della grande
galleria, separano la medesima dalle gallerie
trasversali. Il soffitto del Museo è fatto a cassoni
di granito a fondo azzurro, su cui si staccano
dei rosoni di bronzo; i quali rosoni, al soffitto
dell'atrio vengono sostituiti da croci della Legion
d'Onore con delle api. Il pavimento è di marmo
a spartiti, le cui divisioni son di granito.
Tutte le opere di scultura e di pittura, acque-
relli e miniature (84 in complesso), rappresentano
soggetti della famiglia Bonaparte ; gli oggetti,
come porcellane, bronzi, relique, medaglie, album
e via dicendo (1), tutto appartenne al grande im-
peratore, alla sua famiglia od alla sua storia.
(1) Fra opere e oggetti, il catalogo va sino al N" 264.
FIRENZE AI DEMIDOFF 107
Fra gli scultori, quasi tutti recenti, dominano
il nome del fiorentino Pampaloni e quello del car-
rarese Monconi ; fra' pittori, pure recenti, domina
il nome del napoletano Morelli ; figurano poi, frai
primi, il Cambi ed il Giolli, fra'secondi, Morghen e
Gordigiani, tutt'e quattro fiorentini, insieme agli
stranieri Canova, Yernet, Bellanger, O'Connell,
Gerard, Pradier, Grenier, Steuben^ Goudin, RafFet,
Parant ed altri ugualmente di fama bellissima.
Questi dettagli che abbiamo dato in succinto
sul Museo Napoleonico di S. Martino, basteranno
a chiunque per formarsi un'idea del pensiero emi-
nentemente generoso d'Anatolio Demidofl verso
un uomo immortale, del suo nobilissimo progetto
realizzato col dispendio enorme di 800,000 lire.
Dopo quasi vent'anni d'esistenza, la forza delle
ciscostanze fece chiudere le porte di questo Mu-
seo alla contemplazione dei visitatori, ma l'edi-
fizio monumentale resta tuttavia, e quando il na-
vigante approda la baia di Portoferraio dicen-
do : — Ecco S. Martino, — conviene che ag-
giunga : — quella fu casa di Napoleone , e quello
fu Museo Napoleonico edificato ed ordinato dal
principe Anatolio Deìnidoff.
Qual mano sacrilega potrebbe abbattere quella
e questo ?
Tutto quello che abbiamo detto della vita del
principe Anatolio Demidofi*, si può ritenere come
un ristretto delle cose principali da lui operate
108 FIRENZE AI DEMIDOFP
nell'interesse delle masse, a prò deirincivilimento
sociale, del progresso delle scienze, per l'amore
delle arti e delle industrie, infine, senza esser
egli un ministro, un alto funzionario dello Stato,
funziona per tal modo negli Stati, che dal ta-
pinello all'operaio, dall'artista allo scienziato, dal
primo magistrato al re, tutti gli sono debitori di
riconoscenza ; epperciò vogliamo chiamare la sua
vita, siccome l'abbiamo narrata, una vita pub-
blica delle meglio spese.
Quanto alla sua vita privata, bisogna neces-
sariamente cercarla fra le pareti dei suoi palazzi.
Il compito rimane assai difficile per noi che non
abbiamo mai personalmente conosciuto il prin-
cipe Anatolio, ne mai penetrammo ne'suoi san-
tuari. É perciò che ogni ragguaglio sulla sua
vita privata, preferiamo di darlo in una sem-
plice e bene ammissibile considerazione, cioè :
il lavoro essendo per lui un istinto, sopporta e di-
simpegna il compito che gl'incombe la direzione
suprema del suo regno industriale, compito che
troppo grave troverebbero al certo la maggior
parte dei meno opulenti. Come dividere il tempo
fra le immense occupazioni di questo straordinario
lavoratore, noi noi sapremmo ; ma siamo per cre-
dere che non abbastanza il giorno fosse lungo
per lui, imperocché, avesse pure il suo grande
stuolo d'impiegati superiori tra direttori, segretari
e rappresentanti, ma non foss'altro che per istare
FIRENZE AI DEMIDOFF 109
informato di ciò che avveniva dei prodotti delle
fabbricazioni dei metalli nella Siberia e di quelli
delle fabbriche di seterie in San Donato, non fos-
s'altro che per progettare viaggi ed opere, pren-
dendo parte a quelli e a queste, non foss'altro
che per dare disposizioni riguardo a Gallerie, Mu-
sei ed Istituzioni di Beneficenza, vedremo che an-
che nel cocchio, coi magnifici cavalli, che pure
formavano una delle sue passioni, anche negli
aristocratici convegni della sera, il principe Ana-
tolio Demidoff compieva la sua parte di lavoro.
Nel 1859 quest'uomo benemerito del mondo
partì l'ultima volta da Firenze, quivi lasciando
tante memorie inestinguibili di lui, e recatosi a
Parigi, laggiù proseguì l'opera sua benefattrice
sino al 1870, nel quale anno, al mese d'aprile,
lasciò la terra per tornare a Dio, compianto dai
popoli che avea beneficati.
Il principe Anatolio Demidoff avea sposata,
correndo il 1840, nella cappella russa della propria
Villa di San Donato, la principessa Matilde Bo-
naparte figlia di Girolamo e nipote di Napo-
leone I ; il matrimonio fu tale quale può essere
quello di personaggi augusti, ma le felicità mal
corrisposero ai voti : i Bonaparte troppo aveano
calcolato di riparare ai danni sofferti dalla ca-
duta dell'Impero in poi, al che non credè giusto
il principe Anatolio Demidoff di far servire il
proprio patrimonio : è per questo increscioso mo-
110 FIRENZE AI DEMIDOFF
tivo che rammentiamo il matrimonio soltanto
dopo la sua morte, e come il punto capitale della
sua vita privata. Eppure, dimentico delle affli-
zioni che tanto motivo gli aveva cagionate, ri-
spettò nondimeno il Grande Bonaparte sino al
punto di erigere alla sua memoria un sacrario
nel modo splendidamente generoso che abbiamo
veduto.
Oapitolo VII
// Principe Paolo Demìdoff di San Donato
La Bibbia di S. Matteo - Fondazione della Pia Casa femminile di lavoro a Pa-
rigi - Fondazione dell Ospedale pel Bambini a Klew - Il principe Paolo Consi-
gliere di Prefettura in Kamenetz-Podoisk e Sindaco di Klew - Fondazione
d'un Ospizio pei Bambini a Klew - Nuovi abbellimenti alla Villa di San Do-
nato • Nuovi Ingrandimenti delle Scuole di San Niccolò • Acquisto delia celebre
tenuta dei Sovrani di Toscana a Pratolino - Istituzione di Società di Mutuo
Soccorso • Il principe Paolo Capo della Croce Rossa in Klew per soccorrere
i feriti nella guerra contro i Turchi - Mantenimento d'uno Spedale a Kicw
pei colerosi - Quistione Israelitica - Quistione Greca - Cariche onorifiche del
principe Paolo presso l'Imperatore Alessandro II - Il principe Paolo e gli Ospiti
Reali a Pietroburgo • Il Principe Paolo al Ministero dall'Interno • Cucine Eco-
nomiche a Firenze - Celebre dimostrazione a San Donato • Sottoscrizione ad
Opere Pie - Morte del principe Paolo ed ì Sovrani che s'associano al lutto
della desolata famiglia • Uso del patrimonio Demidoff.
^"T^ A famiglia Demidoff conta già due secoli
^l^V ^ trenfanni, stabilitane, come abbiamo
S^^-è fatto, la nascita dello stipite nel 1656; e
sino dal 1760, per quanto a noi sia stato concesso
di rinvenire la storia della sua munificenza, assi-
stiamo ad un trasmettersi non interrotto di tanta
virtù che merita d'essere considerato, e che con-
siderandolo, reca non lieve consolazione al cuore,
sempre meglio insegnando quanto possa il do-
112 FIRENZE AI DEMIDOFF
mestico esempio negli animi gentili. Alla fine
del quarto capitolo abbiamo osato dire che la sto-
ria dei benefizi prenderà in questa grande fa-
miglia delle proporzioni senza limiti, e se non
bastasse a renderci ragione dell'asserto la nota
filantropia munifica del commendatore Niccola, se
non bastasse quella che abbiamo visto praticare
al principe Anatolio, un altro Demidoff'or ce ne
dà novelle prove, sempre così ampie, cosi lumi-
nose, che ci rendono assai piìi forti nella nostra
convinzione : è il principe Paolo.
Questo Paolo ebbe i natali a Weimar (Ger-
mania) il dì 9 ottobre 1839, e furono a lui geni-
tori, come si è detto alla fine del V Capitolo, il
Governatore Paolo Demidoff*, ed Aurora Garlovna
Stjernwall-Walleen. Rimasto senza padre nel
primo anno della vita, la madre lo allevò con
affettuose cure, e gli fece dare, sempre presso di
lei, l'educazione che comporta la fanciullezza, e
che preparare lo doveva per l'università.
Giovinetto lo pose infatti nell'Università di Pie-
troburgo, dove acquistò l'amore e l'affezione della
scolaresca intiera e di qualunque superiore, vuoi
per la docilità dell'indole, vuoi per l'affabilità e
la cortesia delle maniere ; quanto alla diligenza
e all'attitudine per lo studio, ci limiteremo a darne
idea col dire che a quindici anni entrava nel
numero degli studenti la facoltà di Giurispru-
denza. Versatissimo però nei diversi rami di studi,
FIRENZE AI DEMIDOFF 113
si addestrò in essi ugualmente l'intelletto, e dette
nell'uno e nell'altro degli ottimi saggi e ben si-:
curi. Venne particolarmente iniziato alla carriera
diplomatica.
Sotto l'egida dello zio Anatolio, che s'era fatto
suo tutore, lasciò l'Università quando toccava i
venti anni, e sentendo il bisogno di educare l'ani-
ma, quanto aveva coltivato l'intelletto, onde porsi
colle opere caritatevoli a livello dei padri suoi,
qualora non pervenisse ad illustrar con esse mag-
giormente il nome, intraprese a studiare la vita
umana in quelle fasi che sono più intime all'u-
man cuore, passando fra le piìi calamitose con-
dizioni .... Penetrato dalla Bibbia, volle cono-
scere la miseria, volle porsi a contatto colla sven-
tura: a Pietroburgo, a Londra ed a Parigi, vi-
sitò Asili e case di ricovero, i refugi e dormitorii
destinati ad ospitare nella notte gli sfortunati bi-
sognosi, gli ospizi, gli spedali, le prigioni ....
Paolo Demidoff, questo Creso, questo Rothschild
della Russia, voIIq, vivere anche da povero, e
pili d'una volta per sovvenire agli altrui bisogni,
si privò d'ogni somma che teneva a sua disposi-
zione onde provare davvero quello che sia la ri-
strettezza, ed affinchè un giorno il, Padre Sommo
gli avesse a dire nella celeste gloria : « Ebbi
fame, e mi deste da mangiare ; ebbi sete, e mi
deste da bere ; fui pellegrino e mi ricoveraste ;
ignudo e mi rivestiste, malato e mi visitaste ;
FIRENZE AI DEMIDOFF 8
114 FIRENZE AI DEMIDOFF
carcerato, e veniste da me (1). » Quali frutti
classerò i sentimenti dell'anima di Paolo Demi-
doff , temperati a queste sacre parole della Maestà
Divina, e illuminati dagli esempi de' maggiori, lo
vedremo di mano a mano.
Conviene quivi accennare che fra la domesti-
chezza e l'esercizio con cui consacra vasi alla pra-
tica delle cure che intendeva prodigare alla u-
manità infelice, lo zio previdente ed amoroso, gU
facea trovare il tempo e il modo d'abituarsi an-
cora alla direzione suprema delle grandi ed e-
stese amministrazioni e degli immensi dominii
che sono nei Demidoff ereditari.
Iniziato alla carriera diplomatica fu successi-
vamente addetto all'Ambasciata Russa di Parigi
e a quella di Vienna.
A 26 anni s'unì in matrimonio colla princi-
pessa Maria Elimovna Metschersky dalla quale
n'ebbe u.n unico figlio, Elim, e della quale rimase
vedovo nel 1868. In omaggio alla medesima con-
sorte, aveva fondato a Parigi, nel 1867, una Pia
Casa Femminile di lavoro, che intitolò Santa Ma-
ria, nella quale da 3 a 400 donne traevano quoti-
dianamente la loro sussistenza ; questa impor-
tante Istituzione durò sino alla famosa Comune
del 1870, e costò a Paolo Demidoff la somma di
900,000 franchi.
(1) San Matteo : XXV, 35-41.
FIRENZE AI DEMIDOFF 115
Dietro la perdita della giovine consorte amata,
s'allontanò dalla carriera diplomatica, tornando
in Russia, e volle stabilirsi nella città di Ka-
menetz. Quivi s'accese d'un amor patrio supe-
riore a quanto si potrebbe immaginare, e di tutto
ciò che la sua mente era capace di pensare, molto
alla patria ne derivò vantaggio. Senonchè il sen-
timento della filantropia munifica entrava, si può
dire, in ogni suo progetto, e per le opere di be-
neficenza e di decoro poneva sempre a disposi-
zione il suo patrimonio : continuamente mosso
dalla passione di proteggere l'educazione, l'istru-
zione, l'incivilimento nazionale, accordava con-
siderevoli sussidi alle istituzioni educative, alle
Università, e più particolarmente alla Università
di Pietroburgo dove avea studiato.
Nel 1870 si riputò in dovere d'accettare dal
governo la nomina di Consigliere della Prefettura
di Kamenetz-Podolsk, nelle cui attribuzioni di-
spiegò discernimento e zelo da servire del migliore
esempio.
Andò pili tardi a Kiew, della quale città fu e-
letto Sindaco due volte, e bene apparisce come
la simpatia e l'ammirazione si meritasse da ogni
ceto di quella cittadinanza.
Un'altra domestica gravissima sventura lo ama-
reggiò nell'aprile del 1870, quando perse l'amato
zio Anatolio, che gli avea tenuto luogo d'affet-
tuoso padre.
116 FIRENZE AI DEMIDOFF
Erede solo delle grandi ricchezze e d'ogni titolo
della sua nobile casata, il nuovo principe di S. Do-
nato si trovò nella necessità di moltiplicare la sua
mente, trattandosi di dovere assumere le redini
d'una di quelle poche aziende private che, come
già conosciamo, per vastità, per divisioni, e per
complicazioni somigliano le amministrazioni d'uno
Stato, trattandosi di guidarla e di condurla senza
compromettere il decoro e la fama onde si formava
la parte più preziosa dei tesori avuti in retag-
gio dagl'illustri suoi predecessori. Ed a che ne
sia venuto il principe Paolo anche in questo
particolare di così estrema delicatezza, alto lo
dicono i titoli e le cariche imperiali a lui confe-
rite, come pure lo dice la venerazione che l'uni-
versale ha già dimostrata per la sua memoria.
Nel 1871, il principe Paolo passò in seconde
nozze, sposando la principessa Elena Troubetz-
koi. Da questa seconda unione gli nacquero sei
figli, vale a dire : tre maschi, Nikita, Anatolio
e Paolo ; e tre femmine, Aurora, Maria ed Elena.
Nikita , il primogenito , morì nel 1874 , secondo
anno di sua vita, e la di lui morte addolorò pro-
fondamente i genitori : nella memoria del caro
pargoletto estinto, il principe Paolo fondò a Kiew
un Ospizio pei bambini. Quale tenero affetto in
questa fondazione !
Nei dieci anni che corrono dal detto 1871 al
1880, r esistenza di Paolo Demidoff comprende
FIRENZE AI DEMIDOFF UT
tutta una vita d'incomparabili onori e di bellis-
sima gloria, di quella gloria che l'uomo nobile
può solo acquistarsi colle opere praticate per
mera virtù del cuore, abbellite dagli aviti nobi-
litar! fasti, all'altezza dei quali sa mantenersi in
ogni circostanza, con tutta la dignità da lui ri-
chiesta.
Giovanetto ancora, mentre era studente nel-
l'Università di Pietroburgo, avea visitato, insie-
me allo zio amatissimo, il principe Anatolio, la-
mena e ricchissima sua tenuta di San Donato,
e si vede che questa, alla gentil Firenze accosto,
avea svegliato in lui giustissime attrattive. Tal-
ché, dal momento delle sue seconde, ed auspi-
cate nozze, e nel tempo che la dilettissima prole
a lui cresceva e lo rapia di dolce tenerezza, al-
ternativamente abitò tra le diverse città della
sua patria, ma più particolarmente a Kiew, e la
nostra poetica città che chiamasi dei fiori.
Ripeteva peraltro, di quando in quando, i suoi
viaggi nella Francia, o nella Svizzera, nell'In-
ghilterra, 0 in Alemagna. Erano questi viaggi i
suoi diporti, e se gli rendeva essenzialmente pia-
cevoli collo spargere lungh' essi consuete e ripe-
tute traccie dei suoi pietosi e filantropici sensi.
Veniamo senz'altro ai fasti di gloria, onde la
vita sua si abbella durante il decennio menzionato,
e che sono per fermo le gemme preziosissime che
per sempre brilleranno di più nella invidiabile co-
118 FIRENZE AI DEMIDOFF
rona da cui la sua cara memoria è cinta, e diciamo
primamente che venuto nel medesimo anno 1871
a Firenze colla nobilissima consorte, volle fare an-
ch'egli dell'antica capitale del regno d' Etruria la
sua patria adottiva ; e dietro una tale deliberazione,
intraprese degli abbellimenti nuovi alla già magni-
fica villa di S. Donato, profondendo in essi delle
somme ingenti, occupando grandissimo numero di
persone a lavorare, ed a sua volta facendo sentire
alla popolazione fiorentina i benefizi non lievi della
caritatevole munificenza. Era enormemente ricco,
e pensava ad abbellire di più quello che possedeva
di bello, pensava a rendere piìi comodo quello
che possedeva di comodo, accresceva insomma
lo splendore, a questo suo dominio che quanto
mai splendea per vaghezza e per sontuosità più
unica che rara.
Però, nel tempo istesso, si recava alle Scuole
di S. Niccolò, a quella cara Istituzione di bene-
ficenza che coll'acquisto di S. Donato era stata
fondata dal suo nonno, il comm. Niccola, quella
Istituzione Pia che colFaccrescimento di S. Donato
era stata accresciuta dallo zio Anatolio, quella
Istituzione Santa, già presa sotto il proprio pa-
trocinio, ch'egli volle abbellire ed aumentare an-
cora, mentre ancora abbelliva ed aumentava S.
Donato. Diciamo Istituzione Santa, perchè desti-
nata a raccogliere la prole del popolo, quella in-
fanzia sprovvista di tutto, per quivi tutto farle a-
FIRENZE AI DEMIDOFF 119
vere ; né altro di più santo poteva darsi sulla
terra per questo celebre benefattore, il quale
aveva per principio fondamentale della sua vita
il passo citato della Bibbia di S. Matteo ; che a-
veva per passione precipua ed innata, l'affezione
per la infanzia più negletta; sì, i figliuoli del
popolo, partecipavano dell'affezione paterna che
il principe Paolo aveva per gli stessi figli suoi (1).
Comprò dunque sino dal 1871, uno stabile at-
tigno alle Scuole di S. Niccolò, per la somma di
L. 50,000 franchi, e lo trasformò in una sezione
per le fanciulle, come pure per farvi la Cappella
delle Suore di Carità. Ed una volta fattane la
fusione coiristituto, la generosità del principe
Paolo andò tant'oltre che dell'annesso comprato
(1) L' affezione che il principe Paolo nutriva pei figli
mescliinelli del popolo, in più particolare maniera la dimo-
strava in certe feste dell'anno, poicliè profittava, qnal tenero
padre, di tali occasioni, per far pervenii' loro una parte di
quei dolci che agli stessi suoi figli venivano in tavola ser-
viti. — Ed affinchè i suoi figliuoli prendessero l'abitudine,
sino dalla loro fanciullezza, di proteggere con amore le
Pie Istituzioni di Beneficenza, manteneva in loro nome ne-
gli Asili di queste un certo numero d'orfanelli, oltre quelli
che già manteneva nel nome ^Droprio, ed in quello della
principessa Elena, sua degnissima consorte. — (Queste intor-
mazioni le abbiamo tolte dall'annuale Rapporto del Diret-
tore del Pio Istituto Demidoff di Firenze, l'egregio profes-
sore Leopoldo Gennaioli ; e da lui letto all'occasione della
distribuzione dei premi agli Alunni il 13 Dicembre 1885.)
120 FIRENZE AI DEMIDOFF
e trasformato con tanta spesa, pagò ancora la
pigione annualmente all'Amministrazione dell'I-
stituto, dal momento che l'occuparono le Suore (1).
Versò inoltre la somma di lire 5,000 nella Cassa
Municipale per essere distribuite ai poveri di Fi-
renze, e sottoscrisse per 1500 lire onde restau-
rare il Panteon italiano di Santa Croce.
Dopo essersi fatto dimora fiorentina della son-
tuosa villa di S. Donato, colla grande tenuta
piena di agi e di dovizie, pare che il soggiorno
di tale località non appieno confacesse ai bisogni
della sua natura, ed acquistò, nel 1873, dall'am-
ministrazione degli eredi dell'ultimo sovrano di
Toscana, Leopoldo II di Lorena, l'immensa ed al-
pestre tenuta di Pratolino, antica residenza dei
(1) Le Suore cominciarono nel 1874 ad occupare lo sta-
bile comprato dal compianto principe Paolo, e questi fino
d'allora pagò per esse all'Amministrazione del Pio Istituto
l'annua somma di L. 900 a titolo di pigione, somma che
viene oggidì pagata dagli eredi di lui. Tra la compra del
detto stabile, il mantenimento dei bambini nell'Educatorio,
largizioni a prò della sezione delle Suore ed a prò della
Cassa del Pio Istituto, lo stesso Principe consacrò la somma
di lire 132,000. Non si possono valutare le altre copiose
largizioni da lui prodigate a prò degli alunni o loro fa-
miglie, non figurando queste sui registri dell'Amministra-
zione. E nemmeno l'Ospedale dei Bagni di Lucca, fu di-
menticato dal principe Paolo che, dalla morte di suo zio,
passò a quello un annuo sussidio di lire 1800, che durò
sino al 1881.
FIRENZE AI DEMIDOFF 121
toscani regnanti sino da Francesco I dei Me-
dici, il quale aveva fatto costruire al Buontalenti
quel parco si celebre per le tante magnificenze
e meraviglie, ivi ammirate per più di due se-
coli e mezzo, dagli stranieri avidi d' ammirar
le bellezze sublimi ; ed in quel luogo elevato,
esposto ai raggi del mezzogiorno, protetto dai
venti tramontani, ricco di mille attrattive, spese
altri parecchi milioni pensando ritornarlo al pri-
stino splendore, ne fece la sua nuova dimora pre-
diletta a grande ristoro, e diremo a mera ri-
generazione degli abitanti locali, come delle po-
polazioni circonvicine, che immensi, e per anni
prolungati, furono i lavori d'ogni genere, dei rin-
nuovamenti e delle riattivazioni (1). Per mezzo
suo soltanto cominciarono a sorgere fra quei po-
poli le associazioni di Mutuo Soccorso, e fiori-
rono siccome vedonsi fiorire nelle città nobili,
fra civili cittadini : Pratolino riebbe l'antico a-
spetto di piccola capitale colla dispendiosa corte :
la differenza stava solo in questo, che cioè il prin-
cipe Paolo non pagava gli splendori di Corte coi
danari dello Stato, ma spendeva principesca-
mente, come lautamente proteggeva ed aiutava
col proprio patrimonio.
Nel medesimo tempo fa tanto di trovarsi nella
Russia quando il colera scoppia, e mentre i Russi
{{) Vedi Parte II, Gap. V.
122 FIRI^NZE AI DEMIDOFF
si battono coi Turchi, nelle quali tristissime circo-
stanze il principe Paolo Deraidoff non respira l'aure
soavemente profumate di Pratolino né di San Do-
nato, non s'aggira nei prati ameni, fra gli spaziosi
viali doviziosamente adornati di vaghi fiori sma-
glianti, e di piante onde s'alternan le delizie, non
s'allieta fra gli agi dorati della villa ereditata dai
suoi né fra quelli della villa sovranesca da lui com-
perata. . . egli si trova in Kiew, dove non abita
in un palazzo, ma in un appartamento d'albergo
il quale non è situato nel quartiere migliore della
città, senza nemmeno il refrigerio d'un modesto
giardino ; per la guerra é messo a capo della
Società di Soccorso ai combattenti feriti, che si
chiamò la Croce Rossa, e tanto lui chela principessa
Elena sua degna consorte, s'adoprano con zelo
impareggiabile, consacrano somme enormi nei
provvedimenti conformemente alla gravissima ur-
genza, e senza badare ai pericoli della troppo fune-
sta circostanza, prodigano costanti e infaticabili,
con somma abnegazione, le lor cure affettuose ai
patriotti che rimangono feriti. E prima di ciò, nel-
l'occasione del colera, eransi visti, il Principe e la
Principessa Demidoff, nella stessa città di Kiew,
dar simili esempi di grandezza d'animo, di quella
grandezza rara che spinge la creatura umana
al sacrifizio estremo in prò dell'umanità che viene
flagellata. Il generoso principe Paolo mantiene a
sue spese uno spedale in Kiew, e nel medesimo
FIRENZE AI DEMIDOFF 123
funziona da vigile e da infermiere, siccome lo zio
Anatolio aveva fatto nella città di Pietroburgo.
Non parliamo del Cristo che va in Galilea per
guarir lebbrosi e indemoniati ; questo lui solo po-
teva fare come il Cristo Redentore ; rammentiamo
S. Carlo Borromeo, che per devozione al proprio mi-
nistero tanta parte prende ai soccorsi che in Mi-
lano si recano ai colpiti dalla peste nel 1576, egli
era però l'arcivescovo che diventava santo ; e fra
qualche altro esempio consimile di cui la storia
può fare menzione, rammentiamo l'Imperatore di
Russia, Niccola I, a Pietroburgo, nel 1831, e il Re
d'Italia Umberto I, nel 1884 a Napoli, che si mesco-
lano generosamente ai colerosi per assisterli e con-
fortarli ; la Russia e l'Italia ammirarono i Sovrani,
e nell'ammirarli loro aumentarono d'amore, di fe-
deltà, di devozione ; ma i Demidofi" non sono ar-
civescovi che la chiesa sta per santificare, non
monarchi che per tratti generosi lasciano immor-
tali punti nella Storia; i Demidoff sono privati
cittadini che possono vivere da Cresi, da LucuUi
da Semidei, che possono sfuggire il flagello dove
si manifesta ; ma no ; lo vanno spontaneamente
ad affrontare, mettendo la vita cogli averi a re-
pentaglio del pericolo imminente, perchè il sen-
timento umano a ciò gli spinge. E chi potrebbe
dire che un altro sentimento, fuorché quello della
vera umanità, ispirasse ai Demidoff tanto solenne,
tanto esemplare abnegazione ?
124 FIRENZE AI DEMIDOFF
Un altro fatto degno di rimaner per terzo
ira i due surriferiti, perchè neanche questo potrà
dimenticarsi a Kiew, né dove è storia d'intra-
prese umane, si verifica allorché dalla Russia si
vogliono scacciare gl'Isdraeliti ; il principe Paolo
Demidoff prende a cuore la causa loro e stre-
nuamente la difende alzando la voce con un eru-
dito opuscolo, nel quale svolge una tesi opportu-
nissima, ammirabile per ricchezza d'eloquenza e di
acume, proclamando ed affermando l'uguaglianza
loro dinanzi alle leggi umanitarie ; s'applaude l'o-
pera del pj'incipe Paolo, la stampa russa fa suo
l'argomento, lo propala, lo sostiene unanime, ed
è perciò che le persecuzioni contro gli Isdraeliti
perdono di forza.
La politica, a sua volta, reclama la mente del
principe Paolo, già addetto al Ministero dell'In-
terno, ed egli tratta la quistione Greca da uomo
prudente, da diplomatico sì dotto, che in questo
pure riscuote plauso e benemerenza universale.
Il celebre filantropo, il grande umanitario è insi-
gnito del titolo di Eghermeister daS. M. l'Impera-
tore Alessandro II • torna nel Ministero anzidetto,
dove si nomina presidente della Società che ha per
iscopo l'incoraggiamento eia prosperità dell'indu-
stria e del commercio ; avvenne che il nostro Re
Umberto, quand' era ancora principe ereditario,
si recò, colla sua sposa, la regina Margherita,
a visitare in Pietroburgo l' Imperatore di Rus-
FIRENZE AI DEMIDOFF 125
sia, ed ecco il principe Paolo destinato dal
suo Sovrano all' alto onore di render loro tutti
quegli omaggi addicevoli ad ospiti reali ; onde
in compagnia di loro rimane giornalmente,
finché non lasciano la Russia. In questa occasione
si formò e prese grandissima consistenza la con-
siderazione intima che il re d' Italia accordò al
principe Paolo DemidofF, della qual cosa tutta la
Russia se ne mostrò lieta ed onorata.
Di quali grandi memorie non s'abbellisce inol-
tre resistenza del principe Paolo DemidofF, nel de-
cennio dal 1871 al 1880! Notiamone un'altra, la
quale sta impressa nell'anima di Firenze, e che
durerà finché qui la storia della munificenza dura.
Ma premettiamo che il tutore di tutte le I-
stituzioni di Benificenza fondate dai DemidofF,
non ha mai tralasciato di vigilare, d'ispezionare
runa e l'altra, d'accordare provvedimenti a qua-
lunque ne presentasse la opportunità, conforme
la sacra missione che è retaggio della illustre
famigUa sua benefattrice, di concedere incorag-
giamenti, ricompense, sussidi alla guisa che i
suoi cari estinti solevano fare, il che potremmo
ancora provare con altri splendidi, palpitanti, ed
innegabili esempi, se non bastasse il già detto a
riguardo delle Scuole di Firenze.
Ecco r avvenimento memorando, glorioso, al
pari d' ogni altro avvenimento di gloria, la cui
menzione non possiamo più oltre tramandare.
126 FIRENZE AI DEMIDOFF
Correva l'anno 1878, e la popolazione fio-
rentina ebbe in esso un periodo di troppo pe-
nosa distretta. Il lamento generale scese al cuore
pietoso del celebre filantropo, ed egli pronto, come
sempre, ad offrire sé stesso per alleviare il pati-
mento altrui, formò in questa circostanza il gran-
dioso progetto d' istituire a Firenze una Cucina
Economica a totale suo carico. La pose sotto il
patronato della nobile sposa, anch'essa tanto ca-
ritatevole, quanto gentile, e ne affidò Tesecuzione
alla locale Società per la repressione dell'Accat-
tonaggio. La Cucina Economica Elegia Demidoffj
s'inaugurò il dì 12 Novembre 1878, e funzionò
sino al 31 Marzo 1879, con un ordine così scru-
poloso, da far provare la maggiore soddisfazione
al generoso istitutore, che visitava i locali pren-
dendo cognizione dei più minuti dettagli, che
assaggiava e faceva assaggiare ad illustri perso-
naggi ch'erano seco i generi da distribuirsi per
assicurarsi che fossero d' ottima qualità, e che
assisteva alla distribuzione di trecentonovanta-
nove razioni in un solo quarto d'ora, tanta pron-
tezza, senza confusione, permetteva il modo col
quale si distribuiva. Questa Cucina Economica,
costò al Grande Benefattore l'egregia somma di
L. 32,442.
« Ma Firenze, la sventurata Firenze, si legge
nell'apposito rendiconto storico compilato dal Si-
gnor Colonnello Comm. G. S. Erosali, che era
FIRENZE AI DEMIDOFF 127
stato uno degP Ispettori per la parte esecutiva,
non restò muta a questo atto generoso ; esso come
una scintilla elettrica penetrò nel cuore delle mol-
titudini, e vi fece sorgere spontaneo il pensiero
di attestare ai Principi di San Donato la gratitu-
dine e r affetto verace di tutti buoni fiorentini.
Fu un pensiero nobile e gentile che si manifestò
con un simultaneo desiderio, partente dalla mag-
gior parte dei cittadini, che sentivano il bisogno
di dimostrarlo al munificentissimo Benefattore
della loro città.
« Si formò un comitato, si diffusero schede di
sottoscrizione, ed in pochi giorni si videro co-
perte di firme.
« Nessuna offerta dovoa essere minore di
cinque centesimi, né maggiore di una lira. Fu-
rono diecimila cinquecento settantanove le firme
raccolte. Un vero plebiscito d' affetto e di rico-
noscenza. »
Il comitato fece modellare al professore Ulisse
Cambi una medaglia, che poi fu incisa in oro da-
gli artisti Vagnetti e Farnesi. La dedica è questa :
AI PRINCIPI
PAOLO ed ELENA DEMIDOFF
DI SAN DONATO
FIRENZE RICONOSCENTE
1879.
Nella faccia sono i ritratti del Principe e della
128 FIRENZE AI DEMIDOFF
Principessa, riusciti di perfetta somiglianza ; e
nell'esergo, Firenze scolpisce in una colonna i no-
mi dei Demidoff, sacrandoli al perpetuo culto della
gratitudine cittadina.
L' otto di giugno fu il giorno prefìsso per la
presentazione della medaglia. Con più di sessanta
Associazioni, con dieci o dodici fra bande e fanfare,
formante un insieme di circa seimila persone, si
riunirono fra le 2 e le 3 poni, in Piazza di Santa
Maria Novella ; e passando dalla via dei Fossi
e Borgognissanti, accompagnate da un' immensa
folla di popolo, andarono processionalmente fino
a San Donato, dove giunsero alle 4. In quella
celebre villa, dove tanti tesori d'arte antica e
moderna, stavano raccolti, i Principi, in compa-
gnia di parecchi personaggi appartenenti alla
pili alta nobiltà cittadina, e di diversi rappresen-
tanti delle varie Opere di Beneficenza attendevano
il comitato, e lo riceverono appunto nel grande
atrio in cima allo scalone, fra le ricchezze più
sorprendenti. Il comitato presentò al Principe
una Teca contenente la Medaglia d'oro racchiusa
in elegantissimo astuccio d' avorio, portante le
cifre intrecciate, incise in argento ossidato, delle
LL. EE., coi punzoni relativi, e un volume ma-
gnificamente rilegato, che conteneva le diecimila
cinquecento settantanove firme dei cittadini obla-
tori. Nel presentare un cosiffatto attestato di be-
nemerenza offerto dalla cittadinanza fiorentina.
FIRENZE AI DEMIDOFF 129
il presidente del comitato pronunziò queste brevi
ed acconcie parole:
« Eccellenze!
.« Altieri dell'onore che oggi la città di Firenze
« ci concede, di presentare alle Vostre Eccellenze
« il risultato di un plebiscito d'amore e di gra-
« titudine, noi proviamo alla presenza Vostra nn
« sentimento di ammirazione, ripensando agli in-
« numerevoli benefìci che con nobili intenti e con
« generosità senza pari, spandete sulla nostra città.
« È per mezzo nostro, o Munifìcentissimo
« Principe, che Firenze, spontanea, viene ad at-
« testarvi la sua gratitudine.
« Possa questo tenue attestato esser gradito
« dalle Eccellenze Vostre, e dimostrarvi che il
« Popolo Fiorentino, anche oppresso dalle pub-
« bliche sventure, serba e serberà imperitura e
« cara memoria, di chi mostrò sempre avere
« nobile mente e generoso cuore.
« Firenze, 8 Giugno 1879.
« Il Comitato. »
Questo indirizzo scritto in pergamena, fu
poscia consegnato al principe Paolo, che eviden-
temente commosso, rispose in nome suo e nel
nome della Principessa, con le seguenti parole
che trascriviamo testualmente, non osando sfiorare
col tradurle, come con bel tatto disse il signor
FIRENZE AI DEMIDOFF
130 FIRENZE AI DEMIDOFF
Prosali nel raccoglierle, la squisita gentilezza e
l'affetto di cui soqo improntate :
« MessieurSj,
« Si je viens vous repondre en francais, c'est
« que, lìélas, ma langue est moins italienne que
« mon coeur.
« Je vois, Messieurs, que vous pratiquez la
« lecture dii l'Evangile, que vous en suivez les
« préceptes, et que les paroles du Christ ont un
« écho dans votre coeur. Vous en donnez la
« preuve aujourd'hui en récompansant un ouvrier
« de la dernière heure comme s'il avait été de
« la première. C'est votre droit, et je ne puis que
« vous en remercier.
« Dans cet Album, plein de signatures, qui me
« vont toutes au coeur, il y en a certaines qui
« ont cóuté une goutte de sueur, et celles-là, re-
« steront plus gravées encore dans ma mémoire
« reconnaissante.
« Depuis plus d'un demi siede ma famille est
« unie à Florence par des liens de sympathie ré-
« ciproque. Ce qui pouvait se briser, vous Tavez
« voulu consacrer en ce jour.
« Comme l'anneau nuptial lie deux époux par
« un lien indissoluble, ainsi cetto médaille res-
« serre à jamais les liens qui unissent ma fa-
« mille à la ville de Florence.
« Elle resterà desormais comme un o-age sacre
FIRENZE AI DEMIDOFF 131
« entre vos déscendants et les miens, qui sau-
« ront la conserver avec une reconnaissance qui
« ne peut avoir d'égale que celle que je ressens
« pour vous. »
Come l'anello nuziale lega due sposi con le-
game indissolubile, ha detto il principe Paolo
Demidoff ai fiorentini, così questa medaglia strin-
ge per sempre i legami che uniscono la mia fa-
miglia alla città di Firenze.
Bisognerebbe essere ben privi d' ogni gen-
tile sentimento per non distinguere in queste pa-
role il sentimento più squisitamente sincero e
delicato, che sia possibile d'immaginare. E poi :
« Questa medaglia, va terminando il Prin-
cipe, rimarrà sempre un sacro pegno fra' vostri
discendenti ed i miei, che sapranno conservarla
con una riconoscenza che non può aver per u-
guale che quella ch'io provo per voi. » — Se questo
pensiero sublime non è ispirato dalla mera no-
biltà del cuore, qual calcolo avrebbe potuto farlo
esprimere al Grande Benefattore, rivolto ai suoi
beneficati ? . . . .
La commozione fu generale, ne poteva essere
altrimenti. Fra gli unanimi e clamorosi applausi,
fra lo sfilare delle numerose Associazioni, e fra
le presentazioni che la grande circostanza ri-
chiedeva, le musiche alternavano la marcia Reale
Italiana, e l'Inno Imperiale Russo.
Una scena sì imponente, in quella principesca
FIRENZE AI DEMIDOFF
villa colla plaudente assistenza che affollatissima
e compatta stavasene al di fuori, compresa tutta
di giubbilo, di festa e d'entusiasmo, è cosa che
vanamente imprenderebbesi a descrivere, come
non si può ridire l'effetto che nell'animo di cia-
scuno produceano le parole che la Coppia illustre
pronunciava dalla grande terrazza per augurare
a Firenze giorni più prosperi e piìi felici !
Splendida oltre ogni credere, ed oltre ogni cre-
dere spontanea, questa dimostrazione è registrata
ad indelebili parole nella storia nostra, con tutta
la solennità, compiuta da ogni classe della cit-
tadinanza. Festa senza paragoni tra le feste che
a privati siansi qui potute fare, festa d'entusia-
smo generale, febbrile, eatusiasmo giustificato al
grado sommo, imperocché tutti sappiamo, e dob-
biamo rammentare che quante opere, sia di carità,
di pubblico decoro, quante istituzioni sorsero in
questi ultimi tempi a Firenze, colla mira del pub-
blico bene, dell'incoraggiamento e del culto per
le arti, trovarono nel principe Paolo quell'aiuto
costante per opera e per danaro, quale non è
dato assolutamente di trovare fra noi in altri be-
nefattori, in altri filantropi, in altri mecenati.
La facciata del nostro Duomo, opera insigne
dell'arte nostra, che dopo tante prove costo-
sissime fatte sino dai tempi della Repubblica fio-
rentina, e dai magni Medici Duchi e Granduchi,
dopo tanti secoli di desiderio patito dai fioren-
Firenze ai demidoff 133
tini, or viene scoperta e prende posto fra' più
insigni monumenti d'Italia, (1), ebbe nel principe
Paolo Demidoff uno dei più efficaci patrocinatori,
e dette a prò della medesima la bella somma di
lire 38,000 (2) ; passava lire 300 mensili alla Società
di S. Giovanni Battista, ed altrettante alla Società
Fiorentina per la repressione dell'accattonaggio.
Patrocinò la Società Donatello che sorse col più
ammirabile programma e molte altre Associa-
zioni fiorentine; appartenne a gran numero di Co-
mitati, ed il suo nome figurò inoltre tra i primi
in tutte le sottoscrizioni di beneficenza che a suo
tempo si fecero a Firenze. Invitato ultimamente
a far parte del Comitato per la costruzione delle
case pei poveri, subito aderì premuroso, e colla
sua solita generosità si pose fra i sottoscrittori
di 5,000 lire, dichiarando in pari tempo d'essere
disposto sempre a far tutto quanto da lui sareb-
besi richiesto per decorare ancora la città di
Firenze, per beneficare la fiorentina popolazione
povera .... e chi sa mai quante e quante fa-
miglie, quante e quante persone in lotta colle
tribolazioni, colle afflizioni d'ogni sorta, cogli
stessi pericoli più gravi, e la disperazione^ trova-
(1) Vedi Appendice.
(2) Per lire 30,000 sottoscrisse in proprio, lire 5,000 le
raccolse da oblatori stranieri, e 3000 lire furono il pro-
dotto dei biglietti d'ingresso al Parco S. Donato, avendolo
il Principe Paolo a tale scopo reso visibile mediante pa-
gamento.
134 FIRENZE AI DEMIDOFF
rono segretamente nell'animo nobilissimo del
principe Paolo un paterno ed efficace conforto,
una consolazione sovrumana ; chi sa mai quanti
e quanti intelletti, presso ad essere avviliti, schiac-
ciati, spenti sotto le tenebre più tetre, non tro-
varono in quel cuore sensibile, liberale, la vita,
la luce, l'onore ; e chi sa mai, finalmente, quanti
e quanti altri benefìzi sarebbe stato capace que-
st' uomo dal cuore sublime, a prò della grande
famiglia umana intiera, che dovunque soffre o lan-
guisce, se la morte non l'avesse, ahi, troppo pre-
sto ! tolto a questo mondo (1) ! ... .
La morte ! Parola tremenda, che non avrei
mai voluto lasciare sfuggir dalla penna !
Ma ohimè ! pur troppo, la sua vita da tutti i
poveri sì amata, perchè a tutti i poveri molto
preziosa, si spense a Pratolino, fra le braccia
dell'illustre consorte adorata, e nel bacio del Si-
gnore il giorno 26 gennaio del 1885.
La notizia fatale percosse ed afflisse il cuore
di ogni nostro cittadino : le classi indigenti nostre
che già da quasi settant'anni benedicono il nome
dei Demidoff, raddoppiarono le loro benedizioni
(1) È noto abbastanza tra noi come fintanto cbe durò
San Donato, il principe Paolo mantenne l'usanza di far
colà distribuire ai poveri ben 1000 lire al mese ; e fra gli
aiuti che accordar soleva ai supplicanti, esistono nei libri
d'amministrazione delle somme fino a 500 lire.
FIRENZE AI DEMIDOFF 135
per accompagnare nel Paradiso la bell'anima del
principe Paolo.
Nella celebre storica villa di Pratolino, dove
tanti fasti regali si son succeduti fra le regali
brigate, in quella villa sì ricca di principeschi
addobbi, splendente di tante opere preziose, la
giovane sposa versa pianto amarissimo, che ha
perso lo sposo diletto ; i figli, ancor fanciulletti,
piangono a lacrime caldissime di tenero affetto,
che non hanno piìi padre ; da lungi piangono mi-
gliaia e migliaia di poveri, che non han più il
loro paterno benefattore.
La perdita è irreparabile per tutti ; il dolore
per ciascuno è immensol
La nostra Giunta Municipale s'adunò appena
saputa la gravissima sciagura, e mandò alla ve-
dova illustre le più sentite condoglianze nel nome
della città e della rappresentanza del Comune.
A tanto lutto si associarono pure il Re d'Ita-
lia e l'Imperatore di Russia.
Il principe Paolo Demidoff di San Donato è
morto, ma la sua memoria vivrà sempre vene-
ratissima nel cuore di chi 1' amò, di chi lo co-
nobbe, di chi semplicemente l'udì nominare, per-
chè non si nominava senza rispetto, senza lau-
darne la sua grande virtù di fare il bene, virtù
vera, purissima, nata col suo cuore, nel suo cuore
custodita e coltivata per mezzo del Vangelo. Fe-
dele all'esempio degli avi suoi, ei prodigava lar-
136 FIRENZE At DEMIDOFP
giù benefizi, senza il benché minimo secondo fine ;
non si fece mai della carità un piedestallo, per
quindi salire a pompeggiar su quello ; sentiva il
bisogno di praticar la carità conforme dalla Divi-
nità gli veniva comandato ; la praticò dovunque,
verso chiunque, seguendo -col senno della mente
l'impulso del cuore : e il cuore non altro bramava
che di far bene ai miseri, imperocché Gesìi ha
nei miseri i suoi fratelli più cari.
Senza stare a cercare i benefizi sparsi dal
principe Paolo Demidoff di. San Donato sopra le
diverse parti d'Europa, ci sembra che gli storici fatti
inconcussi che abbiamo registrati, coi gran li e-
sempi di verace virtù cristiana che egli compiè
fra noi fiorentini, e che restano perenni sotto gli oc-
chi nostri, siano più che sufiìcienti a provare il
principio sacrosanto cui s'informarono i pensieri
generosi, gli atti caritatevoli dei quali fu sì fe-
conda la vita di questo mortale, ci paiono più che
sufficienti a stabilire il merito dell'omaggio che qui
rendiamo alla sua lacrimata, venerata e benedetta
memoria, ed il titolo giusto che ha la stessa memoria
alle lacrime, alla venerazione, alle benedizioni di
tutti. Figlio di Grandi Benefattori, egli fu Benefat-
tore Grande, e c'è da credere che i figli di lui,
eredi del suo patrimonio enorme, avran pure avuto
in retaggio l'amore ch'egli ebbe di Dio, della patria
e del prossimo , e che sapranno e vorranno con-
sacrare similmente amorevoli cure alla umanità
FIRENZE AI DEMIDOFF 137
che chiede, che anela il soccorso dei buoni. —
Nello stemma dei Demidoff sta il motto : Ada
non verbci ; e la massima loro si è che la carità
non ha partito, ma che porta la bandiera bianca:
soleva dirlo il principe Paolo. — Onde per noi
non inopportuno qui sarà ripetere con Fischer :
Gens Demidoviana, nomen illusiravit henefactis
publicis.
Lo stesso Principe fu insignito di molte deco-
razioni fra cui si comprendono le principali della
Russia, dell'Italia e della Francia, come quella
dell'ordine di Stanislao di primo grado, il cor-
done dei SS. Maurizio e Lazzai'o, quello della Co-
rona d'Italia, e la Croce della Legion d'Onore.
Le cifre che qua e là si sono esposte, danno
un contingente assai considerevole per giustifi-
care ampiamente il motto dello stemma Demidoff
ed i titoli che loro si conferiscono di filantropi
munifici e di grandi benefattori, ma non sono
sufficienti esse cifre a spiegare, o meglio, a rias-
sumere tutta la munificenza della quale è fonte
il patrimonio Demidoff; ed affine di riassumere
ciò che dall'uso di questo patrimonio ne viene an-
nualmente a benefizio della educazione, della i-
struzione, defia povertà e delle afflizioni cui va sog-
getta la famiglia umana, qui vorremmo esporre ai
nostri lettori le cifre generali, il che per noi ri-
mane nella impossibilità piii assoluta. Percui, giac-
che da Firenze a Taghil nessuno potrà porre in
138 FIRENZE AI DEMIDOFF
dubbio gli storici dettagli ai quali ci siamo attenuti
scrivendo queste pagine, concreteremo l'interes-
santissimo argomento delle cifre coU'esporre, se
non altro per noi fiorentini, come il mantenimento
delle Benefiche Istituzioni Demidoff' in Taghil, tra
Scuole, Biblioteche, Asili, Spedali e Chiese, com-
preso sussidi e pensioni, scendeva per il principe
Paolo all'annua somma di 129,300 rubli ; ed il man-
tenimento delle altre Istituzioni dalla stessa fami-
glia fondate in altre città della Russia, colle lar-
gizioni ad Istituti non da essa fondati, inutile ri-
petere dagli Asili alle Università, scendeva, per
lo stesso Principe, alla somma di rubli 125,891,
in tutto una somma di rubli 255,191, vale a dire
1,020764 lire ogni anno : non è che l'ordinaria
beneficenza pubblica : inquanto alla beneficenza
straordinaria e quella privata, ciascuno se la fi-
guri dalla storia incontestabile che ne abbiamo
tracciata.
Crediamo cosa addicevole il dare a questo punto
un'idea degli ottimi risultati che si hanno attual-
mente dal funzionamento del Pio Istituto DemidofF
in Firenze, della cui esistenza necessariamente
abbiamo dovuto parlare pili volte. Per ciò fare
in modo breve e conveniente, nessun dato piti
FIRENZE AI DEMIDOFF 139
preciso potrebbe esserci fornito fuori del rap-
porto annuale redatto dal sig. Prof Gennaioli, Di-
rettore dell'Istituto stesso, letto nel 13 dicembre
1885, rapporto che abbiamo digià citato nella nota
a pag. 119.
Eccone l'attendibile estratto :
« Nello scorso anno 1885 la scuola elementare
dei ragazzi ebbe 177 alunni ascritti nelle diverse
Classi, numero massimo d'ascrizione che permette
il suo stato attuale. Il numero delle presenze co-
statate raggiunse un totale complessivo di 23,168;
ed essendo stati 161 i giorni di lezione, risulta una
media di 144 scolari di cui si è constatata la
presenza quotidianamente ai nostri insegnamenti.
« Durante il corso dell'anno scolastico, furono
dodici gli alunni congedati per cause diverse, ma
che avevano raggiunto di già quel grado d'istru-
zione che la legge vuole. Furono chiamati agli
esami 148 scolari ; se ne presentarono 141 e ne
vennero ricevuti 109, dei quali 19 ottennero la
licenza; di questi ultimi 15 entrarono a tirocinio
presso degli artigiani, e gli altri, dopo un secondo
esame, nelle pubbliche scuole tecniche.
« Parimente la scuola di disegno dette in que-
st'anno dei risultati commendevoli, da poter no-
tare in essa uno straordinario progresso, facile a
verificarsi per chi voglia paragonare i lavori di-
versi e numerosi eseguiti in questo stesso anno
con quelli degli ultimi anni precedenti. In questi
140 FIRENZE AI DEMIDOFP
lavori non bisogna soltanto ammirare la nitidezza
e la precisione, ma l'intelligenza pure nella loro
esecuzione. Nel constatare un tale fatto, proviamo
il pili gran piacere, imperocché quest'insegna-
mento serve a coronare una scuola eminentemente
popolare quale si è la nostra.- In quest'anno la
Scuola di disegno ebbe 54 alunni.
« L'Asilo poi ha maternamente accolto nel suo
seno 148 bambini in tenera età. Le presenze
constatate danno un totale di 13,940; ed i giorni
di lezione essendo stati 170, c'è dunque una media
di 82 bambini che sono stati presenti quotidiana-
mente. Di questi ne sono stati promossi 20 previa
esame, alla prima classe superiore.
« Duopo sarebbe l'occuparci adesso della salute
che goderono i fanciulli affidati alle nostre cure ;
ma preferiamo di lasciare in questo proposito la
parola al signor dott. Barbini medico delle Scuole,
il quale nel suo Rapporto annuale si esprime in
questa maniera :
« Affine di non istancarvi con delle aride cifre
dirò che la salute della nostra famiglia sì nume-
rosa fu in quest'anno delle piìi eccellenti, e che
non avemmo a deplorare che la perdita d'un solo
bambino dell'Asilo. Le acute malattie di petto e
le eruzioni furono numerose, è vero, ma benigne
e di corta durata. Inquanto alle malattie della
pelle ed alle oftalmie, queste disparvero assolu-
tamente dall'Istituto. La stessa scrofola ci ha for-
FIRENZE Ai DEMIDOFF 141
nito delle manifestazioni assai piìi rare e meno
gravi.
« Constato pure, non senza gioia cordiale, un
fatto che consola considerevolmente, cioè il con-
tinuo e progressivo miglioramento della salute
dei nostri piccoli bambini ; si può ben dire che in
quindici anni essa si è completamente trasformata :
il medico che ha assistito a sì prodigiosa trasfor-
mazione dovuta all'igienico miglioramento delle
condizioni dell'Istituto obbedisce piuttosto ad un
bisogno del proprio cuore che ad un dovere ram-
mentando con rispetto e gratitudine il benefat-
tore principe Paolo che fu il padre del Pio Sta-
bilimento, e rendendo alla sua memoria un do-
loroso tributo di riconoscenza. »
« Né in ciò soltanto consistono tutti i benefìzi
che derivano da questa caritatevole Istituzione,
prosegue l'elogiato direttore: ben altri ancora ag-
giungono delle gemme alla sua nobile corona : in-
tendo parlare della Farmacia dei poveri, del For-
nello Economico e delle Scuole per le Fanciulle.
« La Farmacia dei poveri ha rilasciato nello
scorso anno, dietro ricette, G95 medicine per ma-
lattie fra gli alunni d'ambo i sessi che frequen-
tano il Pio Stabilimento, i loro genitori, e gl'in-
digenti della Parrocchia di S. Niccolò.
« Il Forno Economico funzionò come nel pas-
sato. Le minestre distribuite nel corso degli ultimi
12 mesi raggiunsero il totale di 93,420. Una
142 FIRENZE AI DEMIDOFF
parte delie medesime furono distiibuite ai bambini
dell'Asilo ed alle bambine della Scuola condotta
dalle Suore di Carità ; l'altra parte servi a sod-
disfare la fame di creature innocenti cadute nella
miseria e quelle di famiglie operarle ridotte alla
indigenza per la mancanza di lavoro o per difetto
di salute.
« La Scuola per le Fanciulle aperta e condotta
dalle stesse Suore di Carità conformemente alle di-
sposizioni del principe Anatolio, venne frequentata
nell'anno decorso da 150 bambine, e l'Istituto per
le interne ne accolse 70. Su queste, 8 si presen-
tarono all'esame di capacità, di cui 6 ricevettero
il diploma; 5 ottennero la patente di grado infe-
riore ed 1 quella di grado superiore.
« Dimodoché, in conclusione, le Scuole dovute
alla munificenza dell'illustre famiglia Demidoff be-
neficarono 541 figliuoli del popolo.
« Queste indicazioni statistiche, più di quanto
abbiamo detto a parole provano bastantemente
la vitalità di questo Stabilimento, e la cooperazione
che il medesimo apporta agli altri stabilimenti
destinati a curare gl'interessi più nobili della
città nostra. »
Lo stesso signor Direttore, passa quindi a de-
plorare giustamente la perdita del generoso Pro-
tettore che tanto amava quest'opera di Benefi-
cenza, e che vegliava al suo avvenire meditando
di darle quello sviluppo reclamato dalle circostanze
FIRENZE AI DEMIDOFF 143
del tempo ; ed esprime la lusinga assai fondata che
gli eredi del principe Paolo Demidoff non inte-
romperanno le nobili tradizioni dei loro antenati.
A prova di che la vedova illustre, prima di
partire per il viaggio penoso del quale or do-
vremo parlare, accordò la non tenue somma di
L. 6000 per l'ampiamento d'una sala nella scuola
Elementare di questa benefica Istituzione, che per
decreto reale ora è passato sotto il patrocinio del
di Lei figlio Anatolio Demidoff dei principi di San
Donato.
Oapitolo Vili
Solenne trasporto delia salma del Principe Paolo Demidoff di S. Doralo
da Pratolino (Firenze) a TaghiI (Siberia)
ve) ) ALBA del 27 giugno se ne spuntò chiara
'4s e serena, e colore dell'oro si fecero i nostri
§^^è pittoreschi poggi a poco a poco, collo spar-
gersi sur essi quel sole primaverile che in Firenze
la vita dona a tanti fiori e gli alimenta, che
tante vite umane rifocila e conforta ; e dopo i
poggi, le grandi torri ancora si colorarono ai bei
raggi, ed i palazzi insieme. Era una di quelle
bellissime giornate che si chiamarono da noi del
S. Giovanni. La natura brillava di tutta la sua
gaiezza. Ma i leggiadri suoi sorrisi, non corri-
sposti dal sorridere solito degli uomini, pareano
assumere una specie di melanconia e di mesti-
zia, cui l'immaginazione nostra dava un certo
non so che di mistico, e definìa come una ma-
nifestazione celeste per la grave circostanza. Il
cielo è sempre pronto a benedire le opere buone,
e per mezzo dei suoi balsamaci tiepori versava
FIRENZE AI DEMIDOFF 145
in quel giorno su Firenze le sue benedizioni pii^i
solenni, perchè quivi si compieva la più pietosa
delle cerimonie.
Sui muri di tutte le strade vedeansi, come nel
giorno prima, numerosi e fìtti, gli avvisi a grandi
liste nere, nei quali ripeteasi con fervide parole
ai Soci d'ogni nostra Società, e d'ogni nostra Fra-
tellanza, di non mancare a rendere l'ultimo at-
testato di riconoscenza e d'affetto all'illustre e-
stinto, all'esemplare benefettore che esemplar-
mente volgarizzò in Firenze i più bei versetti
del Vangelo, personificandosi la umana carità.
Ed affinchè tutto fosse ordinato come la solen-
nità chiedeva, un esplicato avviso del Sindaco di
Firenze comandava la chiusura dei negozi lungo
l'itinerario che la salma preziosa "dovea percor-
rere, e interdiceva, lungo l'iterinario stesso e
strade adiacienti, il transito ai veicoli di qua-
lunque specie.
Come al solito, le strade si popolarono dapper-
tutto, ma l'aspetto dei viandanti non era ilare
in quel mattino; e l'aure taceva come in segno
di rispetto alla generale mestizia. Le nere inse-
gne dei molteplici avvisi, attiravano l'attenzione
degli stessi stranieri, i quali leggeano il nome
di Demidoff", e chinavano la fronte. Non si pen-
sava che a prepararsi per la grande funzione.
Pratolino rappresentò in quel giorno tutta una
stanza sepolcrale. Quante lagrime, e quante pre-
FIRli>-ZK Al DEMIDOFF 10
146 FIRENZE AI DEMIDOFF
ghiere ! E nel piangere e nel pregare, agli abi-
tanti di Pratolino s'erano mescolati quelli di Va-
glia, e d'ogni luogo circostante.
Quell'uomo tanto ricco, cui avevano ubbidito
grandi schiere di devoti e di valletti, quel grande
benefattore cui s'erano inchinati a schiere gran-
dissime i bisognosi riconoscenti dei benefizi da
lui ricevuti, quel Demidoff, la cui virtù nel
fare il bene gli meritò l'ossequio, l'amore, la ve-
nerazione, di sì gran parte del consorzio umano,
lasciava per sempre il suo diletto Pratolino, dopo
averlo reso si prospero e sì splendido, lasciava
la sua Firenze, dopo averla sì amata e sì bene-
ficata ; da dove luì dovea passare, la moltitudine
si accalcava, come per rivederlo, per ringraziarlo
ancora delle opere immense di carità che avea
compiute, ma... questa massa di popolo, ahimè!
sentiasi piìi che mai serrare il cuore !.... il buon
Principe lasciava Pratolino e Firenze, in una
cassa di metallo.... era un cadavere che da cin-
que mesi riposava nel riposo eterno!.... Ed eterno
sarà il nome suo tra noi. Lo disse lui stesso, che
per mezzo d'un « legame indissolubile la sua fa-
miglia è unita per sempre alla città di Firenze. »
Due bandiere abbrunate, la Russa e l'Italiana,
erano ai lati dell'ingresso principale del magni-
fico parco, e le pareti che fiancheggiano la can-
cellata eran coperte di fin issi mi fiori. La Cap-
pella di forma esagona, che rimane nell'incan-
FIRENZE AI DEMIDOFF 147
tevole bosco, laddove più folti giganteg-giano gli
abeti, aveva la bella gradinata tutta coperta di
tappeti ; nel mezzo alla medesima erasi costrutto
un elegante baldacchino esternamente in violetto,
e montato all'interno di seta bianca e celeste ;
in cima al baldacchino stava collocata la corona
principesca. Internamente alla Cappella, erano le
pareti tutte coperte di magnifiche ghirlande ivi
recate dagli amici, dai beneficati e dalle Società (I);
queste ghirlande avevano dei nastri molto ricchi,
nei quali predominava il motto :
AL GRANDE BENEFATTORE '
ed erano a' due lati gli stemmi del Comune di
Firenze e della nobil Casa Demidoff. Il pavimento
era cosparso d'un tappeto di gigli, di cardenie e
di gelsomini. Nel centro della Cappella, e sotto
uno splendido padiglione in teletta d'argento,
pure colla corona di principe, era scoperta la
tomba che da cinque mesi avea racchiusa la salma
dell'illustre defunto. La cassa era coperta di fiori,
con una croce di cardenie, e da piede una bel-
(1) Crediamo meritevoH di essere notate due belle co-
rone in bronzo offerte con apposite iscrizioni, dai segretari
della Casa DemidofF, signori Enrico Solari e Cesare Tor-
rini, le quali anderanao col feretro a Taglili per essere
deposte sulla tomba del Priacipa, affinchè la particolare ve-
nerazione loro alla di lui memoria venga tramandata alle
epoclie future.
148 FIRENZE AI DEMIDOFP
lissima ghirlanda di viole bianche colla leg-
genda :
Paul Hélène.
Da un lato, appoggiata alla parete, vedevasi la
tavola di marmo che doveva ricuoprire la tomba,
e sur essa si leggeva :
Paul Demidopf Prince de S. Donato
Pére, mon désire est que là oìi je suis, ceux
que tu m'a donne y soient aussi avec moi.
Je fai glorifìé sur la terre, j'ai achevé l'ou-
vrage que tu m'avais donne à faire.
Saint Jean, Chap. XVII.
Fut depose ici du 29 Janvier
au 27 Juin 1885.
Intorno all'altare, ed intorno alla tomba, arde-
vano molti ceri accesi.
Tutto il viale che dalla Cappella conduce al
cancello che mette nella strada bolognese, era or-
nato di fiori e di festoni intrecciati fra loro.
Suonate le due pomeridiane, S. E. la principessa
Elena, vestita in gravissimo latto, ed accompa-
gnata da'suoi bambini. Aurora, Anatolio, Paolo
e Maria, che portavano in mano candidissimi gi-
gli (1), dalla principessina Olga Troubetzkoi di
(1) Questi gigli, nei cui nastri bianchi è trapuntato in
OX'o il dome di ciascun bambino, saran deposti alla sta-
FIRENZE AI DEMIDOFF 149
lei sorella, da più signore e signori componenti
la sua Casa, giunse alla Cappella, dove compresa
dal dolore, ed asciugandosi via via gli occhi ba-
gnati di pianto, assistè alla sacra funzione che
l'arciprete russo in paramento solenne, recitò
sulla salma benedetta, accompagnato nelle preci
da'suoi ministri, col mesto e salmodiaco canto
del rito, canto mesto, e veramente divino, che
intenerisce l'anima e l'avvicina al cielo.
Terminato il canto e le preghiere, i servi che
indossavano le nera livrea, e le guardiecaccia della
Casa, tolsero il feretro dalla Cappella e lo por-
tarono sopra il ricchissimo carro che aspettava
appiedo della gradinata.
La principessa Elena, che da cinque mesi pian-
geva amaramente tra l'ansia e l'affanno, come
ciascuno può bene immaginare, perchè sempre a
contatto di quella tomba dov'era deposta la fredda
spoglia del consorte adorato, toltole repentina-
mente in età freschissima, a tutto pensava nella
sua desolazione estrema, onde il trasporto fosse
all'altezza del rango, delle munificenze, del gu-
sto e degli affetti ; e volendo che il carro fosse
tirato da Pratolino alla stazione centrale da sei
bianchissimi cavalli, fece quante ricerche era pos-
sibile di fare tanto in Italia che fuori d'Italia, ma
zione suUa bara, e da questa non si separeranno mai,
durante il viaggio, in nessuna circostanza : gii rivedremo
sulla tomba del compianto Principe a Tagbil.
150 FIRENZE AI DEMIDOFP
dovè in fine sacrificare un tale desiderio non es-
sendosi trovati sei cavalli bianchi tutti uguali,
ed impiegò invece sei cavalli morelli.
Il carro, disegnato da uno dei nostri celebri pit-
tori, presentava maestosamente la bellezza e la
ricchezza. La coltre era in velluto nero, guarnita
con tre ranghi di gallone d'oro, frangia simile a
grossi grillotti, e portava ai lati lo stemma in
ricco ricamo di seta della Casa Demidoff inquar-
tato cogli stemmi di Siberia ed il Giglio fioren-
tino. Il baldacchino sorretto da quattro colonne
dorate, era foderato di seta bianca, ed ornato da
festoni di velluto con guarnizione di frangia d'oro
a grillotti ; a capo stava la croce ; e sul cielo del,
carro un'ammirabile ghirlanda in fiori freschi dei
pili rari ; sui quattro angoli ardevano quattro
lampade funerarie.
Il copertone del cocchiere era di velluto nero,
guarnito di galloni a frangio d'oro ; le bardature
dei cavalli, pure in velluto nero, e foderate in
raso bianco, aveano una splendida rete d'oro che
scendea loro sino a metà delle gambe ; sulla testa
portavano superbi pennacchi, penne di struzzo
bianche e nere, ed avevano gli zoccoli dorati.
Alla vigilanza dei cavalli stavano sei palafre-
nieri in livrea nera e ghiglie uguali.
Deposta la cassa sopra il carro, e salita in car-
rozza la Principessa insieme ai Principini, il fu-
nebre corteggio partì dal parco alle tre suonate.
FIRENZE AI DEMIDOFF 151
Era preceduto dalla banda di Pratolino, in bella
uniforme verde, colle mostreggiature e gli ala-
mari gialli, kolbach di pelo, penna di fagiano e
ghiglia gialla ; invece di strumento, portava cia-
scun bandista uno stendardo di teletta d'argento
con iscrizione russa ; ed alla banda di Pratolino
teneva dietro quella del Comune di Vaglia, simil-
mente senza strumenti. Dopo queste due bande
veniva subito la croce, portata nel mezzo a due
fanali accesi di finissimo lavoro, la carrozza con
entro l'arciprete russo e i suoi ministri, e quindi
la carrozza colla illustre vedova ed i figli, scor-
tata dai RR. Carabinieri a cavallo, cui seguivano le
carrozze dei famigliari e degli amici. I sobborghi di
Trespiano, della Lastra, della Pietra, del Pino e del
Pellegrino, erano ingombri di gente, che aspetta-
vano il corteggio, il quale via via diventato pili nu-
meroso, arrivò con bell'ordine alle cinque e mezzo
alla barriera del Ponte Rosso. Lo attendevano
nel Parterre le Autorità, le Associazioni, i corpi
musicali e i molti invitati. Nella Piazza Cavour
fu ordinato l'immenso accompagnamento. Venne a-
perta la marcia da un pelotone di Civici Pompieri
e dalla banda Alichelangiolo, dietro a cui rego-
larmente si mosse lo sfilar compatto e lungo delle
Corporazioni fiorentine, e di quelle intervenute
dai dintorni di Firenze : erano piii di trenta. Tutte
le Società portando le loro bandiere, oflrirono
ricche corone al Principe compianto. Le bande
152 FIRENZE AI DEMIDOFF
musicali suonavano alternativamente le loro mar-
cie funebri.
A tante Associazioni succedeva nuovamente la
croce, la carrozza del sacerdote ed il carro, che
ora veniva scortato da RR. Carabinieri, e fra due
file di Pompieri comandati dal loro capitano ; sta-
vano a'suoi lati quattro uscieri municipali, ed al-
tri due di questi usceri, in grande gala colla
rossa livrea, portavano la magnifica corona col
Giglio di Firenze, che il Comune offriva all'illustre
defunto in segno di sincera riconoscenza. Ecco
la carrozza della principessa Elena, che vedesi
ancora mesta e piangente, in compagnia dei figli ;
e dietro a lei la carrozza del Consigliere Delegato
rappresentante il Prefetto Gadda che si trovava
a Roma, la carrozza di gala del Sindaco Corsini
colla Giunta, e finalmente le carrozze degli amici,
degl'invitati, dei rappresentanti la stampa.
Quanto movimento, quanto brulichìo! Si può
dire che tutta Firenze fosse sullo stradale di quel
funebre trasporto che parea quello d'un sovrano.
E che ordine perfetto! Tutta quella folla che si
pigiava sul passaggio dell'amato Principe rammen-
tava la immensa dimostrazione al medesimo fatta
nel parco di S. Donato dopo l'esercizio delle cu-
cine economiche. . . . Era anche allora il mese di
giugno.... ma quanta differenza ! Allora il prin-
cipe Paolo ci stava dinanzi nel fiore della vita,
pieno di vigore, infiammato d'amore per la sua
FIRENZE AI DEMIDOFF 153
famiglia, e per la nostra Firenze ; allora la gioia,
e il contento supremo per esso e per noi. . . . oggi
ci passa dinanzi morto, chiuso in una cassa di
metallo, levato da una tomba per essere messo
in un'altra!.... non udremo più le sue dolci e-
spressioni d'affetto, non vedremo più il suo sor-
riso gioviale e benevolo. . . . ma egli, nel silenzio
del sepolcro, udrà che noi preghiamo per lui,
vedrà che per lui si piange!...
Fa tante bugiarde promesse la vita umana!
Suonate le ore sette, tutte le Associazioni sono
schierate dinanzi alla stazione ; il carro è fermo
alla porta della cappella ardente preparata per
la circostanza, ed i servi della nobile Casa De-
midoff hanno già levata la cassa dal carro e l'han
portata nella cappella, che è tutta parata di vel-
luto nero, e striscio a pendoni bianchi e neri guar-
niti di frangia d'oro, con in mezzo un catafalco
attorniato da candelabri accesi, e poi. . . . Eccola
collocata nel centro del vagone, sopra una pedana
coperta di velluto, e circondata dagli stendardi
russi. Formano le pareti tanti quadri di raso bian-
co increspato, divisi da striscio di velluto nero,
tutte coperte da bellissime corone, a ricchi nastri
storiati da ricami. Lo stemma gentilizio della Casa
Demidotf è sulla parete alla quale il capo del fe-
retro resta dinanzi ; la corona principesca sta
sopra le due D che per diverse volte si ripetono
nelle altre pareti ; nella parete che sta di fronte
154 FIRENZE AI DEMIDOFF
al feretro sono gii aurei gigli fiorentini, che nu-
merosi vanno a ripetersi sui bordi di velluto nero.
Fra le corone, tutte ammirabili, una ve n'ha che
più s'ammira, ed è quella nel cui nastro nero
legg-esi :
« A SON BIENFAITP^UR UN PETIT AMI. »
In questo recinto, pari per la ricchezza a tutto
il resto, e dove i segni di tenerezza e d'affetto,
d'amicizia, di venerazione e di pietà, si manifestan
forse più solenni e più commoventi, la morte im-
pera più che altrove ; e stese le sue grandi ah
nere, cuopre la mesta luce di quattro ceri accesi,
tramandata da lunghi tubi di cristallo, sopra can-
delabri ad oro. Il grande lusso è sopraffatto dalle
tenebre, e l'anima si scuote, che un incubo di
profondissima tristezza ne la serra, e ne la op-
prime ; il brivido non si domina, né trattenere si
può il sospiro : è forza di scordare il mondo, e
di parlare unicamente a Dio.
La principessa Elena, estremamente abbattuta
da quella smania crudele, dalla quale nessuno la
può difendere, è scesa di carrozza sorretta dal
braccio del Sindaco Corsini, ha rivolto parole
gentili e cortesi di ringraziamento alle autorità
fiorentine, congedandosi da loro, ed ha tenera-
mente abbracciati, singhiozzando, ad uno ad uno
i propri figli che rimangono a Pratolino, per es-
sere poi condotti a Viareggio . . La sua figlia
FIRENZE AI DEMIDOFP 155
maggiore soltanto, la priucipessina Aurora, resta
seco per accompagnarla nel tristissimo viaggio...
Nell'eco delle benedizioni dal compianto consorte
meritate e da lei stessa (1), trova la forza neces-
saria per andare al vagone del feretro, per as-
sicurarsi che tutto è in ordine e fuori d'ogni pe-
ricolo ; ne lo consegna quindi alla custodia di
(1) E già noto come S. E. la principessa Elena Demidoff
di S. Donato, la iniziatrice delle cucine economiche in Firen-
ze, nell'estremo dolore d'aver perso l'amatissimo consorte,
elargisse sussidi al personale della sua casa, e come elargis-
se parimente copiose beneficenze alle famiglie di Prato-
lino e del Comune di Vaglia ; mandò inoltre soccorsi alle
più povere famiglie del Ghetto, che al momento di por
mano alla demolizione di quel lurido luogo non sapevano
né dove, né come provvedersi d'altro ricovero.
Ci sia permesso qui di notare ancora la squisita genti-
lezza d'animo, ed i principeschi doni con cui la illustre ve-
dova dimostrò il sentimento della sua gratitudine agli
impiegati del Municipio di Firenze, al Questore, agl'ispet-
tori ed ai vice ispettori di Pubblica Sicurezza ; al Capitano,
al Tenente e Comandante il Battaglione dei RE,. Carabi-
nieri ; ai Comandanti il Battaglione e la Compagnia delle
Guardie di Pubblica Sicurezza, per lo zelo dispiegato da
ciascuno nel prender parte al funebre trasporto del Grande
Benefattore. Per lo stesso oggetto elargì somme di danaro
ai suddetti Corpi dei RR. Carabinieri e delle Guardie di
Pubblica Sicurezza, ai Corpi Musicali di Pratolino, di Va-
glia, delle Cure, di San Salvi, di Pelago, Manfredo Fanti
e Generale Medici ; alle Società dei Tappezzieri, Parruc-
chieri, Cucinieri, Musicale e Fratellanza Militare, delle
quali fu membro onorario il Principe compianto.
156 FIRENZE AI DEMIDOFP
due guardie di Pratoliiio, che ad un'ora per cia-
scuna vi staranno in vigilanza, e finalmente sale
nel vagone Pullmann, attaccato dietro a quello che
conduce il feretro.
Il suono della campanella le fa piìi angoscioso
il palpito del cuore ; ed il fischio della locomotiva
si ripercuote terribile nell'anima sua ! Il funebre
convoglio s'è mosso.... lo spettacolo offertole dalla
gran folla che per cinque ore si è versata ad-
dosso alla sua carrozza, le passa dinanzi agli occhi
come un arcano miraggio, ed in quel vuoto pro-
fondo, e profondamente tetro, ogni fibra le diventa
di ghiaccio !.... Il sacerdote l'avea confortata poco
prima colla parola di Dio, e la cara figliuoletta
prosegue a confortarla colla sembianza degli
Angioli! Ma povera donna! a quale dolorosi
potrà mai paragonare il dolore della sua situa-
zione ? Dov'è ora quella principessa sì prodiga,
che porse aiuto tanto spesso e tanto generoso, alle
tribolazioni altrui ?.... Certo, tutti i suoi beneficati
vorrebbero scemarle i mali.... ma come?.... Ecco
il momento d'ammirare supremamente una donna
superiore ai nostri tempi. Lo stare per cinque
mesi a contatto d'un cadavere, del cadavere del
proprio marito, è cosa che denota un'anima grande;
ma seguirlo inoltre a contatto in un tragitto di
ben oltre quattromila chilometri, denota un'a-
nima che avvicinasi al sublime, e questa sublimi-
tà d'anima, in una moglie della fine del secolo
FIRENZE AI DEMIDOFF 157
decimonono, non può che rimanere leggendaria
sulla terra, ed a merito di gloria eterna le sarà
certamente scritta in cielo ! — Per quanto alta-
mente potesse cantare una penna siffatto eroismo,
degnamente non lo canterebbe mai. I martiri
della fede finirono da un gran pezzo, e la prin-
cipessa Elena Demidoff di S. Donato, donna degli
anni suoi nel più bel fiore, è stata capace di
mostrarci che anche fra le libere usanze in cui
vivesi oggigiorno, sia dato alla creatura la virtù
d'imporsi il martirio, e la virtù di sostenerlo.
Dietro al vagone occupato dalla Principessa, colla
figlia, e la sorella disopra nominate, un altro se
ne attaccava con entro la signora Caterina Ziic-
chelli, dama di compagnia della principessina, il
reverendo arciprete russo signor Levitsky, ed il
signor dottore Grassi, ciascuno occupando un se-
parato scompartimento. Seguiva il vagone della
servitù, ed in fine l'equipaggio, e il monumento
del quale più tardi avremo da parlare.
La prima sosta si fece a Podwlociska dove si
arrivò la sera del 29. Qui cominciando la differenza
che passa nella larghezza fra binari delle strade
ferrate russe e quelle del resto d'Europa, fu ne-
cessario trasbordare. La principessa Elena che
tutto aveva fatto disporre anche a questo propo-
sito, assistè colla sua solita virtù al trasbordo del
feretro, che s'operò senza il minimo incidente, ne lo
lasciò fintantoché non lo vidde nel nuovo vagone
158 FIRENZE AI DEMIDOFF
sistemato con ogni adornamento, e colla massima
convenienza : la forza del dovere ch'orasi imposto
le sostenea le stanche ed affralite membra. La
notte era tardissima, ma nondimeno gli abitanti
del paese s'erano tutti, o quasi tutti, recati alla sta-
zione in attesa di quel morto verso il quale sen-
tiansi trasportati dal sentimento di profonda de-
vozione. Difatti, mentre la salma si trasportava
da un vagone all'altro, l'arciprete Levitsky disse
le sue preci alle quali, con sommo raccogli-
mento, presero devotamente parte i numerosi
intervenuti. Questa cerimonia fu breve, fu semplice,
ma nel cuore della notte, sotto una tettoia di
stazione della strada ferrata, potea mancare del
suo lato d'irresistibile commozione ? Pensiamo
sempre al povero cuore della principessa Elena.
Alle tre antimeridiane del dì 30 si parti per
Kie^v, dove si giunse in dodici ore circa del so-
lito celerissimo viaggio.
Abbiamo detto, nei cenni biografici del prin-
cipe Paolo Demidoff, com'egli fondasse in Kiew
un ospizio pei bambini, in memoria del suo Nikita,
il primogenito del secondo letto, morto in. età te-
nerissima, ed abbiamo già detto di quali soccorsi
e benefìzi vi fosse prodigo insieme all'ili ustre sua
consorte.
La cittadinanza kievina si ricordò pienamente
di tutto questo nella dolorosa circostanza, ed i
più grandi dignitari, e loro famiglie, la nobiltà
FIRENZE AI DBMIDOFF 159
più alta, colla società più scelta, convennero, an-
che da lontanissime villeggiature, alla stazione in
attesa del cadavere di quell'uomo che fu cam-
pione della umanitaria idea. Com'è da immagi-
narsi s'erano preparate esequie con le maggiori
onoranze.
Inutile dire che la kievina popolazione inter-
venne affollatissima per manifestare il suo cor-
doglio; le vicinanze della stazione erano gremite
di quel popolo ansioso, riconoscente, all'arrivo
del convoglio, che non appena si fu fermato, la
moltitudine dei Rappresentanti e Deputati delle
Corporazioni cittadine accolsero la vedova Prin-
cipessa col massimo ossequio, e coi segni più ma-
nifesti del dolore : una quantità di corone furono
subito portate al treno dai singoli personaggi, i
quali salendo in quel vagone clie facea le veci
di camera ardente, le deposero sulla bara. Sei di
queste corone erano d'oro e d'argento, d'una fat-
tura squisita.
Su questo stesso vagone, ebbe poi luogo il
grandioso servizio religioso.
Il Metropolitano di Kiew, Monsignor Platon,
malgrado la sua grave età, 82 anni, v'intervenne
in forma solenne.
La popolarità di cui gode questo luminare
della Chiesa di Oriente, è immensa. Simpatica ed
oltre ogni dire imponente è la sua figura, mae-
stoso il portamento. La sua parola facile, ornata,
160 FIRENZE AI DBMIDOFP
e di una sorprende tite mistica attrattiva, seduce
ed affascina la folla, scuotendo le fibre le piì^i
intime, con un linguaggio puro, compreso dai
più umili. A Riga, Odessa, sul Don ed ora a
Kiew, il suo prestigio è sconfinato. Le parole af-
fettuosamente cristiane, che diresse alla desolata
vedova, sulla rassegnazione e sui nuovi suoi do-
veri, produssero in Essa la più profonda sensa-
zione, che raggiunse poi il colmo, quando, Lui
stesso, estremamente commosso, stendendo la
degna mano sulla testa della dodicenne figlia Au-
rora, con slancio indescrivibile, disse, benedicen-
dola: « Custoditela, amatela, Essa sarà l'aurora
della vostra futura felicità. » I singhiozzi della mi-
sera madre, rivelarono tutto l'effetto prodotto da
questa santa ed inspirata eloquenza.
Coadiuvarono l'eminente Prelato in questa me-
morabile funzione, Monsignor. Michel, Metropoli-
tano di Serbia, l'Archimandrita Terletzky, ex ele-
mosiniere della Cappella di San Donato, ed altri
Ecclesiastici. Il raccoglimento fu così profonda-
mente religioso che ci faceva sembrare d'essere
ancora nella Cappella di Pratolino, mentre riu-
divamo quel canto grave e monotono del sacer-
dote, cui rispondendo dal di fuori un coro di voci
bianche, pur produceva un effetto qual possono
produrre i canti degli Angioli nel cielo ; e l'aspetto
venerabile dei prelati, fra'più solenni paramenti
sacri, contribuiva molto a rinforzare la fede ne-
FIRENZE AI DEMIDOFF 161
gli astanti, che la divina maestà si rivela dapper-
tutto.
Quando le preci furono finite, e clie il feretro
fu benedetto, l'arciprete Exemplarsky (1) recitò
una bellissima orazione funebre, nella quale enu-
merò le principali beneficenze del defunto, e mal-
grado il caldo eccessivo, che mal si comportava
fra quell'immenso uditorio, fu da tutti ascoltato
con sommo rispetto e grande emozione.
La principessa Elena confidò quindi nuova-
mente il feretro alle guardie di Pratolino, ed ac-
compagnata da personaggi distinti si recò al
Grand Hotel di Kiew.
Provava un'estrema necessità di quiete e di
riposo, ma non potè riposarsi ancora, perchè le
sopravvenne subito il dovere di ricevere il Corpo
Municipale, col Sindaco a capo quivi venuto a si-
gnificarle come la città dividesse il grave lutto :
vennero appresso, e furon similmente ricevute,
le Deputazioni della Comunità Israelitica, degli
Studenti deirUniversità, e dei contadini ebrei,
addetti ad una proprietà del principe defunto;
cominciarono le lettere ed i dispacci colle cordo-
glianze delle molte persone lontane, che in ispi-
rito voleano associarsi alla sventura; ed ebbe,
la nobile donna, fra le altre, una lettera del Sin-
(1) Oggi Vescovo di Tc"higliirin, 3» Vicario della Dio-
cesi di Kiew e superiore del Convento di San Michele,
ove si conservano le reliquie di Santa Barbera.
FIRENZE AI DEMIDOFF
162 FIRENZE AI DEMIDOFF
daco nostro, ed una del nostro Arcivescovo, le
quali contenevano ugualmente nobilissime pa-
role, ed espressioni piene d'affetto a nome dei
fiorentini profondamente impressionati nel giorno
del memorabile trasporto. Un lungo dispaccio per-
venne pure da parte del Rabbino di Kiew, che
in termini singolarmente scelti, e con espressioni
siceramente sentite, rendeva altissimo omaggio
alla memoria del nobile uomo che sì eloquente-
mente, sì strenuamente, aveva difesa, da breve,
la causa degli Israeliti, contro i loro veementi e
forti avversari.
La sosta nella città di Kiew si prolungò sino
al terzo giorno, ed anche all'ultim'ora perveni-
vano alla desolata vedova le visite, e le lettere
di compianto.
A Kiew rimasero l'arciprete Levitsky, ed il
dottore Grassi, che furono sostituiti, per accom-
pagnare la principessa Elena sino a Taghil, dal
teste nominato arciprete Exemplarsky e dal dottor
Wasten, venuto a tal uopo da Pietroburgo.
Nel giorno 3 luglio, ad un'ora pomeridiana,
ripresesi il viaggio verso Mosca, dove si giunse
la domenica 5, dopo le 2 pomeridiane.
Alla stazione di questa grande città ebbe luogo
la scena più commovente di qualunque altra. Ba-
sterà dire che qui s'erano riunite, provenienti da
Pietroburgo, la principessa Troubetzkoi, madre
della principessa E lena, con altre due figlie ed
FIRENZE AI DEMIDOFF 163
un figlio, la principessa Kocciubei, madre della
stessa Troubetzkoi e prima dama d'onore (hofmei-
sterina) della imperatrice di Russia, la signora
Aurora Stienrval-Karamzine, madre del principe
defunto, con molti altri parenti, e non pochi afFe-
zionatissimi amici. Certo sì è che tutte queste
persone anelavano, lo sa Dio in quale ansia pe-
nosa, l'arrivo del convoglio per rivedere, natu-
ralmente, la vedova diletta, per porgerle conforto
nell'estrema sua afflizione ; ma la presenza della
bara che racchiudeva il di lei marito morto, quale
particolare impressione d'angoscia non dovea
produrre in tutti ?... Chi più avrà forzato al
pianto, il principe defunto, o l'inclita vedova,
che per somma virtù viaggiava con esso insieme
per più di quattro mila chilometri, non volen-
dosi staccar da lui fin dopo averlo deposto nel-
Tultima dimora?... È ciò che non sappiam deci-
dere. Fatto si è che le lacrime furono molte, ed
erano le lacrime degli affetti più sacri, de'cuori
più strettamente avvinti.
A questa scena di famigliare tenerezza aggiun-
sesi una particolarità da cui furono più che mai
penetrati i moscoviti : dalla Casa di Beneficenza
Demidoff di Pietroburgo che abbiamo rammen-
tata nel Capitolo sesto, erano state mandate quat-
tro fanciulle, con una bella corona in fiori di
porcellana ed analoga iscrizione, sotto la scorta
del loro vice direttore : si trovavano esse pure
164 FIRENZE AI DEMIDOFF
alla stazione di Mosca in attesa del treno. In
rispettosa, e mestissima attitudine, lasciarono che
la principessa Elena si fosse ritemprato il cuore
fra gli affettuosi conforti dei cari congiunti, e poi
le si accostarono, porgendole quella corona che
l'Istituto mandava ad offrire al compianto pro-
tettore. Come è naturale, si sentirono commovere
alla presenza della principessa, che a tutti ispi-
rava dolore ; accolse costei la corona con quella
effusione d'animo che è possibile immaginare, e
viste le umili porgitrici bagnate di pianto, credè
consolarle con una buona ricompensa in valuta
contante lì per lì rimessa loro a brevi mani, del
che parvero in vero assai consolate. Avevano
desse imparati a meraviglia i cantici di circo-
stanza, e ne dettero bellissima prova nelle preci
della sera. Intanto l'arciprete Exemplarsky, con
coro grandioso, celebrò la solita funzione, impo-
nente oltre ogni dire, attesa la imponenza della
città di Mosca in un giorno di domenica. Alle
ore 9 della sera lo stesso arciprete recitò di nuovo
le preci, alle quali presero parte le quattro fanciulle
orfanello di Pietroburgo, componendo da sole il
coro a bianche voci : erano di colà venute a por-
tare la ghirlanda dell'Istituzione Demidoff sulla
bara del principe Paolo, e per dispiegare al cielo
il loro canto in suffragio dell'anima sua; e tanto
tornarono accette nel loro doppio pietoso ufìicio,
che non solo rimasero impresse nell'anima della
FIRENZE AI DEMIDOFF 165
principessa Elena e degli illustri suoi congiunti,
ma i moscoviti tutti rammenteranno sempre le
quattro orfanello di Pietroburgo, ogni qual volta
parleranno di questa cerimonia funebre che ri-
marrà per molto tempo memoranda.
Finita la seconda funzione, ch'erano le 10, si
lasciò l'antica capitale della Russia, avendo ag-
giunto al treno due vagoni di prima classe pel
trasporto dei prefati parenti che vollero accom-
pagnare il caro estinto sino a Nijni-Novogorod (1).
Furono altre dodici ore di viaggio. A motivo però
delle numerose costruzioni di legno, e coperte di
stuoie, che avvicinano il porto del fiume Volga,
si ferma il treno a ragguardevole distanza, da
dove la macchina se ne torna indietro. Allo stac-
carsi della macchina, stavano pronti una quan-
tità di cavalli che tirarono il treno sino allo scalo
del fiume. Tra la fermata ed il tragitto a cavalli
si spesero due ore, percui non prima di mezzo-
giorno fu levato dal vagone il feretro. Era stato
eretto sullo scalo un palco magnifico a diversi
gradini, tutto coperto di nero e ricche guarni-
zioni a frange d'argento, sul quale palco fu messo
il feretro con l'immenso addobbo delle sue ban-
diere e delle sue corone. Molte erano, come sap-
(1) Ciità che conta 44,000 abitanti, e nella quale ha
luogo annualmente in estate la fiera detta Makariex, una
delle più celebri fiere d'Europa. Vuoisi che richiami ben
400,000, persone.
166 FIRENZE AI DEMIDOFF
piamo, le corone fatte in oro od in argento, altre
in fiori di porcellana, e le piìi di bellissimi fiori
naturali, tutte poi con iscrizioni e fregi trapun-
tati in oro od in argento sopra i nastri. I colori
smaglianti de'fiori, tale si disposavano a quelli
de'metalli finamente lavorati, e che brillavano
sotto i raggi d'un purissimo sole di mezzogiorno,
da formare, nell'assieme come un'onda di stelle,
che da quella massa nera si partissero per andare
incontro al medesimo astro superiore. La scena
era nuova, d'un effetto immenso, ed immensamente
vero.... Eppoi, da una parte, quella moltitudine di
sacerdoti, parati pure a nero con guarnizioni d'ar-
gento, colla solita massa corale; e dall'altra il
grappo dei parenti dell'estinto, cui s'univano nuovi
amici, diversi già venuti da Pietroburgo edaTa-
ghil, con alcuni impiegati superiori delle ammini-
strazioni Demidoff, mesti tutti e raccolti, in attesa
delle preci ; né meno mesta, né meno raccolta di
loro, era la popolazione, che in distanza stava fìtta
e silenziosa. Dal grande bacino del fiume si distiii-
guea perfettamente lo straordinario effetto di que-
sta singolare scena, dietro alla quale si distendeva
una città che in quel momento sembrava inani-
mata. In tanto silenzio monsignor arcivescovo
della provincia, cominciò la funzione religiosa nel
modo che già conosciamo, ed a cui tutti si uni-
rono con uguale devozione.
Anche l'arcivescovo di Nijni-Novogorod volle
FIRENZE AI DEMIDOFF 167
pronunziare un forbito ed adattatissimo discorso,
rivolgendolo alla vedova Principessa, col quale
riepilogavansi ancor qui le opere meritorie che
seppe compiere l'estinto principe in prò dei meno
agiati e dei colpiti da sventure; né tralasciò di
rammentare quale e quanta prosperità in quel
paese provenga dalle minerali ricchezze dell'U-
rale, di cui ne è proprietaria la famiglia Demidoff,
e dalle sue numerose fonderie (1).
L'arcivescovo, e gli addetti alla funzione sacra,
andarono poscia al rinfresco, siccome l'uso lo ri-
chiede, il quale consistè in una colazione degna
sempre della principessa Elena, che ebbe luogo
a bordo del battello Otwajni (2) da lei preventi-
vamente noleggiato per navigare nei due mag-
giori fiumi della Russia europea, il rammentato
Volga e la Kama (3), sino a Perni.
La seconda classe del battello, era tutta pa-
rata in panno nero a guisa di grande cappella
ardente, nella quale fu posto il feretro, come sem-
pre diligentemente ornato, ed in custodia delle
guardie di Pratolino.
I congiunti della vedova Principessa e del Prin-
cipe defunto, quivi venuti da Mosca, retrocedet-
(1) Vedi seguente Capitolo, per l'esteasione dei possessi
DemidofF, loro miniere e loro fonderie.
(2) Ardito.
(3) Conforme le ultime misurazioni pubblicate dal ge-
nerale A. Tillo, il corso del Volga si valuta 3391 cliilo-
168 FIRENZE AI DEMIDOFF
tero per tornare a Pietroburgo ; onde colla stessa
vedova, colla sua sorella Olga e colla sua figlio-
letta Aurora, s'imbarcarono nel battello la signora
Zucchelli, l'arciprete Exemplarsky, il dottor Wa-
sten di già nominati, e piti il signor Linder, il
signor Borissoff, il signor Kutuzoff-Tolstoy, il si-
gnor Jaunès, venuti da Pietroburgo, ed il P. Paolo
della chiesa dì S. Niccolò di Taghil.
Col noto bellissimo tempo, si cominciò a sal-
pare le acque del Volga circa alle 4 pomeridiane
di quello stesso giorno 6, e dopo una trentina
d'ore s'arrivò alla Kama ; per l'appunto al ter-
mine di quattro giorni e quattro notti compiovasi
quel tragitto di 1404 chilometri per acqua, e quasi
alle 4 pomeridiane dèi di 10, si mise piede a terra
nella città di Perni.
Questa città, capoluogo della provincia, o del
governo omonimo, cónta circa 13,000 abitanti, ed
ha un vescovado, un tribunale, un ginnasio e un
seminario. Il commercio dei metalli provenienti
dalle vicine miniere vi si fa grandissimo, per cui
trovavisi già una considerevole amministrazione
Demidoff, con grande numero d'impiegati, ai quali
molti altri erano venuti ad aggiungersi dalle ammi-
nistrazioni e dalle fonderie di Taghil. Dicendo come
l'intiera città fosse addobbata a lutto, dicendo
metri, e quello della Kama, 1797. Il Volga bagna la parte
orientale d'Europa, e comprende la parte centrale della
Russia europea.
FIRENZE AI DEMIDOFF 169
quali preparativi si fossero fatti per degnamente,
e devotamente ricevere la salma dei compianto
principe Paolo, da chiunque tanto amato e ve-
nerato, sarebbe un cadere in troppe ripetizioni ;
ma tuttavia bisogna dirne qualche cosa, e natu-
ralmente diremo solo l'essenziale.
A cura degli impiegati nelle amministrazióni
Demidoff di Taghil, erasi di laggiìi portato a Perm
un vagone mortuario, molto artisticamente di-
pinto in color bigio, e decorato cogli stemmi ad
oro della nobile famiglia Demidoff ; grande quan-
tità di martellini poi, pure dipinti ad oro, che
incrociati sormontavano gli stemmi stessi, face-
vano molto, ed ammirabile effetto ; ed oltre a que-
ste pitture, su quel fondo grigio, armonizzavano
con pari eccellenza, e non minore meraviglia, le
ghirlande di pino che in ragguardevole numero
vi stavano appese.
Tolto dal battello il feretro, una ventina degU
operai venuti a tal fine pure dalle fonderie di
Taghil, lo presero, e da loro in grande pompa
fu portato, colla solenne processione cui stava
dinanzi il vescovo di Perm, il clero, ed il solito
coro, fino alla stazione della strada ferrata, dove
fra le solite preghiere e cantici devoti, venne
messo in quel carro mortuario del quale abbiamo
data l'esterna descrizione, e che internamente so-
migliava una vera Cappella parata a funerali
sovraneschi.
170 FIRENZE AI DEMIDOFF
La principessa Elena non era mai stata vista
ne a Nijni-Novog-orod, né a Perm, né a TaghiI ;
certo, si era parlato dappertutto della di lei gio-
vinezza, e di quelle doti delle quali va sì ricco
Tanimo suo ; è perciò che quelle popolazioni, che
in massima parte da lei dipendono, anelavano
conoscerla, ma, come facilmente si può supporre,
l'avrebbero voluta conoscere per qualche fausta
circostanza; ed invece vedendola si pallida,
sì abbattuta dall'angoscia, in quel nero vestimento
di lutto gravissimo.... per tutti era oggetto d'am-
mirazione, per molti d'ammirazione e di com-
pianto. Se n'andava colla maggior mestizia dietro
alla bara del marito morto.... colla sua bambina,
che in ugual pallore, ed in abbigliamento uguale,
nella doglia similmente acerba, l'accompagnava
a seppellire diciamo pure questa tremenda
frase : la giovine madre era presso a seppellire lo
sposo, e quella figlia, fanciuUetta appena, stava
per seppellire il padre, dalle cui tenere carezze
forse pareale ancora sentirsi sfiorare il fresco
viso..', qual sacrifizio immenso ! Chi non ammira
quella madre e quella figlia, certo, non sa che al
mondo vi sieno delle sventure gravi, e ignorerà
per sempre ogni dolore. Ma la sciagura di quelle
due anime gentili viene più che mai compresa
dalla moltitudine di quella regione asiatica (1);
(1) La città di Perm è nella Russia europea, ma il suo
governo s'estende per metà nell'Asia.
FIRENZE AI DEMIDOFF 171
ciascuno vuol vederle, vuol contemplarle, e so-
spirar con loro. In si triste condizione, forse un
solo pensiero dominava la mente della vedova
Principessa, e può darsi che un senso di conforto
celeste le rendesse minore la fisica sua tribola-
zione. Questo pensiero, che non abbiamo mani-
festato ancora, è ben degno di un'anima illumi-
nata dalla mente di Dio : è il pensiero che mag-
giormente nobilita, dal lato della fede, il disegno
del grande sacrifizio che la principessa Elena sta
per compiere, è. il pensiero in cui la sua virtù si
mostra superiore.
Noi fiorentini, ben la vedemmo, tanto nelle ore
del giorno, come in quelle della notte, piangente
presso a quella scoperta tomba in cui giaceva il
suo consorte, ed abbiamo egualmente veduto,
come fra il pianto e le preghiere, cui la spingea
il soffrire, ogni cosa ella disponesse circa l'or-
dine del trasporto, in tutto e per tutto principe-
sco, per quel tragitto sì enormemente lungo, con
tutti i suoi trasbordi, con tutte le cerimonie, con
tutta la pompa devoluta.
Mentre la salma del principe Paolo Demidoff
giaceva nella Cappella di Pratolino, noi fiorentini,
ci domandavamo, prima che lo pubblicassero i
giornali, quando sarebbe avvenuto il suo tra-
sporto : ignoravamo che la virtuosa vedova aveva
già stabilito d'arrivare a Taghil nel giorno 11
luglio, che conforme il calendario gregoriano dei
172 FIRENZE AI DEMIDOPF
russi, è colà il 29 giugno, vale a dire il giorno
dei SS. Pietro e Paolo. Quest'era il pensiero che
le porgea conforto, processionalmente andando,
nel giorno 10, dallo scalo di Perm, alla stazione
della strada ferrata per Taghil, dietro al marito,
che dovea deporre per sempre nella tomba!....
Arrivò in Taghil la mattina dell'undici luglio, ed
alle undici e mezzo precise il feretro entrava nel
tempio di S. Paolo.
Dobbiamo finalmente parlare di questo arrivo,
tanto solenne e tanto funesto.
Il grandissimo villaggio di Taghil conta ben
più di 30,000 abitanti, si può dire tutti dipen-
denti dalle miniere e dalle fonderie del principe
Demidoff. Persino da cinquanta chilometri distante
erano venute le persone, appartenenti o no alle
proprietà del Principe defunto, sicché quel remoto,
siberico paese, somigliava in quel giorno ad una
città importante.
Tale enorme riunione non avendo avuto che
un solo fine, e non essendo in essa che un'unico
sentimento, si può immaginare con quale fervo-
rosa devozione, con quale pietosa riverenza fosse
colà ricevuta la salma del principe Paolo, quando
pensiamo che fra quelle popolazioni ed i Demi-
doff* esistono da molte generazioni strettissimi vin-
coli d'affetto, che si riguardano come un culto re-
ligioso ; e si può immaginare altresì con quale ri-
spetto ed ossequio si ricevesse la vedova illustre,
FIRENZE AI DEMIDOFP 173
di cui la intrapresa eroica e miracolosa, è quivi
a meta, e si corona del più completo risultato, e
della suprema soddisfazione agognata in tanti
giorni d'amarissima pena.
Cominciò dunque la processione. Prima di tutto
sfilarono gli stendardi in quantità innumerevole
con iscrizioni differenti, portati dai singoli ope-
rai ; ed agli stendardi seguivano le molteplici
decorazioni delle quali l'estinto Principe era stato
insignito, ciascuna sovra un cuscino di velluto
nero a nappe d'oro come usasi fare laggiìi ; dietro
alle decorazioni veniva il coro, e quindi il clero,
col vescovo d'Iekaterinburgo, ne'soliti solenni pa-
ramenti di velluto nero a guarnizioni d'argento ;
la croce precedeva il carro tirato da sei cavalli
bardati a nero; era il carro tutto tappezzato in
tela d'argento, a frangio e nappe d'oro; e simil-
mente in oro aveva gli stemmi della nobile Casa;
la bara cuoprivasi con una grandissima coltre di
seta gialla a striscio d'oro, ed era sormontata
dalla corona principesca, in oro questa pure. La
vedova, colla figlia e la sorelln, venivano appresso,
framezzo a quei nobili personaggi che abbiamo
nominati sino da Kiew e da Nijni-Novogorod. 11
grande stuolo degli impiegati superiori di tutte
le miniere, di tutte le fonderie, e di tutte le am-
ministrazioni Demidoff, ed infine le tante e tante
migliaia d'operai, d'addetti alle possessioni, e
d'ogni classe degli abitanti che v'erano accorsi.
174 FIRENZE AI DEMIDOFF
In sì compatta processione, e quanto ogn'altra
mai penetrata dal senso devoto e religioso, il cui
passaggio durò per qualche ora, fu accompagnata
la salma del compianto Grande Benefattore
in un tragitto di circa tre chilometri, dalla sta-
zione fino alla chiesa di S. Paolo, dove, come si
è detto, entrò sul meriggio del suo giorno ono-
mastico, siccome il disegno n'era stato della in-
clita vedova. Altra particolarità che singolarmente
intenerisce : nel vasto cortile che circonda la
chiesa di S. Paolo in Taghil, stavano schierate
tutte le bambine e tutti i bambini delle scuole
Demidoff, come a raffigurare la schiera degli
angioli venuti a prendere l'anima di quell'uomo
che fu sì prodigo verso i poveri, e sì pietoso
verso ogni sofferenza umana, per riportarla a Dio.
Al domani, 12, ebbe luogo nella medesima
chiesa una solennissima messa, celebrata dal pre-
detto vescovo d'Iekaterinburgo, dopo la quale,
colla processione anzi descritta, venne traspor-
tata la spoglia mortale alla chiesa di S. Niccolò
(quattro chilometri distante da S. Paolo) sotto i
cui vastissimi sotterranei si trova il Mausoleo dei
Demidoff.
In questa ultima chiesa fu lasciata la salma
per ventiquattr'ore ; si celebrò di poi, dallo stesso
vescovo, un'altra messa solenne al pari della
prima, e l'arciprete Exemplarsky, la cui funebre
orazione aveva tanto impressionato a Kiew, lesse,
FIRENZE AI DEMIDOFF 175
qui presso alla sepoltura, un bel sermone ; la
chiesa era piena, l'argomento era sacro a tutti, ed
era il momento di seppellire il principe Paolo
Demidoff.... Fa egli duopo di dire ancora l'emo-
zione prodotta dalle gravi e pietose parole del-
l'arciprete Exemplarsky ? Dopo questo ser-
mone si discese tosto il Grande Benefattore
sotto quelle volte antiche, e si depose nella sua
tomba dove dormirà eternamente accanto alle
ceneri amate degli antenati, della prima con-
sorte, e del pargoletto Nikita.... Il cuore della
principessa Elena era giunto alla prova estrema,
e fu sovrumano in quell'atto supremo col quale
compieva il sacrifizio degno d'appartenere sola-
mente, come in principio si è accennato, agli an-
tichi martiri della fede. L'amatissimo suo Paolo
era sepolto... ed ella piangeva del pianto piìi a-
maro, piangeva la fanciulletta Aurora (1), la prin-
cipessina Olga... insomma, piangevano tutti : e chi
mai potrebbe dubitarne?
Compiuta ogni funzione, e lasciate le volte nel
cupo loro silenzio, la vedova illustre dette il
pranzo d'uso nella propria casa (2) intervenendo
(1) È tempo di considerare come si grandi emozioni
rimarranno incancellabili nel cuore della principessina
Aurora, .e come con queste serberà per sempre impressa
la memoria del padre adorato.
(2) Crediamo notare cbe quando la principessa Elena
entrò per la prima volta in quella sua casa di Taghil,
176 FIRENZE AI DEMIDOFF
ad esso il vescovo d'Iekaterinburgo, il clero ed
ogni addetto alle funzioni sacre, in uno ai mem-
bri della famiglia.
In quel giorno stesso, la principessa Elena co-
minciò ad accogliere le suppliche, ed elargire
beneficenze ; visitò quindi gli Spedali, le Scuole,
e qualunque Istituzione dai Demidoff mantenuta, per
provvedere ai singoli miglioramenti che potessero
parerle necessari.
Nel giorno 15 luglio l'arciprete Exemplarsky
celebrò la terza messa solenne, cui prese parte il
clero di Taghil, ed ebbe quindi luogo la bene-
dizione del monumento, che era digià stato messo
al posto (1).
E quel bel monumento, in marmo ed in bronzo,
che la vedova illustre aveva fatto modellare e
scolpire dall'abile statuario fiorentino, signor Raf-
fra' personaggi che l'accompagnavano e la folla die volea
vederla, un operaio delle fonderie stava pronto sulla porta
per offrirle ossequiosamente il pane e sale della hen venuta,
come l'uso è in Russia ; il pane era nero, il sale in una
saliera di malachita, ed il vassoio nel quale porgevasele
era d'argento decorato in oro, ferro e platino, con analoga
iscrizione.
(1) Tutte le ghirlande ornarono la tomba, e tale or-
namento, in quel luogo di morte, ricorderà lungamente
il sommo splendore della vita. A quella corona poi por-
tante il nome di Elcna, ed a quei gigli bi anelli che por-
tano i nomi de'suoi bambini, tutti rivolgeranno sempre
un senso particolare di sincera e profonda tenerezza.
FIRENZE AI DE.MIDOFF ' 177
faello Romanelli, nel quale, con elevatissimo pen-
siero s'esprime tutta la grandezza di un'anima
privilegiata.
In un gran medaglione si riconosce scolpito in
marmo il ritratto del Principe compianto, avente
a tergo le armi gentilizie della Casata. Delle car-
denie in bronzo, e delle magnolie, con due faci
funerarie maestrevolmente intrecciate, servono al
medaglione di bellissima cornice. Sopra un gra-
dino di marmo siede- una figura di nobil donna,
eseguita in bronzo, le cui fattezze gentili ram-
mentano la medesima principessa Elena, e stain
atto mestissimo : probabilmente contempla coll'a-
nima il consorte nel cielo ; ed in tal pietoso ab-
bandono, sostiene con una mano il medaglione,
e tiene coll'altra un ramo d'olivo che appoggiasi
sul fianco ; per lui certamente anela la pace dei
giusti. Dall'altra parte del gradino, un grazioso
angioletto alato, raffigurante l'estinto pargoletto
Nikita, sta in dolce posa, e appiè del medaglione
scrive: Elena alV amatissimo suo Paolo. Al di-
sotto del medaglione si è messo, similmente in
bronzo, il libro del Vangelo, del (juale il prin-
cipe Paolo fu seguace devoto, ed è aperto ap-
punto laddove, in lettere d'oro, si parla della
carifct e delVaìuoì^e del prossimo. Un monolite
in marmo, rimane sotto a tutto, ed è in esso in-
cassato un grande bassorilievo in bronzo, nel
quale si rappresenta il Principe moribondo in
FIRENZE AI DEMIDOFF 12
178 FIRENZE AI DEMIDOFF
letto, con appresso l'addolorata moglie che ne
raccoglie gli ultimi sospiri.
Possa, questo poema celeste, ispirar la pietà e
la preghiera universale, in suffragio dell'anima
dell'uomo che nacque per fare il bene, che visse
sollevando sempre e dovunque la sventura, che
morì praticando le parole del Vangelo.
Perni a TaghiI ■ I monti Urali : foro posizione geografica e fisica, loro rie-
cfi3zze minerali - TaghiI: Miniere e Fonderie della Famiglia Demidoff,
Possessi e Stabilimenti della stessa Famiglia.
UEL lembo di fredda Siberia dove la salma
del principe Paolo DemidofFandette a sep-
^^£) pellirsi, merita pure qualche periodo nelle
nostre pagine : gli saremo brevi, ma non vogliamo
essergli certamente avari.
Non sapremmo come meglio rifarci a parlarne
che col tornare a Perm. Il tempo che ha impie-
gato il funebre corteggio da questa città sino a
TaghiI, risulta di dodici ore circa. Trattasi però
di un servizio speciale ordinato dalla principessa
Elena Demidoff, epperciò non da quello si deve
prendere norma della durata di tale tragitto coi
treni ordinati dall'amministrazione delle strade
ferrate : da un punto all'altro s'impiegano bene
sedici ore col treno, come lo dimostra l'egregio
Signor Sommier nel darci un'idea dei monti U^
rali (1). « La sera del giorno in cui ero arrivato
(1) Stefano Sommier: Uìv estate in Siberia. — Fi-
renze, 1885.
180 FIRENZE AI DEMIDOFF
a Perm, dic'egli, ripartiva coli' unico treno quo-
tidiano di passeggieri, in un vagone a letti non
meno comodo ed elegante di quelli della Russia
d'Europa.
« A poca distanza da Perm si lascia la pia-
nura nella quale scorre la maestosa Kama e si
comincia a salire con un pendìo molto dolce sui
primi contrafforti degli Urali.
« Si entra ben presto nei boschi di abeti, e quei
boschi vi accompagnano senza interruzione fino
al versante opposto. Durante tutto il tragitto, tino
nelle pianure dell'Asia, non si attraversa un tun-
nel nò un viadotto; appena si trovano terrapieni
0 tagli di pochi metri. Non si segue mai una
valle. Ora salendo, ed ora andando in piano, si
corre lungo i fianchi o sopra i dorsi di colli ar-
rotondati. Il paesaggio in molti punti rammenta
la Selva Nera di Germania.
« Gli alberi lungo la via formano un sipario
quasi continuo, al di là del quale solo in pochi
punti si intravedono altri colli rotondi tutti co-
perti di foreste. Non si vede mai un pendìo sco-
sceso né una rupe, ma un rapido torrente. 1 po-
chi corsi d'acqua che s'incontrano scorrono pla-
cidi entro un largo letto in mezzo a boschi e
terreni paludosi. In fine non vi è nulla di ciò
che da noi caratterizza la montagna. Nella zona
di terreno diboscata ai due lati della via — per
evitare gli incendi — la vegetazione erbacea è
FIRENZE AI DEMIDOFF 181
rigogliosissima. Xon avevo mai visto i più belli
Non ti scordar di me^ le Valerianej, i Raìiun-
coli.... (1).
« In tutta la traversata della regione boschiva
dell' Urale non s'incontra un villaggio — appena
a grandi distanze alcuno capanne di spaccalegna
che preparano il combustibile per le locomotive.
Non si comprende perchè siano tanto fi^equenti
le stazioni, ne perchè ci si fermi tanto tempo in
ognuna. Quelle stazioni non sono altro che ca-
sette di legno isolate in mezzo ai boschi ; ma que-
ste casette che sono tutte nuove e pulite, e di
puro stile russo, rallegrano la vista in mezzo a
quei boschi deserti.
« A dodici ore circa da Perni, si arriva alla
stazione di Europaeisììaia. La seguente è Uràl-
skaìa e quindi viene Asiàskaia: Come lo indicano
questi tre nomi, lì si passa il punto culminante,
si lascia l'Europa per entrare in Asia. Il passag-
gio si fa senza accorgersene ; il versante orien-
tale deirUrale è in tutto simile a quello occiden-
tale, forse ancora meno ripido.
« A quattordici ore da Perm si trova un gran
villaggio, e si rivedono le prime terre coltivate
sul versante orientale degli Urali. In questo vil-
lasfoio si trovano s^randi miniere e fonderie dello
(1) La citata opera del Sommier tratta principalmente
di Botanica e di Etnografia
182 FIRENZE AI DEMIDOFF
stato. Due ore più in là si giunge a Nijni-Ta-
ghilsk, centro importante, ove in un' area relati-
vamente ristretta si trova la maggior parte dei
minerali per cui è celebre la catena degli Urali. »
All'idea che ci dà il Sommier della famosa ca-
tena di monti che forma la naturai barriera per
cui separasi dall'Asia l'Europa, vogliamo aggiun-
gere altre poche particolarità, che ci suggerisce
il signor Onesimo Reclus colle seguenti parole (1) :
« Questa catena granitica è di trentatrè mi-
lioni d'ettari ; ma i figli del più immenso impero
non si degnano fare del Kamennaì 'poyas (2) o
del Zemnoì poyasj cioè dell' Urale, un limite fra
l'occidente e l'oriente della patria loro: all'ovest
ed all'est di questi monti, non è che la Russia
una, indivisibile. E per ignoranza la pensavano
così anche i nostri vecchi, poiché la sarmata pia-
nura era per essi in una lontananza crepusco-
lare, e sotto una nebbia tanto fitta da non po-
tersi distinguere. Colla Polonia terminavan l'Eu-
ropa, e respingeano nell'Asia i Moscoviti. D'al-
tronde, da un versante all'altro dell'Urale, al diso-
pra di questa sommità che prolungasi più di
tremila chilometri (3), ora semplice, ed ora formata
(1) Onésime Reclus : La terre à voi cVOìseau. - Paris, 1886.
(2) Queste due parole russe vogliono dire : cintura di
pietra.
(3) In questa lunghezza si devono comprendere, com'e-
stremo limite, i monti dell'Isola della Nuova Zembla.
FIRENZE AI DEMIDOFF 183
da tre catene parallele, uè suolo né cielo, e nean-
che gli uomini, che han la medesima faccia,
e che parlan lo stesso idioma, nulla indica che
si muta di parte di mondo : senonchè dalla parte
asiatica si trova maggiore ricchezza, essendo le
città pili industriose, più sfarzose, più ampiamente
fabbricate.
« La strada ferrata che traversa la catena ura-
liana, va da Perni a lekaterinburgo ; ed ha, poco
distante, una vecchia strada pedestre, che d'al-
tezza in altezza, e sempre di bosco in bosco, con-
dusse d'Europa in Asia, e d'Asia in Europa, mi-
lioni d'uominij soldati, galeotti, contadini, coloni
e turisti : è la strada di Mosca a Tobolsk, fian-
cheggiata, tra Nijni-Novogorod e Tiumen, da un
viale di bianche betule, assolutamente la più lunga
del mondo. Lo smisurato viale si fece dalla grande
Caterina, che assicurò la crescenza degli alberi
con una legge draconiana, con una legge cioè
che condannava a morte chiunque avesse osato
maltrattarne uno. Tal viale, spesso facendosi a
due ranghi, non dovea terminare che all'ingresso
della lontanissima città d'Irkoutsk. »
Non dobbiamo abbandonare la celebre catena
delle montagne Urali senza registrare la somma
importanza delle sue ricchezze minerali.
Questa catena è posta tra 51° 10' e 68" 15' di
latitudine nord; e tra 55' 40' e 60° di longitudine
est; formando, tra 54" 65' e 65° 40' di latitu-
184 FIRENZE AI DEMIDOFF
dine il limite dell'Europa e dell'Asia, e standone
in Europa le estremità settentrionale e meridio-
nale. Percorre l'est del governo d'Arcangelo, se-
parandolo, insieme a quello di Yologda, dall'al-
tro di Tobolsk, e passa per l'est dei governi di
Perni e d'Oreraburgo. Incominciando sulla costa
dell'oceano Ghiacciale, allo stretto di Vaigaz, di-
rimpetto all'isola di questo nome, corre general-
mente verso il sud, facendo tuttavia due infles-
sioni assai considerevoli, i cui punti più orientali
sono, per quella del nord 65° 40' di latitudine,
e per quella del sud a 56° 40', e termina alla
testa dell'Ural, alquanto al sud-ovest d'Orsk.
La grande catena noi la divideremo in tre parti
determinate da situazioni idrografiche, cioè l'Ural
settentrionalp o deserto, l'Ural di mezzo e l'Ural
meridionale (1). Il primo, tutto quanto sul clivo
dell'oceano Ghiacciale, e prima diretto a sud-est,
poi al sud-ovest, finalmente al sud, va sino alla
sorgente della Peciora o Petchora : mostrasi prin-
cipiando, tra i bacini del Kara e dell'Oio, all'est,
e quello della Korotaikha, all'ovest ; divide poi
rObi dalla Peciora a quello mandando, verso l'est,
(ri E per questa divisione dei tue Urali che abbiamo
tolto i dettagli geografici e geologici cbe qui presentiamo
al nostro lettore dal Dizionario geografico universale (Ve-
nezia 1826-1838) compilato da una società di dotti sopra
i più famosi viaggiatori d'ogni nazione.
FIRENZE AI DEMID>FF 185
la Synia, e le due Vogulka, ed a questa, verso
Tovest, la Ousa, il Chtchaougor, la Liaga e la
Ilicha : la sua lunghezza misura più di dugento le-
ghe. L'Ural medio, che va al sud sud-ovest, ha esten-
sione quasi eguale, e termina, al sud, alla sor-
gente del fiume Ural : fa parte della giogana che
separa il clivo dell'oceano Ghiacciale da quello
del mar Caspio ; trovasi fra i bacini dell'Obi e
del Volga, e somministra al primo, sul suo clivo
orientale, la Lozua, la Sosva, la Lobva, la Tura,
il Tagil, la Neiva, la Pichma, l'iset, la Tecla, il
Miias ; ed al secondo, sul suo clivo occidentale,
la Visceva, ITazva, la Kova, la Tchiousovaia, l'Ufa
e l'Ai, che nel fiume si recano per la Kama. L'U-
ral meridionale che ha lunghezza assai minore,
ed una direzione sud, sta prima sul limite dei
bacini del fiume Ural e del Volga, ambedue tri-
butari del Caspio, — e dà l'origine, verso Test,
al Kizil, affluente dell'Ural, e verso l'ovest, alla
Belala, affluente della Kama ; poi dirigesi, sotto
il nome di Gouberlinskaia, tra la Sakmara ed il
Tanalik, affluenti dell'Ural.
Numerose ramificazioni hanno i monti Urali,
ma poche notevoli : distingueremo soltanto qui
sul clivo orientale, quella che principia alla sor-
gente dell'Ural, e che correndo al sud-est separa
questo fiume dall'Oui, o meglio Ui, tributario del-
l'Obi, e congiungesi ai monti Kitchik-Karatcha,
COI quali fa parte della linea di sparti mento delle
186 FIRENZE AI DEMIDOFF
acque dell'oceano Ghiacciale e del Caspio ; sul
clivo occidentale, i monti Bolchezemelskii, che
dirigonsi dall'est all'ovest tra il bacino della Pe-
ciora e quelli di parecchi piccoli tributari imme-
diati dell'oceano Ghiacciale ; le alture situate tra
i bacini della Peciora e della Kama, e compresi
in quella grande giogana europea che il clivo
oceanico separa dal clivo del Caspio e del Medi-
terraneo ; il ramo che stendesi tra Tchiousovaia
e rufa, e dividesi in due rami primari uno tra i
detti fiumi e la Silva, l'altro tra questa ePUfa;
il ramo che prolungasi parallelo alla sponda set-
tentrionale della Belala, dando origine, verso il
nord, airiurzen ed all'Inzec ; finalmente i monti
Obchichei-siert, i quali, staccandosi dalla catena
alla sorgente della Sakmara, distendonsi tra i
bacini dell'Ural e del Volga, e si prolungano sino
alla sponda sinistra di quest'ultimo fiume.
L'elevatezza della catena uraliana, è mediocre :
neirUral medio e nel meridionale, dove sono le
parti più alte, non giunge a piìi di sei mila piedi;
la sommità maggiore è il Pavdinsk, di piedi
sei mila trecento sessantacinque sopra il livello
del Caspio nel governo di Perm, all'ovest di Ver-
Ivhoturie ; gli altri punti più rimarchevoli essendo,
nel medesimo governo, il Vostai-kamen, il Kor-
konechevskai-kamen, il Kosvinskai -kamen ; e
nel governo di Oremburgo, l'Iramel, il Psetak, il
Taganai, il Tchigalgo, l'Agchourdyk, l'Imen o
lamen-taou, l'Irentik ed il Karentak.
FIRENZE AI DEMIDOFF 187
Tra i passi assai numerosi che tagliano que-
sta catena, noteremo sopratutto quelli che danno
esito alle strade seguenti : 1° nel nord dell' Ural
medio, le strade da Verkhoturie e Tcherdin, o
Cerdin, ed a Solikamsk ; 2° nel mezzo dello stesso
Ural, la strada da Perni a lekaterinburgo ed a
Tobolsk ; 3° nel sud della medesima parte, le
strade da Ufa a Tchalinbinsk e Gel labi nsk ed a
Troilsk ; 4° nelF Ural meridionale, la strada da
Lamovka, sulla Belala, a Verkho-Uralsk, sul-
rUral.
Per la maggior parte le vette più alte dei monti
Urali sono composte di granito ; i fianchi hanno
.molto chisto; i contrafforti, soprattutto verso l'o-
vest, trovansi formati di gres, creta e gesso, con
letti di marna, argilla e sabbia. In alcuni luoghi
delle montagne principali, tra massi di granito,
vedesi del porfido, del mica spatico, del diaspro,
della serpentina, sabbia, pietra marmosa, schisto
micaceo, salgemma e calcareo, il quale ultimo
predomina particolarmente nel clivo occidentale,
tra le sorgenti della Belala e della Kosva, ma
accompagnato da masse di gesso e gres, che
contengono, le prime delle sorgenti salse, e le
ultime dei filoni di rame ricchissimi ; nella parte
superiore di questo calcareo, trovasi grande quan-
tità di ferro. Dalla parte dell'est, appunto tra il
calcareo salino e la marna, sono le miniere di
rame le più ricche, ed è nella ganga di schisto
18S FIRENZE Al DEMIDOFF
che incontransi gli strati più considerevoli della
miniera di ferro. Sul medesimo clivo, ne'distretti
di Verkhoturie e lekaterinburgo (governo di Perni)
è dell'oro in abbondanza : metallo che vi si mostra
sotto forma di grani, in una terra argillosa, che
trovasi quasi immediatamente sotto il cotico ; tal-
volta presentasi in pipili del peso di cinque in sei
marchi: in generale, per 25 pud d'argilla, si ricava
1 zolotnik d'oro ; nel 1828, le miniere d'oro della
corona ne diedero 87 pud, 27 libbre, 37 zolotnik ; e
le miniere dei particolari, 203 pudj 16 libbre, 18
zolotnik (1). Il platino, nello stesso governo, tro-
vasi più abbondante sul clivo occidentale che non
sull'altro ; e nel 1828, nelle miniere della corona,,
somministrò 3 pud, 25 libbre, 72 zolotnik ; ed in
quelle dei particolari 90 pud, 7 libbre, 48 zolo-
tnik. Su quel medesimo clivo, e nello stesso go-
verno, a cinque leghe nord-est da Bisertsk, trova-
ronsi il 22 giugno 1829 dei diamanti nello scava-
mento della sabbia aurifera ; ma la probabilitcà del-
l'esistenza di diamanti in queste montagne era già
stata annunziata da Engelhardt fino dal 1826. Le
(1) Il marco equivale a circa 225 grammi, il pud a lo
chilogrammi, la libbra a 400 grammi, lo zolotnik a quasi 4
grammi. — La famosa Spedizione Polare Svedese del prof.
A. E. Nordenskjòld, visitò le miniere d'oro vicine alla città
d'Iekaterinburgo il dì 31 ottolDre 1875 ; ed il Signor Théel
facente parte della spedizione stessa, apprende nella rela-
zione che queste miniere appartengono ad una compa-
gnia tedesca, la quale ne ricava, dicesi, grossi profitti.
FIRENZE AI DEMIDOFF 189
miniere crargento e quelle di piombo sono qua e là
ripetute nella catena uraliana ; vi son marmi pre-
ziosi, asbesto, bei cristalli di rocca, calcedonie,
agate, topazzi, rubini, acque marine, superbe ma-
lachiti, ametisti, crisoliti, ed una sorta di zaffiro
recentemente denominata soimonite ; il succino e
le ligniti trovansi sul fianco orientale : colla sabbia
aurifera sono grani di ginabro, ceilaniti, graniti,
piccoli zirconi bianchi dotati di bellissimo splen-
dore di diamanti. Vi si trova, pure della calamita,
del carbon fossile, della nafta, dello zolfo nativo,
delle macassiti, delle sorgenti di sai marino, al-
lume, delle terre vitricoliche, nitro e natrone. E
mostransi pure sull'Urale alcuni vulcani esistenti.
Sappiamo già che gran parte della catena è
coperta di boschi, ed oltre alle betule dianzi no-
tate, lungo il famoso viale che la traversa, ed agli
abeti, si vedono generalmente pini, cedri, larici, tre-
mule ed alni ; le querele, gli olmi e le tiglio, sono
più che altrove nelle parti meridionali. Pingui
valli e bei prati distendonsi alle falde degli Urali,
particolarmente verso il sud-ovest. Orsi, martore,
rangiferi.ed alci, sono assai comuni su queste
montagne, massime nelle parti settentrionali dove
sono pure disseminati in moltitudini i piccoli
laghi limpidi e pescosi.
A compimento della relazione che ci siamo pro-
posti di dare intorno alle montagne uraliane
cominciate a sfruttare dai Demidoff nel principio
190 FIRENZE AI DEMIDOFF
del secolo deci m'ott avo, ed ormai diventate una
classica regione della geologia, come le chiama
il dotto Eliseo Reclus (1), e già percorse da tanti
scienziati, diremo che lavorarono contemporanea-
mente sur esse sino a centomila operai. Dietro
la scoperta dei « Campi d'oro » nella California
e nell'Australia, l'importanza relativa degli Urali
come luogo produttivo dei metalli preziosi, è con-
siderevolmente scemata, come pure il rame del
distretto d'Iekaterinburgo, non può disputare i mer-
cati d'Europa al minerale dell'Australia, della
Bolivia, del Chili; ma ir ferro, degli Urali, tanto
buono, tanto ricercato al pari dei migliori mine-
rali della Svezia, avrà mai sempre per la Russia
un valore capitale ; come pure, per le sue am-
mirabili malachiti specialmente, mantiene e man-
terrà rurale il primo posto fra le montagne mine-
rali. Gli strati di malachite si trovano non lungi
dalla strada ferrata, e precisamente dalla staziono
Asiàskaia. E nello stesso paese di Taghil, « si sco -
perse a 90 metri di fondo una massa di pura mala-
chita che misura diversi metri in ogni senso, e che
pesa pii^i di trecento tonnellate (2). » La collina
chiamata Visokaya Gora, che sino dal 1720 ali-
(\) Elisèe Reclus : Xouvelle Geographie UniverseUe, ta-
llio VI. Questo importante lavoro è ancora in corso di
stampa. Il primo tomo è già pubblicato anche tradotto
in italiano.
(2) MuRCHisoN : Bussia and the Ural mounfains.
FIRENZE AI DEMIDOFF 191
menta di minerale i fornelli di Taghil e di Ne-
vlask, non è che un enorme blocco di ferro che
venne sfruttato a cave, il quale contiene almeno
sei miliardi di quintali metrici d'un minerale che
per due terzi consiste in metallo ; gì' incavi
che i minatori v'hanno fatto attestano la poca en-
tità del lavoro umano, relativamente occorso, in
paragone delle ricchezze che il suolo riserba tut-
tora in seno.
Ora diciamo esclusivamente di Taghil, e ter-
miniamo coH'accennare alla vastità dei possessi
della famiglia Demidoff. Nijni-Taghil, cui s'è dato
il nome di borgo, è un villaggio sì vasto che può
considerarsi d'una superfìcie da sei a sette chi-
lometri, nel governo di Perm, precisamente nel
privilegiato distretto di Verkhoturie, dove 1' oro
è nell'abbondanza maggiore, come il ferro, il pla-
tino, la malachita, quei metalli insomma che sono
la precipua sorgente delle favolose ricchezze De-
midoff. È posto sul fiume omonimo che piglia o-
rigine nel distretto d'Iekaterinburgo, che sul dive
orientale, va entrando nel distretto di Yerkhoturie,
e scaricasi alfine nella Tura, dopo un corso di
circa settantadus leghe.
Il paese di Taghil ha molto ridente aspetto, e
conta sui 30,000 abitanti ; ha perciò l'importanza
d'una ragguardevole città, ma si vuol reggere a
villaggio per il motivo delle imposte da cui le
città sono aggravate. Sino dal 1725 esso appar-
192 FIRENZE AI DEMIDOFF
tiene alla famiglia Demidoff, che suU'Urale pos-
siede un'estensione di terreno di circa 200 chilo-
metri di lungo per 40 di largo, tutto coperto di
boschi. Il fiume, sbarrato dal grande argine alto
25 piedi, forma un immenso e inesauribile ser-
batoio d' acqua che dà il moto necessario alle
astanti fonderie.
Accerta il nominato Théel essere cosa rara in-
contrare riuniti in un sol punto tanti tesori mi-
nerali. Quelle miniere di ferro, di rame, di ma-
lachite, sono considerate fra le principali del globo,
senza parlare delle quantità d'oro e di platino
che i lavatori estraggono. Inoltre vi sono qui
moltissime officine di costruzione e delle manifat-
ture, i cui prodotti in ogni genere di ferro hanno
acquistato una rinomanza universale.
È difficile immaginarsi una fonderia meglio
situata di quella di Taghil, dice il Signor Sommier,
parlando della fonderia di ferro (1) ; il lago som-
ministra la forza motrice, le immense foreste dei
dintorni un eccellente combustibile Girai per
più di due ore nella fonderia, vedendo sempre
nuovi alti forni, forni da pudellaggio, forni Sie-
mens, forni Bessmer, martelli idraulici immensi,
laminatoi, ventilatori, macchine a vapore, infine
una varietà "Sterminata di forni e macchine che
farebbero la gioia d'un metallurgo.
(1) Questa fonderia è quella che abbiamo notato a pag. 24.
la cui produzione media secondo Soubbotin, è 40,000 ton-
nellate.
FIRENZE AI DEMIDOFP 193
Le foreste Demicloff sono sfrattate secondo i
migliori dettati della scienza forestale, e per quanto
sia enorme la quantità di legna che vi si può
tagliare senza recar loro del danno, limitò sino
ad ora la produzione del minerale che è di fa-
cilissima estrazione. Da poco tempo s'è incomin-
ciato a lavorare col carbone fossile, che viene da
miniere pure appartenenti ai Demidoff, e situate
sul di là dell' Urale, a più di 300 chilometri da
Taghil. Pare die i lavori preliminari di queste
miniere, prima che potessesi estrarre del carbone,
fossero costati tre milioni di rubh. Da ciò si può
dedurre l'importanza che ha per le fonderie questo
nuovo combustibile, se deve pagare le spese di
estrazione e di trasporto.
A poche centinaia di metri dalla suddetta fon-
deria di ferro, v'è una collina di ferro magnetico,
il miglior minerale di ferro che esista, dalla quale
si potrà seguitare ad estrarre il minerale per se-
coli senza impoverirla ; il ferro magnetico inoltre
è alla superfìcie del suolo, per cui le spese di
scavo sono minime. Contigua alla miniera di
ferro ve n'è una di rame, nella quale si trova
pure la preziosa malachita, di cui ebbe Firenze
sì copiosi e sì stupendi saggi.
Non è dunque a meravigliarsi se con (juesto
concorso di circostanze favorevoli, la produzione
del rame e del ferro è immensa a Taghil.
Né devesi credere che quelle di Taghil siano
FIRENZE AI DEMIDOFF 13
194 FIRENZE AI DEMIDOFF
le sole fonderie della famiglia Demidoff nell'Urale,
che sparse per i suoi possessi, che sono grandi
quanto una provincia, per esempio quanto la pro-
vincia di Toscana (1), ve ne sono undici solo per
il ferro, e nove per il rame, alcune delle quali
pur molto importanti. In diversi punti di questi
possessi ha inoltre lavaggi d'oro e lavaggi di pla-
tino. I lavaggi d'oro dal 1823 al 1877 hanno dato
(I) I possessi della famiglia Demidoff giungono sino a
Barnaul dove le prime fonderie furon piantate da Akinfi,
come è detto a pagina 25. Barnaul, distretto e città nel
governo ed a 435 chilometri di Tomsk suU' Obi, Siberia
occidentale, con 12,000 abitanti. Tutto l'oro dell'Aitale della
Siberia orientale viene colà trasportato per essere fuso
in verghe prima d'essere inviato a Pietroburgo. « Questa
città, dice il signor Vivien de Saint Martin nel suo
Nouveau Dictionnatre Geographique^ in corso di stampa, fu
dapprincipio un semplice villaggio ; ma la produzione
minerale dell'intorno le dette poi tanta importanza, che
diventò, dal 1780, il punto centrale dei lavori metallur-
gici della provincia dell'Aitai. Attualmente vi si contano
molti stabilimenti, fra' quali primeggia il Museo di Sto-
ria Naturale della Siberia, il quale racchiude una rac-
colta delle razze animali che nella stessa Siberia sono
sparse, ed una collezione tanto completa, quanto preziosa,
delle minerali ricchezze della contrada ; in apposita se-
zione poi, v'è una raccolta di variati vestiti ed istru-
menti da pesca e da caccia, armi ad altro, il tutto pro-
prio alle diverse popolazioni della Russia Asiatica, rac-
colta che sotto il rapporto etnografico offre il massimo
interesse. Al medesimo Museo va unito un Giardino di
piante mantenuto con ordine grande e con massima cura. »
FIRENZE AI DEMIDOFF 195
21,785 chilogrammi del prezioso metallo ; quelli
di platino, nello stesso spazio di tempo, ne
hanno dato 67,436 chilogrammi. In questi ultimi
anni poi, si sono prodotti in media 1747 tonnel-
late di rame, e 27,486 di ferro ed acciaio. La
qualità del ferro è indiscutibilmente della mi-
gliore. Dalle miniere magnetiche che trovansi
presso a quelle di ferro, rilevasi una quantità
ragguardevole di manganese. Come se ciò non
bastasse, trovasi ancora vicino a Taghil del cromo
che viene spedito in Inghilterra. Il mezzo di tra-
sporto di tante ricchezze minerali del distretto
di Verkhoturie si è reso sommamente comodo
ed economico colla strada ferrata che d'Asia
passa in Europa : dalle fonderie di Taghil, si porta
direttamente il ferro ed il rame nei vagoni per
Perm, da dove i prodotti seguono la via dei fiumi
Kama e Volga per andare al mercato di Nijni-
Novogorod, ove se ne vende la parte maggiore.
In Taghil oltre alle miniere, oltre alle fonderie,
si trova pure il centro delFamministrazione dei
beni che la famiglia Demidoflf possiede nell'Orale :
così amministratori, ispettori, ingegneri, medici,
nucleo numeroso d'impiegati superiori, colle loro
famiglie, per la maggior parte forestieri, for-
mano un centro molto europeo. «. Me ne potei
convincere durante il mio soggiorno, dice ancora
il prefato Sommier, essendo stato invitato dal capo
dell'amministrazione a prender parte al pranzo
196 FIRENZE AI DEMIDOFF
che ogni domenica è dato per conto del proprie-
tario a tutti gl'impiegati superiori di Taghil. Vi
erano a tavola da quaranta persone, tra le quali
molte signore e signorine ; si parlava un po' di
tutte le lingue, anche un po' d'italiano ; la cucina e
i vini erano eccellenti, le toilettes all'ultima moda.
Dopo il pranzo tutta la comitiva andò a fare un
giro sul lago in un bel vaporetto appartenente
alle fonderie ; si prese il tè in una villa di pro-
prietà del Principe, ossia de'suoi impiegati, e a
sera si tornò a Taghil in tempo per fare ancora
un giro nel giardino pubblico dove suonava una
discreta banda, prima d'andar di nuovo nel palaz-
zo Demidoff per la cena. »
La famiglia Demidoff trae parecchi milioni an-
nualmente dalle sue ricchezze di Taghil ; ma si
vede bene che vi lascia danaro abbastanza af-
finchè chi lavora per essa abbia da \ivere lau-
tamente. Gli operai ricevono buone paghe, e quasi
ognuno possiede la sua casetta. Quasi tutte le case
di Taghil sono di legno, piccole, a un solo piano,
ben disposte in istrado larghissime. Nel centro
ve ne sono diverse delle piìi belle che apparten-
gono agl'impiegati superiori della famiglia Demi-
doff, ed ai negozianti ; li sono pure la principal
fonderia, le officine e il Gosposkai Doni, il palaz-
zo che contiene l'amministrazione, e i laboratori
chimici, ed i quartieri della famiglia principesca.
Taghil, che ebbe da Nikita II Demidoff la prima
FIRENZE AI DEMIDOFF 197
Chiesa di pietra nel 1763, conta ora sette chiese
tutte fondate dalla stessa illustre famiglia ; vi si
conserva il Ricovero per gli orfanelli fondato dal
benemerito Nikita 11, e si è aggiunto uno Spe-
dale composto di tre vasti edifizi; vi sono quattro
Scuole, ciascuna portante il nome d'un Demidoff ;
v'è Biblioteca, e vi son luoghi di diporto siccome
abbiamo visto col signore Stefano Sommier. Al
paese fan poi ricco ornamento diversi bei monu-
menti di metallo, tutti raffiguranti l'uno o l'altro
Demidoff che più contribuì coll'opera e col senno
tanto alla civiltà, quanto alla prosperità locale ;
fra questi monumenti uno ve n'ha composto d'un
magnifico trofeo, pure di metallo, che alla me-
moria dell'amato patrigno, il colonnello Andrea
Karamzine, perito alla guerra di Crimea nel 1854,
eresse il principe Paolo Demidoff di San Donato.
FINE DELLA PRIMA PARTE.
PARTE SECONDA
Oai> itolo I
Cenni storici su Pratolino — Quando e com3 scomparvero
le opere meravigliose del R. Parco.
Villani in medii Montibus, atque illis qui-
dem asperrimis, opere, ac sumptu piane
Regio extruxit.
Pietro Bakgeo : Orazione funerale iu
memoria di Francesco I dei Medici Gran-
duca di Toscana.
L secolo di Leone X fu secolo grande
per le lettere e per le arti italiane. I to-
scani devono sempre rammentarlo con or-
goglio ; e noi fiorentini particolarmente,
mentre dobbiamo provare un senso pietoso
pensando alle sciagure onde furono afflitti
gli avi nostri per le mire ambiziose, per le bramo-
sie tiranniche, e per le scostumatezze oscene da
cui derivò in massima parte la celebrità dei Me«
200 FIRENZE AI DEMIDOFF
dici, abbiamo il dovere di riconoscere come dalle
insaziabili passioni di loro sorgesse tanta gloria
d'arte fiorentina dinanzi alla quale s'è inchinato
tutto il mondo.
Un Medici, Francesco I, secondo Granduca di
Toscana (1), la cui corruzione è scritta nell'isto-
ria con caratteri indelebili, accordò valida pro-
tezione all'Accademia Fiorentina, dette a Firenze
la celebre Accademia della Crusca, aggiunse co-
dici nuovi alla Laurenziana, fece sorgere la lavo-
razione delle gemme e delle pietre dure (2), e
sotto gli auspici suoi fu terminata la R. Galleria
degli Uffìzi, cominciata da Cosimo suo padre, la
quale arricchita di mano a mano dai sovrani suc-
cessori, pervenne a tanta rinomanza da farsi re-
putare la piii celebre d'Europa.
Aveva Francesco magnifici palazzi e ville ma-
gnifiche, ma ciò non bastando a saziare la sua
passione del gran lusso, immaginò la più splen-
dida, la più maestosa e comoda villa che potesse
(1) Ricevè da suo padre, Cosimo I, il potere nel 1565,
e fu riconosciuto assoluto Granduca nel 1574 ; regnò sino
al 1587, anno nel quale avvenne la sua morte.
(2) Francesco I, chiamò nel 1580 i primi lavoranti di
Milano, dai quali gli artisti fiorentini appresero l'arte
del commesso, arte clie sotto il regno di Ferdinando I,
fratello e successore di Francesco, ebbe sviluppo grande
e divenne floridissima. Fu questo terzo Granduca cbe
fondò l'Opificio di via degli Alfani, i cui superbi lavori
or più che mai gli danno bella fama.
FIRENZE AI DEMIDOFF 201
bramare un regnante del suo tempo. Per suo
maggior diletto la volle in luogo alpestre, dove
nella più cocente estate regnassero l'aure deli -
ziose di dolce primavera : scelse però la posi-
zione di Pratolino, e quivi, come per incanto,
sorse la real Villa con tutte le altre fabbriche
annesse di cui stiamo per parlare.
Resta Pratolino distante sei miglia da Firenze,
andando di fuori alla porta S. Gallo, appiedo delle
montagne dove comincia l'Appennino, cioè sul
piano orientale del Monte Uccellatoio, alquanto
a destra della regia strada per Bologna, situato
ad un'altezza di circa 750 braccia sopra il livello
del Mediterraneo ; il poetico Mugnone lo lambi-
sce alle falde e ne solca la vallecola. Il luogo
è montuoso, è salvatico per natura, l'aere ne è
saluberrimo e soave ; nei grandi ardori estivi la
primavera vi si gode con tutto il benefizio de'suoi
balsami.
Questa contrada si chiamò in antico Festi-
gliano, e come prendesse il nome di Pratolino
bisogna congetturarlo dalla circostanza che ac-
costo a Festigliano esisteva un prato e la selva,
che si disse selva regia (1).
Sino dal secolo decimoprimo conobbesi Pratolino
regio dominio, o corte di Festigliano; i sovrani
(1) Emanuele Repetti dà molto late informazioni su
questo proposito nel suo Dizionario Geografico^ Fisizo e
Storico della Toscana, voi. II e IV, 1835-1841 ."
202 FIRENZE AI DEMIDOFF
d'Italia lo donarono ai vescovi di Fiesole, cui
venne dipoi confermato dai pontefici Pasquale II,
nel 1103, e da Innocenzo II, nel 1134.
Alla metà del secolo decimosesto, stava la re-
gia selva in possesso di Benedetto Buonaccorso
Uguccioni, il quale ne fece vendita a Francesco I
de' Medici, mediante la somma di tremila scudi,
come rilevasi da relativo contratto 15 settembre
1568, dove si denominano tre contigui poderi primo
il Ghiaia, secondo il Cerro, terzo Pian di Lo-
renzo, con in oltre tutte le appartenenze spet-
tanti alla possessione di Pratolino posta nel po-
polo di S. Cresci a Maciuoli, Lega di Tagliaferro,
Podesteria di Scarperia (1).
E non altro che per incanto o per miracolo,
sarebbero sorte le fabbriche, se pensiamo che nel
1569 si ammiravano splendenti di tanta bellezza
da ispirare poemi (2). Impresa così straordinaria
(1) R. Archivio di Stato : Decimale delle RE. Possessioni,
tDrao II, pag. 855.
(2) Raffaello Gualterotti, poeta fiorentino, pubblicò
nn poemetto intitolato Vaghezze di Pratolino. Firenze. Giun-
ti, 1569. Questo poemetto viene indicato per raro dal Ca-
nonico Domenico Moreni, pure di Firenze, nella sua Bi-
hliografia della Toscana ; e difatti, fra tutte le nostre pub-
bliche Biblioteche, un unico esemplare se ne trova nella
Biblioteca del R. Istituto di Belle Arti, Lo stesso Moreni,
lodando l'idea della magnitìca villa di Pratolino, dice che
il Principe Francesco la cominciò nel 1569. E Francesco
Settimanni, nelle sue Memorie Fiorentine (17 tomi) che si
FIRENZE AI DEMIDOFF 203
per le tante meraviglie delle quali andò ricolma,
fu degna soltanto di quel principe insaziabile
degli agi, e degli splendori d' una corte da grande
sovrano: volle che la solvagli fosse trasformata
in Olimpo, e ciò fatto ei vi si fissò quale novello
Giove.
Di tutte le costruzioni dette i disegni e ne as-
sunse la direzione 1' architetto Bernardo Buonta-
lenti (1), unitamente al quale lavorarono gli ar-
tisti più famosi che allora ospitasse la capitale
dell' Etruria, e se ne chiamarono eziandio di fuori.
Scrisse il baldinucci (2) d' aver trovato in ricordi
trovano nel Regio Archivio di Stato, dic3 che « nel mese
di settembre 1570 cominciò a fabbricarsi il palazzo e giar-
dino della villa di Pratolino dal Principe Francesco » (tomo
I, carte 513); ed a carte 617 dello stesso tomo, fa sapere
che « nel 10 marzo 1573 fa dato principio dal Principe
Francesco alla fabbrica della villa di Pratolino colla so-
praintendenza di Benedetto Buoaaccorso Uguccioni. >
Ora, siccome delle fabbriche, oltre al palazzo, se ne fecero
molte a Pratolioo, e si durò a far cose nuove finché i Medici
durarono, poco monta il discutere su tutti questi comin-
ciamenti. Fatto sta, e certissimo, che il citato documento
riguardante la compra di Pratolino fatta dal Principe
Francesco, è attendibile più d' ogni altra cosa, e la data
del componimento del Gualterotti non può essere punto
dubbia.
(1) D' alcuni artefici illustri che colle opere loro dettero
a Pratolino si gran fama, vedasi Capitolo V di questa
seoonda parte.
(2) Filippo Baldinucci : Notìzie sui Professori del Dise-
gno, Vita di Bernardo Buontalenti.
204 FIRENZE AI DEMIDOFF
degni (l'oiini fedo, clie rjnesia regia faìjbrica con
suoi annessi costò sino a settecento ottanta due
mila scudi, e col Baldinucci altri ripeterono la spesa
nei termini medesimi. 11 Settimanni rende noto an-
cora che tale spesa fu fatta sino all'anno 1585.
Con ogni debito rispetto vogliamo accogliere
l'asserto fornito dal celebre biografo e confermato
dair erudito cronista ; ci sia lecito nondimeno di
supporre che in tal cifra spesa per Pratolino dal
1568 al 1585 non venga compreso l'incalcolabile
valore dei marmi allora digià proprietà dello
Stato (1), e tanto m^eno il valore indeterminabile
delle statue ed altre preziose opere antiche che
i papi mandavano da Roma in dono ai granduchi,
Cosimo e Francesco , con poca soddisfazioiie del
popolo romano (2), non poche delle quali crediamo
di poter credere che andassero ad ornare Prato-
lino. Oltre a ciò vediamo il succedersi delle cose
nuove sino ai secolo decim'ottavo ; così l'idea che
ebbero i nostri predecessori di far conoscere il
costo di Pratolino, vorremmo noi qui seguirla con
esattezza maggiore, ed a tale uopo buona parte
dell'Archivio Mediceo è là, nell'Archivio di Stato,
(1) Vedi più oltre, Gap. III.
(2) Come i romani si lagnassero delle continue spedi-
zioni d'oggetti d'arte che faceva il cardinale Montepulciano
ai granduclii di Toscana, vedi ciò clie in proposito ne scrive
il medesimo cardinale nei Codici Cartacei dalla R. Galleria
passati nel R. Archivio di Stato, Cod. I, ins. 18, lett. 14.
EIRENZE AI DEMIDOFF 205
capace a fornirci molti e molti ragguagli di non
lieve interesse sopra l'importantissimo argomento,
mai documenti elicaci ad accertare, a precisare ciò
che Pratolino può essere costato alla Toscana,
anche in un'epoca determinata, inutilmente gli
cercheremmo in quale siasi luogo (1). Onde senza
stare a discutere sull'ammontare dei tesori profusi
nella celebre regia Villa posta appiè dell'Appennino,
d'uopo è concludere che l'intrapresa della medesima
rammenta il lusso dei Romani antichi, e che nel
decimosesto secolo un Principe Mediceo solamente
ne la potea inti'aprendere senza provarne il me-
nomo rimpianto.
Nel lusso di questo Principe, come in quello
della maggior parte de'suoi consanguinei, entra-
vano motivi che qui giova tacere, ma intanto, per
sì segrete molle, il genio dell'arte fiero aleggiava,
ed era non altro che l'arte Etrusca.
Gli scrittori contemporanei, cominciando dal
già nominato Gualterotti, fecero a chi più alta-
mente cantava in versi ed in prosa, le opere me-
ravigliose di Pratolino : il detto componimento del
Gualterotti, è un componimento breve, diviso in
quattro stanze, ciascuna chiamata vaghezza, tutte
uguali alla presente che è la prima :
(1) Non istaremo a citare, oltre V Arcliivio di Stato, il
Palazzo Pitti dove ci siamo rivolti con minore fortuna. E
in troppe parti è poi diviso l'ArcMvio Mediceo, da potersi
chiamar beato colui che le sa tutte, e le rovista.
206 FIRENZE AI DEMIDOFF
Sovra le belle sponde
Del famoso buglione, e lieti e fidi,
E riposati lidi
Han le Grazie, e Amore ; ivi le fronde,
Ivi mormoran l'onde,
E destan l'aure un'armonia si dolce,
Ch' ogn' altra vince, ogni cor aspro addolce.
Torquato Tasso, nelle rime, celebrò Pratolino
con tre madrigali, una delle quali è questa :
Dianzi all'ombra di forma occulta e bruna,
Quasi giacesti, Pratolino, ascoso;
Or la tua donna tant'onor t' aggiunge,
Che piega alla seconda alta fortuna,
Gli antichi gioghi, l'Appennin nevoso
Ed Atlante ed Olimpo ancor si lunge ;
Né confin la tua gloria asconde e serra,
Ma del tuo picciol nome empi la terra.
Palla Rucellai, poeta fiorentino, compose un'E-
gloga pastorale ed una Canzone in lode di Pra-
tolino, composizioni rimaste inedite sinora e pub-
blicate l'anno scorso dal Signor Giuseppe Baccini,
insieme ad uà Capitolo d'autore anonimo che ha
per oggetto di descrivere la regia villa colle me-
ravigliose opere, e che vien dato per contempo-
raneo alla costruzione delle medesime (1). Un altro
poeta fiorentino, Cesare Agolanti, dette in ottava
rima la Descrizione cleW Amenissima R. Villa di
(1) Il Baccini dedicò l'opuscoletto alla venerata memoria
del j)rincipe Paolo Demidoff di S, Donato.
FIRENZE AI DEMIDOFF 207
PratoUno, con una dedica in prosa a Francesco I (1),
e finalmente un altro anonimo, ai predetti po-
steriore, scrisse PratoUno delizie delle Altezze
Serenissinie di Toscana, in occasione delle nozze
del Granprincipe Ferdinando de'Medici con Violante
Beatrice di Baviera (2).
Tutti questi poeti fanno apoteosi esagerate alle
virtù immaginarie dei Serenissimi Principi, da cor-
tigiani devoti ed umili, siccome l'epoca imperava,
ma non descrivono le opere miracolose create dai
miracolosi artefici ; e tanto meno si curano di tra-
mandare ai loro posteri la paternità di tante crea-
zioni che precisamente furono dicliiarate miracoli
dell'Arte.
Quanto ai prosatori contemporanei conviene
anzi tratto far tesoro di messer Francesco de'Vieri^
detto il Verino, che in fatto di cortigianeria forse
al disopra di ogn'altro com'aquila vola, ma che
con ordine ben superiore ne tesse i suoi Discorsi
sulle opere meravigliose di PratoUno^ i quali di-
scorsi vennero pubblicati nel 1587. Dalla rivela-
zione delle meraviglie che nel 1569 constatava il
(1) Il MoRENi, opera citata, dice inedito questo lavoro.
Si tratta di 363 stanze divise in tre canti, o libri, d'assai
mediocre poesia. Il manoscritto si trova nella Libreria Ma-
gliabechiana, Classe VII, cod. 8.
(2) Anclie questo manoscritto trovasi nella medesima
Libreria, Classe XXVII, cod. 32. — Le nozze del Granprin-
cipe Ferdinando ebbero luogo nel 1687.
208 FIRENZE AI DEMIDOFF
poeta Gualterotti colle Vaghezze^ alla pubblica-
zione dei Discorsi di messer Verino, passano di-
ciott'anni di differenza, il che rende assai mala-
gevole lo stabilire se tra le descrizioni in prosa
spetti al Verino la precedenza, od all'anonimo del
Baccini. Su tale incertezza, che del resto al sog-
getto non nuoce per nulla, noi possiam tralasciare
di discutere. Quella a cui ci dobbiamo principal-
mente attenere si è che il Verino, mentre dice
d'aver tutto veduto in un sol giorno, dice al-
tresì d'aver parlato coU'architetto Bernardo Buon-
talenti e con suo figlio Francesco ; e ben si
vede -che nulla gli sfuggì dall'attenzione, che su
tutto domandò i necessari schiarimenti, prendendo
per filo e per segno le sue buone note sopra ogni
cosa. Talché il Baldinucci, laddove nella vita del
Buontalenti va parlando di Pratolino, s'astiene
« dal descrivere tante cose da lui mentovate, perchè
sono ben note a tatto il mondo, e perchè ne va
attorno una descrizione del Verino. » Ed il Mo-
reni dice che « il Verino fu contemporaneo alle
opere di Pratolino, e che la sua descrizione è fe-
dele. » Non rimane adunque che da sapere se al
Moreni nel compilare l'importante ed estimata sua
Bibliografia della Toscana sfuggisse nelle ricer-
che il manoscritto dell'anonimo pubblicato dal Bac-
cini, 0 s'egli credè inutile di tenerne conto ; ipotesi
anche queste sulle quali discutendo non se ne
caverebbe alcun vantaggio. Senonchè, messe a con-
FIRENZE AI DEMIDOFF 209
fronto le due descrizioni, vediamo come l'anonimo
del Baccini tanto amore professa per la brevità, che
quasi a mezzavia passa in rassegna le opere
di Pratolino; il Verino, al contrario, abbonda
tanto di prolissità su quello che descrive, da
stancare la pazienza di San Giobbe a forza delle
congetture e delle definizioni che gli occorre im-
maginare, per sublimare le virtù del Serenissimo
Francesco suo Padrone e Signor suo.
Il Baldinucci, un secolo dopo di loro, ci reca
delle notizie piii importanti intorno alle opere
meravigliose, perchè nella vita di ciascun pro-
fessore del disegno che arrecò decoro ed orna-
mento a Pratolino, ci fa generalmente conoscere
le singole opere colà eseguite fino al suo tempo.
E nella vita del Buontalenti parlando partitamente
del palazzo, nota con fino accorgimento che l'in-
signe architetto ne « costituì la pianta con tale
artifizio, che non contenendo in sé ne cortile, né
loggia, 0 altro vuoto, percui comodamente ogni
architetto provvede i suoi edifizi dei necessari lumi,
con tutto ciò nell'alzar la fabbrica fece vedere non
solo ogni appartamento, ma eziandio ogni stanza
col suo lume vivo, e senza che l'una dall'altra
avesselo a procacciare. »
Alcune particolarità ci vengono dipoi fornite
da Monsignor G. Bottari (1), e da qualche altro
(1) Monsignor Gio. Bottari: Lettere Pittoriche.
FIREXZE AI DEMIDOFF 14
210 FIRENZE AI DEMIDOFF
scrittore del secolo decim'ottavo, ma una descri-
zione piti completa, e più dettagliata delle opere
di Pratolino, ci vien fornita senza dubbio dall'ar-
chitetto Sgrilli nel 1742 (1). Egli ne la intraprese
sembrandogli che a questa villa « convenisse il
primato tra le ville magnifiche che per diporto dei
reali sovrani nella Toscana si vedono, » e perchè
era stata di molte cose arricchita dalla magnifi-
cenza del.Granprincipe Ferdinando de'Medici, men-
tre altre aveva deperite il tempo, oppure le aveva
tolte addirittura ; ma dice d'averla soprattutto in-
trapresa perchè gli scrittori a lui precedenti a-
vevano narrate le cose dopo averle viste alla sfug-
gita ed in confuso ; onde « ho creduto bene, egli
conclude nell'avvertenza, di provvedere a tutto
quello in cui avevano essi mancato, con darne
una pili fedele notizia, essendone io appieno in-
formato per aver goduto l'onore d'accudire al-
l'azienda delle molte possessioni ; onore avuto an-
cora per molti anni da miei antenati (2). » E se le
continue occupazioni non glielo avessero impedito,
non si sarebbe limitato, l'architetto Sgrilli, a pre-
(1) Bernardo Sansone Sgrilli : Desorizione della R. Villa,
Fontane e Fabbriche di Pratolino, con tavole. (Vedasi per
le tavole al Capitolo seguente.)
(2; Furono gli Scrilli, o Sgrilli, addetti alle regie posses-
sioni nella qualità di guardarobieri, e lui l'architetto, fu
stipendiato nella sua professione, da Gian Gastone ultimo
Granduca Mediceo.
firp:xzk ai dkmidoff 211
sentare solo le cose esterne, ma le interne ancora
avrebbe fatto vedere, cioè, « gli occulti artifizi,
le nascose ruote, gl'infiniti rigiri che fa l'acqua,
per mezzo di cui le molte figure che nelle varie
lontane si trovano, hanno il lor moto. . . »
A questo proposito dei meccanismi e degli or-
digni che air acqua fanno rappresentare cose
stupende ed incantevoli, e particolarmente dicendo
degli strumenti che suonano col di lei moto, as-
sicura il Baldinucci che « hanno preso motivo
d'imitarle coloro che per l'Europa simili cose o-
perarono. » E per le stesse meravigliose rappre-
sentazioni d'acqua, il più celebre filosofo della
Francia, il de Montaigne (1), dichiarò miracolose le
grotte di Pratolino.
Come si vede, la fama di Pratolino era per le
sue bellezze ben propalata anche prima dello
Sgrilli, « sì che gli stranieri venivano ad am-
mirarlo dai paesi più lontani ; » ma lui corre-
dando il suo lavoro descrittivo di belle notizie
che ragguardevolmente aumentano anche quelle di
già fornite dal Baldinucci e da altri, è certo che se
non in tutto, ha riparato in parte a quanto era
necessario di sapere ; ed ha inoltre aggiunto alla
importanza delle descrizioni, quella delle piante
grafiche e delle vedute del palazzo da lui stesso
eseguite, che insieme a quelle fatte dal celebre inci-
(1) MiCHE[,E DE Montaigne : Vuycifje en Italie.
212 FIRENZE AI DEMIDOFF
sore Stefano della Beila formano un albo preziosis-
simo delle magnificenze universalmente ammiratea
Pratolino. Sarebbe stata desiderabil cosa e molto
lodevole, che all'opera dello Sgrilli altri avesse
fatto premurosamente seguito, sempre piìi avvan-
taggiando in quelle notizie che sono reclamate
dalla storia dell'arte e dell'archeologia, ma di-
sgraziatamente ni un altro scrittore piii o meno
versato in tal materia, s'occupò di poi per un
pezzo delle meravigliose opere di Pratolino.
Nel principio del nostro secolo soltanto, 1801-
1803 comparve il Viaggio Pittorico della Toscana,
scritto dall'abate Francesco Fontani (1) che con-
sacra, conforme l'indole dell'opera, una monogra-
lìa alla R. Villa di Pratolino, compendiando lo
Sgrilli, ed attingendo ancora qualche cosa da al-
tri, per così afìermare sommariamente quel ch'era
già stato descritto. Né manca di ricordare, il Fon-
tani, essere impossibile di farsi un'adeguata i-
dea di tanta magnificenza senza vederla, e che
« lungo soggetto di ragionamento sarebbe il vo-
lere ad uno ad uno individuare i pregi delle pit-
ture, delle sculture, delle pittare grottesche, dei
mosaici, ed altre siffatte cose che colpiscono l'oc-
chio dello spettatore, e conviene dire che qui l'arte
(1) Nei primi tre anni del secolo fu fatta dal tipografo
Tofani di Firenze un'edizione Principe dell'opera del Fon-
1827.
FIRENZE AI DEMIDOP^F 213
ha saputo cosi bene imitare la natura da fere la
più sorprendente illusione: così al vero sono gli
uomini, gli animali di molte specie, gli alberi, i
tronchi, le foglie, ed ogni altro prodotto della
natura che qua si trova bellamente imitato : i
meccanici pii^i eccellenti, e gli artisti piìi periti,
pare che, gareggiassero tra loro a raggiungere
la perfezione, e giunsero certamente a tanto da
rendere immortale il loro nome. Gli antichi mae-
stri dell'ottima architettura, nulla troverebbero
che non fosse onninamente conforme ai precetti
i quali dettarono per bene e decorosamente con-
durre una fabbrica ad uso di campestre e deli-
zioso soggiorno. »
Contemporaneamente all'abate Fontani scriveva
il Rosini, e fece nella Signora di Monza un vero
gioiello letterario introducendo i suoi storici per-
sonaggi del secolo decimosettimo nel R. Parco
di Pratolino, mettendolo a ragione fra le mera-
viglie del mondo, mentre descrive la statua del-
l'Appennino, le sei grotte principali ed il viale
delle fontane; ma l'indole, e la forma del suo
mirabile romanzo non gli potevan permettere di
descrivere ogni cosa, epperciò lascia nel silenzio
quella gran parte di opere che storicamente par-
lando hanno per noi non meno grande impor-
tanza (1).
(1) L'editore della Signora di JSlonza dice in apposita
nota, messa alla descrizione delle sei grotte principali, che
214 FIRENZE AI DEMIDOFF
Fino all'età di questi due scrittori, Pratolino
brillò di tutto il suo splendore ; ma non così durò
dipoi, sebbene la seconda edizione del Viaggio
Pittorico del Fontani, quella fatta dal Batelli nel
1827, nulla ci dica sullo stato in cui si trovava
il R. Parco in tale anno.
nelle antiche descrizioni di Pratolino è tanta- ambiguità
da non parer credibile, e che « l'autore non ha potuto
darne questa si esatta che per averne prese le memorie
sul luogo nella sua prima gioventù. » — E sta benissimo
che nelle descrizioni antiche vi sia l'ambiguità : ma se
non vi fossero state delle descrizioni antiche, per la de-
scrizione del Rosini non si verrebbe a conoscere, fra tante
cose celebri ora sparite, che il colosso raffigurante l'Ap-
pennino (la sola statua che anche og<2fi rimane), le sei
grotte principali, e il viale delle fontane. — Nelle con-
siderazioni storiche poi, che lo stesso editore pone alla
fine del libro, dichiara « che la descrizione di Pratolino.
tal quale era innanzi la demolizione, è precisa ed esatta. »
— Colla quale dichiarazione, fatta un poco alla leggera,
ci mette nel caso di ripetere che la descrizione del Ve-
rino, esatta e completa, è stata indicata per attendibile
dal Baldinucci e dal Moreni, a tempo dei quali non c'era
paranco la descrizione dello Sgrilli ; ed oggi mettendo a
confronto il Verino collo Sgrilli, e lo Sgrilli col Rosini,
possiamo agevolmente vedere che al Verino si deve il
vanto d'aver tutto descritto quanto a suo tempo esisteva,
di cui molto ha durato sino al Rosini ; al Rosini è dovuto
il merito d'aver cosi ammirabilmente descritto una parte
di ciò che trova, come meglio nessuno ha saputo descri-
verla, per l'eleganza e il gusto. — Il Rosini non rilasciò
alle stampe la Signora di Monza che nel 1829, conforme
la data che è appiede della prefazione.
FIRENZE AI DEMIDOFF 215
Per quel poco che gli scarsi documenti esistenti
nel nostro R. Archivio di Stato ci concedono rin-
venire sulla vandalica condotta degli ultimi Gran-
duchi Lorenesi a riguardo di Pratolino (1), si può
stabilire che sino dal 1819 desiderò Ferdinando
terzo « di dare un nuovo destino ai due separati
antichi parchi, riducendoli ad un solo recinto, e
sopra il sistema dei parchi inglesi; ed avendo a
tal' effetto chiamato dalla Boemia l'ingegnere Giu-
seppe Frichs perchè giien'eseguisse il lavoro, e-
stese questi tant'oltre le proprie idee, da non
bastargli, per isvolgerle, i due indicati recinti ;
per questo andò ad occupar boschi e campi,
togliendogli alla fattoria per includerli nel parco
nuovo, il perimetro del quale si trova ora tutto
ricinto di muro, in calce, conforme V. A. R. e I. (2)
(1) Fra questi documenti c'è una lacuna dal 1815 al
1S28. Con quest'ultima data si trova una filza che con-
tiene il carteggio inerente l'affitto della E,. Fattoria; ed
esiste in essa filza qualche documento da cui rileviamo
i dati presenti.
(2) Trattasi di un'esposizione fatta nel 1826 al Granduca
LeDpcldo II dal Senatore Claudio Sergardi Sopraintendente
generale al dipartimento delle RR. Possessioni, sopra il
cattivo stato in cui l'ingegnere Frichs aveva ridotta la
regia fattoria di Pratolino. In seguito alla medesima espo-
sizione, lo stesso sopraintendente consiglia il Granduca
ad un affitto novennale dei beni componenti la reale fat-
toria, escluso il parco, il quale affitto ebbe luogo nel
giugno del 1828, dandosene la preferenza, fra molti atten-
denti, all'avvocato Vincenzo Tosi di Firenze perii canone
annuo di lire 11,350, e contando dal 1" dell'anno medesimo:
216 FIRENZE AI DEMIDOFP
ha potuto riscontrare dalla pianta che ho l'onore
di presentare »
Nemmeno questi nuovi terreni presi dal Frichs
arrivarono alla vastità dei suoi progetti ; onde
credè inoltre « opportuno di variare la strada che
conduceva agli antichi parchi, e mediante tal
variazione tagliò altri terreni coltivati attenenti
alla medesima fattoria, non meno che dei boschi
onde ottenere questa nuova strada dal medesimo
immaginata, e giunge al nuovo parco »
Via via di questo passo, prosegue il senatore
Sergardi a dimostrare, siccome dimostra piena-
mente, a S. A. R. e I. quali e quanti danni ar-
recò il boemo ingegnere Frichs al parco ed alla
fattoria di Pratolino, ridotta quest'ultima ad es-
sere d'aggravio al R. Erario.
In compenso ai danni emergenti, l'ingegnere
Frichs promesse al buon Granduca di fabbricargli
un palazzo molto più bello di quello che aveva
fabbricato il Buontalenti al Medici, e per tanta
promessa il buon Granduca gli raddoppiò le fa-
coltà che già gli aveva concesse, anzi, gliele dette
senza nessun limite. L'ingegnere Frichs non in-
tendeva a sordo ; e tanto sul serio tirava innanzi
col suo vastissimo progetto, che in una lettera
del 3 ottbre 1822 ( non si dimentichi che l'inge-
gnere Frichs fu chiamato a Firenze nel 1819)
vien domandato dal Sopraintendente Sergardi al-
l'Agente Bertini « se la direzione dei lavori (nel
FIRENZE AI DEMIDOFF 217
parco di Pratolino) ha preso una determinazione
circa lo scarico dell'antico palazzo che si demoli-
sce » al che il Berlini risponde (il dello stesso
mese) che « il luogo dello scarico non è stato
ancora determinato, ma che certamente i vecchi
materiali non si scaricheranno mai nel parco. »
Dunque il famoso palazzo di Pratolino, su cui
gli antichi maestri dell'ottima architettura non
avrebbero trovato nulla da ridire, come asseriva
l'abate Fontani, fu demolito nel 1822, regnando
in Toscana Ferdinando terzo di Lorena, che
morì nel 1824, senza vedere il nuovo palazzo pro-
messogli dall'ingegnere Frichs venuto a bella
posta di Boemia.... e che Dio lo faccia riposare
eternamente in pace (1).
(1) Ciò servirà di rettifica a quanto scrisse d'inesatto il
Signor Baccini nel suo pregiato opuscolo più volte citato,
intorno al motivo percui la R. Villa di Pratolino andò in
malora. Sono queste le sue testuali parole : «.... Leopoldo
entrato in possesso della Villa s'avvide ben presto clie
per abitarla con sicurezza era necessario farvi un restauro
generale e spendervi parecchi quattrini, perchè il Buonta-
lenti avendo voluto terminare in breve tempo il lavoro
costruì le muraglie senza la voluta stabilità, com' aveva
fatto in altre importanti fabbriche che tuttora s'ammirano
in Firenze e altrove.... Leopoldo riflettendo che il giunco
avrebbe pesato più della carne, non volle saper di restauri e
la villa si ridusse in cattivo arnese, e con pericolo di ro-
vinare da un momento all'altro. » — Ammesso che il Buon-
talenti, avvezzo a fabbricar fortezze, come, per esempio,
218 FiJ>.EXZE AI DEMIDOFF
I ruderi del palazzo antico furono proprio de-
posti, come per maggior dispregio, sul magnifico
prato dinanzi alla facciata di mezzogiorno, chia-
mato il prato delle grotte (1), dove dipoi rima-
sero alla contemplazione dei visitatori del celebre
parco, che, malgrado la demolizione del palazzo,
il parco prosegui ad attirar visitatori per più
anni ancora (2).
Gli uomini più vecchi ancor viventi a Prato-
lino non si rammentano d'aver mai visto il pa-
lazzo, mentre qualcuno invecchiato nel mestiere
del muratore, o del manuale, rammentasi d'aver
lavorato ragazzetto al trasporto dello scarico che
levavasi dal detto prato e si poneva nelle grotte
sottostanti ; si rammentano ancora, come per but-
la nostra fortezza di Belvedere, fosse stato capace di co-
struir ville con muraglie simili a quelle di Gerico, quando
mai poteva temere Leopoldo II che gli rovinasse addosso
la villa di Pratolino demolita prima due anni ch'ei la
possedesse come cosa dello Stato (successe a suo padre
nel Granducato l'anno 1824). quindici anni prima ch'ei
la possedesse come cosa sua particolare, il che si vedrà
ora col seguito dello storico ragguaglio ?
(1) Vedi Descrizione di queste grotte nel Capitolo se-
guente.
(2) Nel giorno 20 maggio 182G, trovandosi a Firenze il
Cardinale Falconieri di Roma, espresse al sopraintendente
Sergardi il desiderio di :-- visitare quanto di buono e di
bello si trovava nel magnifico parco, » ed il Sergardi lo
munì d'una lettera da presentarsi all'agente Bertioi per-
chè questi servisse a lui da Cicerone.
FIRENZE AI DEMIDORF 219
tare all'aria le fondamenta intervenissero i gra-
natieri del Granduca Leopoldo secondo, che si
serviron delle mine.
Quale titolo, o qual diritto avesse il boemo
Frichs verso i Granduchi di Lorena, non possiamo
saperlo, ma doveva essere certamente un titolo
Ijen considerevole per giungere a padroneggiare
in simil guisa, fino al punto di distruggere quel
Toscano Museo di meravigliose opere per mezzo
delle quali si palesò sublime tanto l'artistico ge-
nio di Toscana, Per voglia malvagia di questo
vandalo boemo, la sorte lacrimevole del palazzo
toccò pure a quasi tutti gli altri edifizi del R.
Parco, ed indistintamente a tutti gli ornamenti
non appena Pratolino, con tutti i suoi poderi, ed
insieme ad altri beni, dell'Erario, fu donato a Leo-
poldo II per ricompensarlo di certe ragguarde-
voli bonifiche da lui pagate del proprio patrimo-
nio nelle Maremme di Massa e di Grosseto (1).
Sciupate, sparite tante pitture preziose, come
tante decorazioni splendide di stucchi e d'oro ; i
prodigiosi apparecchi che all'acqua facevano ope-
rare le rappresentazioni sorprendenti, più non
furono che inservibili pezzi di metallo ; ridotte
in frantumi tante superbe statue, fatte per lo più
(1) Tal donazione dev'essere avvenuta nel 1837, cioè ter-
minato il novennale affitto della regia fattoria, die s'era
fatto decorrere dal. 1 gennaio del 1828.
220 FIRENZE AI DEMIDOFF
dai nostri celebri maestri, e gettate a riempire
le stesse vasche che avevano servito di ricetto
all'acque da loro cadenti ; capi d'opera sottratti,
di cui si chiederebbe inutilmente l'attuale domi-
cilio : tanti tesori d'arte, erano diventati proprietà
privata del Granduca !...
A Pratolino si parla tuttora d'una statua in
bronzo di grandezza maggior del naturale, raffi-
gurante un suonatore di violino, che il vandalo
boemo trafugava, in un barroccio di paglia, fino
alla terra casentinese, quando nel Casentino lui
s'era rifugiato, perchè dalla regina dell'Arno il
vento soffiava impetuoso contro ai tedeschi ; quel
colpo però gli andette in fallo, che la statua gli
fu fatta riportare a Pratolino, e senza tante os-
servazioni (1). D'un altro furto si parla in Pra-
(1) Cosi vanno parlando a Pratolino. Noi però prima di
menar buona tale diceria, abbiamo voluto di più inda-
gare nei fatti e nelle circostanze ; e dalle nostre indagini
viene a risultare che negli ultimi anni del granducato
mandò Leopoldo II a prendere in Pratolino degli oggetti
d'arte, parecchie piccole cose che avevano servito anche
alle rappresentazioni d'acqua ; era insieme una statua di
marmo metà del naturale, raffigurante un suonatore, fosse
di vioUno, di chitarra o mandolino, che condotto a Fi-
renze andò allo Stabilimento di C. Papi per essere fuso
in bronzo, ma non ebbe dipoi più luogo la fusione. Si
pose quindi nelPUfizio Tecnico dei Pitti, da dove l'anno
passato fu levato per essere spedito a Roma, e messo nel
giardino del Quirinale. Il lettore potrà ora congetturare
FIRENZE AI DEMIDOFF 221
tolino, di consistenza assai più grande, il furto
cioè di cinque statue commesso nel 1843, o press'a
poco, da ladri locali, che dopo averle rubate le
portarono a vendere a Firenze, dove con loro
buona pace vennero arrestati e messi nel Bar-
gello. Del caporione essendosene a noi fatto pa-
lese il nome, credemmo d'essere a buon porto per
ritrovarne il processo agli Atti Criminali nel R.
Archivio di Stato, per mezzo del quale processo
avremmo potuto naturalmente sapere in che con-
sistessero le statue rubate, e chissà forse che non
ci fosse stato possibile additarle in qualche luogo.
Un ostacolo in aspettalo s'oppose però al nostro
disegno : trovato che s'ebbe nell'Indice della sop-
pressa R. Ruota quel nome da noi riguardato
come il bandolo della matassa, colla relaliva sen-
tenza in data dei tanti di maggio dell'anno 1844,
chiedemmo la filza contenente il processo ; ma....
qui appunto si è l'ostacolo, poiché a sensi del-
l'articolo 12 del Regolamento d'Archivio, 27 mag-
gio 1875, i processi sono pubblici soltanto set-
tant'anni dopo la loro conclusione ; e l'articolo
14 dice che « degli atti che non sono pubblici
si dà notizia con licenza dei ministri di Giusti-
zia, Interno, od affari esteri, secondo ch'essi atti
facilmeate il resto, e stabilire, se crede, die il suonatore
trafugato dal Friclis fosse non maggiore al naturale, ma
minore, e che invece d'essere di bronzo non fosse clie di
marmo : e trattasi d'opera antica di scalpello assai famoso.
222 FIRENZE AI DEMIDOFF
siano giudiziari, amministrativi, o di politica
esterna. » Questa disposizione mena certamente
dietro le sue buone condizioni cui dobbiamo far
tanto di riverenza, e ripetiamo che del furto di
cinque statue se ne parla tuttora in Pratolino,
ma non si sa che statue fossero, né quale desti-
nazione s'ebbero a Firenze.
Ecco per quali vicende passò Pratolino, ecco
a qual saccheggio fu soggetto quel R. Parco che
per pili di dugento cinquant'anni rappresentò la
fecondità tra noi dei genio umano, rappresentò
la potenza di esso genio nel mettere i prodigi
da lui operati a confronto dei prodigi che opera
la natura, e nel trionfar sur essa ; quel R. Parco
sì pieno di memorie belle, non solo pei fasti del-
l'arte di cui fu teatro, ma sibbene ancora perchè
al fascino suo convennero e s'abbandonarono in
lietissime brigate sovrani e ministri d'ogni na-
zione, pontefici e prelati, e la miriade degl'illu-
stri personaggi dei quali tiene particolarmente
conto il Settimanni nelle sue inedite Memorie
Fiorentine.
Un magnifico Mecenate straniero s'era testé
proposto di rendere Pratolino al suo splendore
antico : a questo Mecenate, il principe Paolo De-
raidofif di S. Donato, la morte vietò di compiere
il progetto sì grande, e si generoso (1).
(1) Vedi Capitolo VII della parte prima, e il Capitolo
VI di questa seconda parte.
On^ 13 itolo XI
L'Antico Pratolino riedificato a penna : Fabbriche ed ornamanti dal 1569
sino ai nostri tempi.
'^T^ 0 storico cenno che abbiamo fatto intorno
^'^-^'^ alla misteriosa sparizione delle opere me-
ravigliose di Pratolino, sembraci suffi-
ciente a giustificare il movente che si suggerisce
la riedificazione a penna, ossia la generale de-
scrizione dell'antico R. Parco.
Non è forse leggittimo l'orgoglio nazionale da
cui ci sentiamo accender l'animo, noi fiorentini,
quando vediamo per Firenze gli stranieri fermi
a contemplare i nostri palazzi antichi ed i nostri
monumenti ? Quale compiacimento non si prova
passeggiando nei viali del Giardino di Boboli,
fra la schiera numerosa delle figure in marmo che
istintivamente s' interrogano in moltissime ma-
niere, 0 che ci costringono a rispondere alle in-
terrogazioni loro ? E se tanto in noi si è il senti-
mento delle nostre cose belle, come potremo sfug-
gire ad un certo rammarico triste, naturalissimo,
se alla mente ci viene che Pratolino, come Boboli
224 FIRENZE AI DEMIDOFF
appartenente a noi, più di Boboli ricco d'antiche
opere prodigiose, ed in oltre ammirabile, e diver-
tevole colle sue grotte miracolose, colle stupende
rappresentazioni d'acqua, fu al nostro tempo bar-
baramente saccheggiato e distrutto sotto la di-
rezione d'un vandalo boemo, coU'assenso di gran-
duchi tedeschi e del governo fiorentino ?
Sterile conforto è rammentare i tesori perduti,
ma raccogliere più che sia possibile in un libro
le cognizioni e i dati delle meraviglie ond'ebbe Pra-
tolino celebrità superiore a quella che godono le
celebri ville del vecchio Stato Toscano, e farne ri-
vivere al vero, sempre per quanto sia possibile,
le sembianze nella grandezza, nella bellezza loro
regale, non può dispiacere ai toscani, non può
certamente recare disdoro alla patria di Miche-
langelo Buonarroti.
Onde pervenire a tanta meta, non abbiamo ri-
sparmiato i nostri sforzi ; ma qualora non ci sia
dato raggiungerla, garbatissimo lettore, ti pre-
ghiamo ad esserci indulgente.
Ed ecco la riediflcaziane del R. Parco, colla de-
scrizione di quelle bellezze che in esso abbiamo
potuto rinvenire durante l'esistenza sua.
// Palazzo
Un parco che ha press'a poco tre miglia di cir-
cuito, comincia in alto da tramontana, e va dol-
cemente calando verso mezzogiorno ; nel mezzo
FIRENZE AI DEMIDOFF 225
a questo parco sorge il palazzo maestoso, e Io
divide in due (1) ; dall'una e dall'altra parte rimane
una tacciata, con dinanzi apposito gran prato. Due
boschi, assai vasti e regolarmente disposti, im-
pediscono ai furibondi venti d'urtare nelle regali
mura; il prato della principal facciata è cinto da
ricca cancellata di ferro, tramezzata da pilastri
d'ordine toscano, adorni di spugne e pietrami. Dai
lati alzò G. B. Foggi ni due torri ettagone di pie-
tra che nelle facce prospicienti al prato hanno due
mostre di marmo bianco ; in una delle quali vedon-
si le ore, nell'altra si vede il vento che tira. Dal-
l'una all'altra parte del palazzo ricorre quasi al
piano nobile uno spazioso ed elegante ballatoio che
va terminando con due piramidi superbe dalla
facciata di mezzogiorno, alle quali servono altre
due di bel riscontro situate da piede del prato ;
questa facciata di mezzogiorno giudicasi piìi vaga
e pili bella della facciata principale a tramon-
tana (2).
(1) Vedasi la pianta del R. Parco nella Descrizione
Sgrilli
(2) Delle due facciate, si trovan ie vedute nella Descrizione
dello Sgrilli : la facciata principale fu da lui stesso esegui-
ta, e quella di mezzogiorno fu incisa da Stefano della Bella ;
quest'ultima trovasi ancora nella R. Galleria degli Ufizi,
fra le stampe toscane del secolo decimosettimo, a metà del
corridoio conducente alla Galleria de' Pitti. Affine di dar
conto d'altri disegni fatti per la R. Villa di Pratolino,
FIRENZE AI DEMIDOFF 15
226 FiREIsZE AI DEMIDOFF
Il palazzo si compone d'un piano terreno, del
piano nobile gìLi detto, sul quale vanno i mezza-
nini e un terzo piano ; ciascun piano è traversato
da un ampio corridoio, che va da una facciata
all'altra, con quattordici stanze uguali, sette per
parte, oltre alle quali una gran sala ed un sa-
lotto, che rimangono nel centro ; è poi fornito di
tutte le comodità volute da un sovrano, e richie-
ste dal numeroso stuolo de' suoi cortigiani (1).
Allo stesso piano nobile mettono due regali scale
scoperte di figura ovale, maestrevolmente archi-
tettate, che passano dinanzi allo spazioso balla-
toio. Entrati che siamo per mezzo di esse scale,
Tiii moto istintivo ci traggo alla gran sala dove
i reali principi, coi nobili invitati, sogliono spesso
radunarsi a geniali ricreazioni, a trattenimenti
crediamo avvertire che noW Indice Geografico Analitico dei
disegni d^ Architettura^ posseduti dalla E,. Galleria, compi-
lato dal Signor Nerino Ferri, a pag. 74, si trovano le se-
guenti citazioni : « Pianta della Villa di Pratolino Di-
segno 4911 di Giorgio Vasari il giovane). Studio della Grotta
del Parco di detta Villa. (Disegno 2808 di Bartolommeo
Nencioni). Pianta, prospetti e particolari di detta Villa.
(Disegni 5157-5158 di Giacinto Marmi). Piante e prospetti
di detta Villa. (Disegni dal 6337 al 6350 attribuiti a Giu-
seppe Martelli). Disegno del parapetto e decorazioni per
il giardino di detta Villa. (Disegni dal 2812 al 2815 d'in-
gnoto artefice del secolo XVII).
(1) Si vedano le piante di questi piani nella Descri-
zione dello Sgrilli,
FIRENZE AI DEMIDOFF 227
drammatici con sontuosi e splendidi apparati, a
spettacoli musicali cui prendon parte non altro
che musicisti di cartello. Questa sala è ricca,
come il salotto, di pitture, massime di paesaggi;
sei grandi paesi dipinti da Crescenzo Onofri, colle
aderenti figure dovute al pennello di Francesco
Petrucci, dilettano per soave bellezza ; altri paesi
minori dello stesso Crescenzo, con figure che rap-
presentano dei cortigiani dipinte da Pier Dandini,
sono pure di molto pregio ; il capolavoro però si
è una Diana cacciatrice sulla porta che dalla gran
sala mette al ripiano della scala, opera veramente
di bellezza somma della quale fu autore Giovanni
Mannozzi detto da San Giovanni, uno de' migliori
frescanti che a suo tempo vantasse l'Italia. Questa
Diana fatta nel 1634, è raffigurata da una leggia-
dra donna ignuda, ornato il capo dalla luna per
significare l'ora dell'alba, ed ha il corpo cinto da
un panno azzurro ; tiene in mano uno spiede che
appoggia in modo d'invitare a caccia le molte ninfe
che le stanno attorno ; e queste, chi suonando il
corno e chi con altri movimenti, tutte si mostrano
d'accordo e preste a darsi al divertimento della cac-
cia, cui pare intendano secondarle i cani levrieri
e d'altre razze che vi sono insieme. In un vacuo
che si trova inferiormente a quella Diana, sta un
ovato con entro la testa in marmo del Granduca
Francesco I, ed a questo aggiunse Giovanni due
figure, una per parte, entrambe con un braccio
228 FIRENZE AI DEMIDOFF
appoggiato all'ovato; la prima sur esso braccio
posa la testa, e tiene sotto l'altro un guanciale,
significando che quella villa si fabbricò per il ri-
poso, avendo in oltre sotto ai piedi un orologio
adornato da nicchie marine e da conchiglie ; la
seconda figura ha un flauto in mano, ed ai piedi
un cervo ed un organo per significare che Pra-
tolino si fece per il piacere della caccia, e per
altra sorta di diletti. Al disopra v'è dipinto un
angiolo giubbilante ad ali aperte, che tiene la
corona di casa Medici, ed un panno di broccato
d'oro col quale accerchia tutte le. figure, e lo con-
giunge al cornicione. Dello stesso Giovanni si
distinguono due tondi del diametro d'un braccio
e quattordici soldi, di vetrice intonacati, dov' è
dipinto a tempera, in uno delle ninfe che castrano
il Prianni, nano del Granduca Ferdinando II,
messo a guisa di Satiro ; nell'altro un Sileno u-
briaco a cavallo sopra un asino che raglia, pre-
ceduto da baccanti, e seguito da satiri che gli
danno da bere nella massima allegria (1).
Mentre la fantasia dilettasi, e che l'immagina-
zione si pasce compresa da sì raro prestigio d'arte,
succede che l'anima raddoppia i sensi al suono
che viene ora grave ed ora dolcissimo, da un
organo che lì presso si trova in altra stanza, e del
(1) Questi due tondi si trovano attualmente nel ma-
gazzino della R. Galleria degli Ufizi.
FIRENZE Al DEMIDOFF 229
quale un ragazzo, che sembra vivo, per mezzo del
moto d'acqua tira i mantici colla più sorprendente
verità dei movimenti e della espressione.
Conformiimente a quanto in questa gran sala
del piano nobile s'ammira, tutto l'interno del pa-
lazzo è col medesimo splendore ornato : oltre alle
preziosissime pitture a fresco che si ripetono dap-
pertutto, non meno preziosi sono i quadri a olio,
i soggetti a rilievo, i marmi lavorati e i bronzi ;
i fini stucchi brillano leggiadramente per le ricche
dorature da cui son cinti e frammischiati ; me-
ravigliosi drappi variati tappezzano le pareti, e
son gli addobbi di squisito gusto e di magnificenza
tale che supera tutto quanto si può immaginare
di magnifico e di sontuoso. Di bellezza in bel-
lezza traversando andiamo sino al terzo piano, da
dove una scaletta in legno ci condurrà sino al
bellissimo teatro costrutto nel 1697 per ordine del
Granprincipe Ferdinando de'Medici, opera dell'ar-
chitetto Antonio Ferri, le cui scene principali ap-
partengono a Ferdinando Galli detto il Bibbiena (1).
Tornati al piano nobile scendiamo nel parco a
(1) Leto Puliti, Cenni Storici della Vita del Ser.mo
Ferdinando dei Medici Granprincipe della Toscana ecc.,
sbaglia nell'attribuire le pitture di queste principali scene
a Gian Maria Galli detto il Bibbiena, obe fu padre di
Ferdinando, e che mori nel 1665, cioè rentidue anni prima
cbe il teatro di Pratolino si costruisse. (Del Granprincipe
e del teatro vedasi più oltre a Gap. IV.)
230 FIRENZE AI DEMIDOFF
tramontana, senza fermarsi al piano terreno.
Prima però di metter piede sull'erboso prato, cer-
chiamo di fiire i nostri buoni patti col fontaniere,
ond'ei non abusi della pratica che ha nel fare
agire gli artifìziosi scherzi d'acqua, perchè dovun-
que c'è il caso di trovarsi a suo talento fradici e
inondati. Di qui vediamo le molte fabbriche al
palazzo circostanti, disposte con bell'ordine, che
sono destinate ai paggi numerosi (1) e ad altra
gente della reggia, vediamo le famose scuderie,
una delle quali vuoisi capace di centocinquanta
cavalli (2), le cucine, le dispense, e gli altri locali
fra cui ve ne sono dei segreti.
Prato delle Statue Antiche
dinanzi alla facciata principale del Palazzo.
Siamo dunque nel prato a tramontana, un prato
che offre la maggiore vaghezza, lungo cent'ottanta
braccia, largo centoventi, e ci troviamo in buon
accordo col fontaniere. Chi volesse dirigersi dalla
parte d'Oriente, potrebbe vedere il giuoco dei ca-
(1) Dell'antica paggeria fece il principe Paolo Demidoff
la bellissima villa di sua propria abitazione. (Vedasi più.
oltre a Gap. VI.)
(2) Anche questa grande scuderia rimane tuttora nella
sua bella e solida mole ; però nell'interno ridotta conforme
l'uso cui la destinò recentemente il suddetto principe Paolo
Demidoif.
FIRENZE AI DEMIDOFF 231
valli, chiamato pure della giostra, che fecce fare
il Granprincipe Ferdinado, e poco lungi da questo
altri due giuochi, uno detto delle pallottole, l'altro
della palla a corda.
Noi preferiamo di percorrere addirittura il prato
smagliante, che pare opera d'esperti pennelli al-
lorquando per vento non alita foglia, come usasi
dire. Un leggerissimo aleggiar di brezza svegliasi
però come per toglierci dal dubbio ; tuttavia l'illu-
sione, che non è vana, prosegue ad allettarci :
questo prato non è una pittura : bensì tanti e
tanti variati fiori, di mille tinte colorati s'alter-
nano e si mescolano per modo da produrre contra-
sti ed effetti cui lo studio di buoni pittori pae-
sisti par che siasi destramente esercitato ; l'erba
che tappezza il suolo è poi talmente minuta, che
il suo colore verde si cangia tratto tratto conforme
il riflettere del raggio mandato dal cielo ; impe-
rocché, come diciamo, 1' aura baciandola scher-
zevolmente l'agita; sicché, quanto più il vago spet-
tacolo si guarda e piìi si guarderebbe. Dall'una
parte e dall'altra ha questo prato tredici nicchie
di ferro abilmente lavorate, tutte coperte d'ellera,
e tramezzate con altrettante guglie : ciascuna nic-
chia contiene una statua ; ed essendo le ventisei
statue tutte antiche (1), l'intelletto si vuole alzar
(1) Crediamo assai fondata la supposizione clie parte di
queste statue antiche fossero mandate dai papi Pio IV e S.
232 FIRENZE AI DEMIDOFF
persino a loro, epperciò lo studio prende natural-
mente la sua parte in questo dilettoso passatempo.
Statua dell'Appennino.
Appiedi del prato che abbiamo descritto elevasi
un monte grandioso, al quale s'appoggia una
statua colossale di smisurate proporzioni, che ha
per oggetto di raffigurare l'Appennino (1) ; sta in
atto di sedere, e preme colla destra mano la testa
d'un gran mostro. Se tal gigante fosse in piedi
alzerebbe circa quaranta braccia (2) ; e tanto la
Pio Y al Prìncipe Francesco, poi Francesco I. conforme il
carteggio di esso Principe scambiato colla S. S. di Roma.
Ma più ancora è dato credere che fossero quelle ventisei
statue appunto da S. Pio V regalate nel 1569 allo stesso
Francesco I, delle quali trovasi la nota fra' manoscritti
della R. Galleria, insieme a quella di diversi busti e
molti altri marmi, e cbe passaron dipoi nel bosco e nella
palazzina di Belvedere. E opinione poi che il santo Ponte-
fice desiderasse dar via quelle statue perchè essendo pro-
fane non capitassero in mano d'ecclesiastici.
(1) Consta al Baldinucci che questa statua era stata
fatta per rappresentare Giove Pluvio, perchè la falsa re-
ligione degli antichi a lui dava l'attribuzione di mandare
le piogge ; del qual Giove fa menzione Tibullo in quel
verso :
Et sitiens Pluvio supplicai herba lovi.
(2) 11 Verino e l'Anonimo lo dicono di 60 braccia : il
Baldinucci (Vita di Giambolognd) ed il Borghini (Riposo)
lo dicono di 50 ; lo Sgrilli poi lo dice di 40, e dà lui più
nel segno.
FIRENZE AI DEMIDOFF 233
scultura, quanto l'architettura, tutto appartiene a
Giaml)ologna (1). Magnifico ìie è l'imbasamento
con una vasca del diametro di cento braccia cinta
(1) Pietro Thouar (Notizie e guida di Firenze e de'suoi
Contorni) dice che quest'opera di cosi straordinarie pro-
porzioni è di Bartolommeo Ammannati. Lo sbaglio del
prof. Thouar si spiega probabilmente in questo modo :
leggendo egli nel Baldinucci IVita de W Ammannati), o in
altri che ne scrissero, che questo artefice fu l'autore della
fontana conosciuta nella R. Villa di Pratolino col nome
di fontana dell* Ammannati, della quale noi diremo a
suo tempo, dell'Anteo di bronzo e delV Appennino quasi
tremante dal freddo, che lo stesso esegui per la R. Villa
4i Castello, nota, di queste tre opere, l'ultima soltanto, e
ce la fa trovare due volte a Pratolino, dove non e' indica
una volta sola la fontana. (Vedi Thouar libro suddetto,
pag. 411 delle opere d'arte, e pag. 564 della Guida). Se poi
qualche merito ad altri si dovesse attribuire intorno al
progetto di quest'opera immensa, bisognerebbe attribuir-
lo di buona ragione al Buontalenti, perchè nel catalogo
a stampa della raccolta di disegni donata dallo scultore
Santarelli alla E,. Galleria di Firenze, troviamo a pagina
363 la seguente citazione, sotto il nome di Buontalenti
Bernardo : « Progetto per il colosso della Villa di Prato-
lino, Matita nera acquarello e biacca ; carta bianca. » Di
più, TiQlVIndioe già rammentato del Signor Ferri, mede-
sima pag. 74, si trovano i disegni 2323 e 2325 di Bernardo
Buontalenti che rappresentano due studi per la stessa
grotta, il primo dei quali ne è l' intero prospetto dove
del colosso è lo schizzo in mossa poco dissimile a quello
eseguito ; il secondo è una delle parti laterali esterne.
Chi poi visita il R. Museo Nazionale, vede nella sala
delle terre invetriate il bozzetto del Colosso, che è indicato
234 • FIRENZE AI DEMIDOFF
lateralmente da un parapetto a balaustri di marmo,
rimanendone libero il dinanzi con nel centro un
terrazzino. L'enorme figura è composta di pietra
serena e spugne « che paiono colà gettate a caso,
ma per chi voglia osservare scorgerà facilmente
le membra ed i muscoli che sono d'una verità
prodigiosa (1). Le acque scaturenti dal monte,
con quelle che zampillano dal capo del colosso
producono effetti meravigliosi, e par che lo in-
coronino inondandolo : allorché il sole è sórto dai
colli di Firenze, e va colla sua luce a illuminargli
dalla Guida 'per il Visitatore^ compilata dal signor Arturo
Campani con queste parole :
« Attribuito a Gio. Bologna.
« Bozzetto in terra cotta senza invetriare, in piccole
proporzioni, della figura colossale dell'Appennino, eseguito
da Gio. Bologna nel parco della già villa Medici, ora De-
midoff, a Pratolino. — Acquistato dal dott. Alessandro
Foresi il 14 egosto 1866. » — L'incisione in rame del co-
losso appoggiato al monte, colla parte orientale del bo-
sco, eseguita da Stefano della Bella, trovasi nella Descri-
zione Sgrilli e nel detto corridoio della R. Galleria.
(1) A proposito della, esecuzione di questa figura e-
norme, racconta il Baldinucci, 1. e, « che nocque ad alcuni
discepoli del Giambologna, quali persero la mano a lavo-
rare in opere d'ordinarie dimensioni. Il più. danneggiato
fra costoro a tale motivo, si fu certo Antonio Marchissi di
Settignano, che tornato a lavorare nello studio del mae-
stro dovè adattarsi ad una diminuzione del salario per-
chè il giudizio deirocchio non gli faceva fare più nulla
di buono. »
FIRENZE AI DEMIDOFF 2S5
il volto, la corona che lo cinge sembra comporsi
delle pili preziose gemme d'Oriente : lo smeraldo,
lo zaffiro, il rubino, il topazio, si direbbero me-
scolati assieme, né l'inganno deirocchio si po-
trebbe dar maggiore.
La statua è vuota di dentro, e trovasene l'a-
dito dalla parte posteriore, passando da un ter-
razzo fatto a mosaico, con muricciuoli attorno,
sul quale terrazzo è un drago volante di pietra
scolpito dal nominato Foggini. La testa offre lo
spazio d'una stanzetta, cui gli occhi servono di
finestre, da dove « Francesco I dilettavasi a pe-
scare nella sottostante vasca (1), » e conforme
le indicate proporzioni della figura, un uomo che
trovasi coi piedi sulle narici del naso, può arri-
vare ai cigli degli occhi. Il corpo del gigante
forma una grotta che è di figura esagona, ed in
essa rimane una fonte magnifica fatta tra nicchie
e frombole a diversi colori, ed una moltitudine
di spugne ; la stessa fonte ha poi nel mezzo un
vaso di diaspro d'altissimo pregio, intagliato a
ruote con un superbo fiore di corallo proveniente
dal mar Rosso, dal quale fiore spilla rigoglioso
un getto d'acqua.
Anche il monte, dove la statua s'appoggia, è
similmente vuoto, e vi si trovano due stanze di
non uguale grandezza. Nella piìi piccola sono di-
ci) Lettere pittoriche del Bottari.
236 FIRENZE AI DEMIDOFF
pinte delle miniere e degli uomini che lavorano
metalli. In quella più grande fa d'uopo ammirar
primieramente una fonte di singoiar bellezza, for-
mata tutta d'opere imitanti la natura ; piii che
altro vi abbondano le specie variate degli ani-
mali marini. Vi è nell'alto la statua di Teti in
atto di guardar con istupore quanto sa l'arte
operare di delizioso e di perfetto, come riesce ad
imitare le naturali bellezze, e a superarle. Quat-
tro delfìni sostengono la pila stupenda, anche que-
sta ìq diaspro di figura ottangolare, con ricetto
all'intorno fatto di nicchie ; su ciascun canto ha
un pipistrello, e nel mezzo una lumaca di madre-
perla. Le pareti sono ricche di pitture apparte-
nenti a pe anelli veramente egregi, e raffigurano
sirene, come altri abitanti del mare, non che dei
paesi, fra cui si riconosce Livorno e l'Isola d'Elba.
Il pavimento è fatto di terra di Levante, e vi
sono variatissimi fogliami disegnati con bella va-
ghezza e simile leggiadria ; dagli stessi fogliami
zampilla l'acqua in quantità notevole (I).
Grande percola dì Ferro con una Spugna di Corsica
Lasciando a tergo l'Appennino, e camminando
per non lungo tratto nel comodo viale che va sa-
(1) Di quanto abbiamo descritto, attualmente resta sol-
tanto la massa del colosso è la grande vasca di cui diremo
ancora nel Gap. VI.
FIRENZE AI DEMIDOFF 237
Jendo verso tramontana, è un vasto laberinto di
lauri che nel mezzo ha un circuito ottangolare,
dove l'erba somiglia per minutezza a quella del
prato delle statue ; nelle faccio del circuito son
poste otto colonne che sostengono una pergola
di ferro lavorato ; il diametro di questa pergola
è circa dugento braccia, ed ha l'altezza di braccia
diciotto ; sopra la pergola sta collocato un masso
grossissimo di spugna venuto dalla Corsica (1),
che manda una bella e copiosa pioggia d'acqua
dalla cima. Il detto laberinto, tanto da parte di le-
vante che da quella di ponente, ha una colonna
fatta di spugna che sorge in apposita vaschetta
d'acqua (2).
(1) Narra il Settimanni, Memorie predette, clie « nel
giorno 3 Dicembre 1583 entrò in Firenze un grande spu-
gnone provenieate da Bastia, e che poteva essere da 25
a 30 mila libbre ; l'acqua lo aveva talmente lavorato,
clie pareva fosse fatto per opera di scarpello : da una
parte mostrava d'essere di marmo, dall'altra somigliava il
sale o la madreperla; era insomma una cosa stupenda
il vederlo in tanta bellezza e perfezione per opera del
tempo e dell'acqua. Eravene insieme un altro masso di
metà grandezza del suddetto, e meno bello ; entrambi
furono messi nell'antiporto della vecchia porta di S.
Gallo, per essere nella succassiva primavera trasportati
a Pratolino. »
(2) Le due colonne, o termini, rimangono tuttora, ma
rotti, e a disuguale altezza.
238 FIRENZE AI DEMIDOFF
Vasca di Giove.
Proseguendo il viale, che se n'esce dal laberinto,
giungeremo, fra non molto, alla cima di questo
parco a tramontana, dove trovasi la bella va-
sca di Giove. La statua colossale che raffigura
il dio degli dèi è in marmo bianco ; da una parte
regge un'aquila di pietra, e dall'altra tiene un
fulmine di bronzo dorato. Davanti e da tergo
versa molt'acqua che cade in una grande vasca
di figura ovale (1).
Grotta dell'Orsa.
Dal Giove convien tornare addietro verso il
palazzo, ma giunti al descritto laberinto, lo dob-
biam girare dalla parte di ponente fino al ter-
mine di spugna da tal parte indicato ; quivi s'en-
tra in un viale che rimena all'Appennino, ma ad
un certo punto di esso viale, in altro piegheremo
che fa centina sulla dritta, e poco dopo, per mezzo
d'una viottola che si rivolge a mezzo giorno, tro-
viamo la piccola grotta dell'Orsa. Esteriormente
è questa grotticella tutta costruita di spugne, ed
è tutta di marmo nell'interno. L'Orsa è di pietra,
(1) Tuttora rimane la vasca nella sua forma sebbene
molto guasta ; e come più rincrescioso ricordo della bel-
l'opera vedesi sempre, nell'arida vasca, l'aquila di pietra
per ispregio gettata là dentro, amputata della testa.
FIRENZE AI DEMIDOFF 239
ed ha intorno a sé una moltitudine d'orsacchini.
Tal gruppo di piccole bestiole torna gradito, simpa-
tico e interessante quanto mai ; gli sta dinanzi un
tavolino di marmo, presso al quale sono dei sedili
per chi voglia profittarne.
Fontana del Perseo.
Dall'Orsa proseguendo dell'altro verso mezzo-
giorno, andiamo fino alla Fontana del Perseo, che
consiste in un monte molto grazioso, fatto anche
questo di spugne, contornato da balaustri e da
sedili di pietra. Al disopra di una nicchia che
riceve l'acqua, sta un serpente di diaspro il quale
sostiene la statua del greco eroe che è di marmo
bianco.
Lo^getta d' Esculapio.
Vicino alla detta fonte rimane una piccola log-
gia in cui sono vagamente dipinti molti vasi con-
tenenti grande varietà di fiori e d'erbe non che
diverse canne, ed è sotto questa loggia che si
trova la fonte d' Esculapio. La statua del dio della
medicina è in marmo (1), ed in mano tiene la
(1) Questa pure potrebb'essere una delle anticlie statue
ohe mandava il cardinale Montepulciano da Roma nel
Giugno 1570 al granduca di Toscana insieme ad una
moltitudine d'altre statue, fra cui sono pur quelle di sei
consoli (Y. lettera dello stesso cardinale nei Codici Car-
tacei dalla Er. Galleria passati all' Arcliivio di Stato,
Cod. I, ins. 18.
240 FIRENZE AI DEMIDOFF
vipera che dalla bocca getta l'acqua in un sar-
cofago antico di somma bellezza, che rappresenta
la Caduta di Fetonte.
La favola narrata dai Greci fa sapere che Fe-
tonte per provare ad Epafo che il Sole era suo
padre, ottenne di condurre per un giorno solo il
cocchio della luce, e che per imperizia di guidarne
i cavalli minacciava incendiare ora il cielo, ed ora
la terra, della quale asciugò diversi fiumi ; Giove,
per evitare che P universo andasse intieramente
in fuoco, fulminò l'inesperto giovane mandandolo
a precipitare nell'Eridano. Questa favola è rappre-
sentata nel dinanzi del sarcofago con una bella
e ricca composizione. A tergo si rappresenta, in
basso rilievo di minor pregio, la simbolica corsa
nel Circo (1).
(1) A. F. GoRi riporta soltanto il dinanzi nel terzo vo-
lume delle sue Inscriptiones antiquae in Etruria Urhibus
extantes, a tav. XXXVI, e G. B. Zannoni, Gallerìa di
Firenze^ lo riproduce nel secondo volume, serie quarta,
tav. 97. Una lettera che troviamo nei manoscritti della
Galleria in data 9 febbraio 1776, apprende che questo sar-
cofago era stato allora trasportato nel giardino di Boboli,
mentre consiglia il granduca di metterlo in Galleria per-
dio meglio si possa conservare quel « marmo erudito e
raro assai per la mole, e per il lavoro non solo in questo
paese, ma in qualunque altro. ...» Ed in calce alla lettera
s'aggiunge : « Il sarcofago di cui si tratta pare assoluta-
mente essere io stesso di quello che ha pubblicato il
Panvinio de Ludis circensitus, pag. 41, ediz. di Padova
FIRENZE AI DEMIDOFF 241
Cappella. Reale.
Ripigliando dalla loggetta la strada verso il
prato dell'Appennino, ecco a mano manca un
bosco folto di secolari abeti altissimi, ed in esso è
la reale Cappella cui si giunge per ampia gra-
dinata. È l'edifizio arcliittetato con eleganza no-
tevole, e con indiscutibile maestria, nella sua for-
ma esagona, terminato da una cupola coperta
di lamina di piombo. Un assai comodo portico a
vòlta sostenuto da quattordici colonne d'ordine
composito gira il tempio tutto intorno; e sotto
il portico sta la gente del sovrano ad assistere
alle sacre funzioni che dal di dentro si odono
per mezzo di finestre. Nell'interno del tempio
son belli ornamenti fra pitture e stucchi, e vi sono
anche inginocchiatoi di cipresso intagliati con
arte rarissima. Particolarmente ammirabile si è
la tavola dell'altare nella quale si raffigura l'As-
sunzione della Vergine con gli Apostoli, opera
insigne d'Andrea del Sarto (1).
1642, in f : per spiegare le cose dei giuoclii circensi, e
dice che era in hortis familiae Columnensia Card. Borro-
mei ad SS. Apostolos E,omae. — L'intagUo di detto sar-
cofago è del 1580. » — Né s'ingannò lo sconosciuto autore
della lettera, che al Panvinio fece eco dipoi l'abate Luigi
Lanzi nella Guida del Museo Fiorentino. Si trova il sarco-
fago nella R. Galleria degli Uffizi, secondo corridoio.
(1) Della Cappella, tuttora esistente avremo da ripar-
larne nel Capitolo VI ; ma qui si deve notare ohe il
FIRENZE AI DEMIDOFF 16
242 FIRENZE AI DEMIDOFF
Sei Grotte Principali (1)
Dalla Cappella ritornaado nel palazzo per an-
dare ad uscirne dalla facciata di mezzogiorno, dove
ritrovasi lo spazioso ballatoio che lo circonda da
una parte all'altra, sur esso saliremo per mezzo
della doppia scala di figura ovale, i cui scalini ci an-
nafflerannocome vuole il fontaniere. Sotto lo stesso
ballatoio, e verso il prato a mezzogiorno girano
le sei grotte che sono le piìà celebri.
Calati nel vestibolo, stupendamente architettato
e sostenuto da due colonne superbe di verde antico,
colle vòlte composte di spugne, ecco la prima grotta
quadro d'Andrea del Sarto, dagli antichi detto per errore
di Sandro Botticelli, fu copiato da G. B. Marmi sotto il
regno di Cosimo III, e l'originale trovasi ora nella R.
Galleria de'Pitti, sala dell'Iliade, col. n. 225. Su quest'ori-
ginale c'è però un' istoria, da cui rileviamo che venne
soltanto a Firenze il di 8 d' ottobre 1639, e venne da
Cortona dove si trovava in chiesa di Sant'Antonio del
Poggio. Ora dovremmo dire come mai l'opera d'Andrea
del Sarto si trovasse nel medesimo tempo a Pratolino ed a
Cortona, ma per quanto ne abbiamo cercata l'importan-
tissima spiegazione non siamo stati capaci di rinvenirla
in alcun modo.
(1) Nel descrivere le sei principali grotte, tentiamo d'i-
mitare la mirabile descrizione fattane dal Hosini, com-
pletandola però laddove a lui parve convenirgli delle
omissioni, nonché riponendovi le cose che prima del suo
tempo v'erano state.
FIRENZE AI DEMIDOFF 243
che si chiama del Diluvio, a motivo degli ordigni
innumerevoli ed invisibili dell'acqua, che comin-
ciando dalia soglia, il piìi scabroso passo, trovansi
nel pavimento, nelle pareti e dappertutto. Il pavi-
mento è mirabilmente scompartito, ed a più colori
si vedono in esso raffigurati pinocchi di Porto-
ferraio. Vi sono due grandi massi di spugne, e
dalla cima di queste, l'acqua sgorga in copia bel-
lissima. Incrostate di spugne, con arte assai me-
ravigliosa, ne sono le medesime pareti ; vi è in
oltre una moltitudine di pregevoli pitture, e
numerose nicchie quasi tutte fatte a forza di nic-
chi marini, ed a mosaici d' oro. Esce da una nic-
chia un arruotino, che fa col piede girare la
ruota; poi dal disopra un ragazzo s' avanza per
modo che sulla ruota appoggia il ferro da ar-
ruotare ; in altra nicchia presentasi un frantoio da
olio; il bue ne fa girare la mola, guidato da un
uomo vero tipo del mestiere, il quale si leva tratto
tratto una pala dalla spalla, e ne raguna con essa
le olive intorno alla mola. A questa ingegnosa e
leggiadra macchinetta, avvicineremo l'altra simil-
mente graziosa e ben composta, dove si rappresenta
la gualchiera della carta, colle pile cui sta dentro il
pernio che girando fa alzare ed abbassare i magli.
Stan pur dentro alle nicchie un corbezzolo ed un
caprifoglio, su cui si spargono molti e variati ani-
mali di bronzo. Da un lato, superiormente alle nic-
chie, si vedono due arpie che mandano acqua, e
244 FIRENZE AI DEMIDOFF
tengono al disotto un mascherone con ali di pipi-
strello, che stralunando gii occhi e spalancando le
fauci, butta giìi acqua a doccia ; in altro lato, su
doppie pile, un'altra coppia d'arpie, ed a queste sot-
tostà un fanciullo il quale tenendo un mappamondo
rovesciato in mano fa lui pure le veci di fontana.
Ancora in apposite nicchie, sono due tavolini colle
lor polle d'acqua, ed uno di questi* è in marmo mi-
sto di forma ettagona, avente in ciascuna delle otto
facce un tondo incavato, col relativo congegno, e
lo zampillo; altro tondo uguale, resta poi nel mezzo,
e lo zampillo di questo ora raffigura uno specchio
ed ora un fanale ; molti sedili stan d'intorno al ta-
volino. Dinanzi a tutto ciò la realtà e l'illusione
fanno già nel riguardante un singolarissimo con-
trasto, che accende di brama e di stupore, fra cui
convifen sorridere vedendo due anitre curiose che
abbassando e sollevando il collo, si tuffano e bevono
gaudenti nel laghetto dove ricettansi le molte ac-
que limpide, versate dai personaggi e dagli oggetti.
Invece di tornare al vestibolo, che ha due porte
laterali, anderemo sotto un piccolo arco che gli
fronteggia, e quivi salendo alcuni gradini, provvi-
sti sempre dei soliti tradimenti d'acqua nascosti,
eccoci nella Grotta della Galatea. — Lo stupore
qui si succede senza però rassomigliarsi, perchè
questa grotta è in si strano modo architettata, con
screpolature così numerose e cosi grandi, dn sem-
brare che stia per seppellire sotto un cumulo di ma-
FIRENZE AI DEMIDOFF 245
cerie chi non fa presto a scappar via. La stanza è
rotonda, con la volta scompartita, e vagamente de-
corata di pitture, di fregi, d' arabeschi, d'incrosta-
ture a scaglia di pesce, e d'altri lavori pregevoli.
Le pareti sono ricchissime, e smaglianti di madre-
perle, di coralli, di chiocciole marine e simili cose.
Di qua e di là rustici scogli, che prendono grazia
notevole, e vaghezza, dai getti d'acqua che gli ba-
gnano ; a suo tempo, essi scogli si aprono e si chiu-
dono da se. Una mirabile vasca, ornata di spagne
e di nicchie, e ricca molto di madreperle, raffigura
il mare, nel cui fondo internasi uno scoglio piìi
grande degli altri. S'apre intanto uno scoglio da
parte, e n'esce da questo un tritone vestito da ma-
rinaro ; mettendosi egli alla bocca una chiocciola
marina, cava da essa un suono dolcissimo, cui par
che s'unisca il suono d'altri strumenti nascosti ; è
l'inno che annunzia la comparsa della Dea : difatti,
lo scoglio maggiore, quello che resta di faccia nel
mare, si apre, e dall'antro inargentato se n'esce
Galatea seduta in una conca d'oro, e tirata da due
delfini che stillano acqua dalla bocca ; nel mede-
simo tempo si sono aperti altri due degli scogli la-
terali, da cui sono escite due vezzose ninfe aventi
nelle mani belle branche di corallo ed uno spec-
chio ; dai coralli schizzano l'acqua, e rimettono
garbatamente lo specchio nelle mani della Dea...
la quale si rimira in esso, mentre framezzo alle
ninfe, col suono del tritone, quale regina s'avanza
246 FIRENZE AI DEMIDOFF
nella sua conca, con piacevole sussiego. Giunta alla
riva opposta del mare, cioè dinanzi ai riguardanti,
sui quali mandano i delfini una buona pioggia d'ac-
qua all'improvviso, girasi con bella grazia, e se ne
torna indietro, finché dopo il suo passaggio si ri-
chiude lo scoglio com'erasi aperto.
Rientrata leggiadramente Galatea nella gentil
caverna, colle sue gioconde ninfe, usciamo noi
dalla grotta che si chiama col suo nome, e passiamo
in quella chiamata la Grotta della Stufa, del J5a-
gno, del Cielo, e forse con altri nomi ancora. È
fatta questa quasi tutta di stucchi, e con molte fi-
nissime pietre commessevi ; è decorata di conchiglie,
di madreperle, di coralli, con grande varietà di be-
stie marine e di grottesche. Presso all'entrata tro-
vasi una statua di grandezza naturale, rappresen-
tante un paggio coll'asciugamane sulla spalla, e in
una mano ha il mesciacqua. Anche qui è da notarsi
un monte grande di spugne, ma l'oggetto d'altis-
simo pregio è una magnifica pila di marmo rosso,
nella quale da esso monte cadono le acque. Il pa-
vimento, maestrevolmente storiato in terra d'Ur-
bino, è ricco e splendidamente bello. Due satiri di
bronzo mandano l'acqua in due minori pile, calda
e fredda, a comodo ed a piacere di chi si vuol ba-
gnare. Uno spettacolo singolare, e quanto mai di-
vertente, vien dato in questa grotta da un perso-
naggio assolutamente microscopico, situato al di-
sotto d'una finestra che rimane dalla parte meri-
FIRENZE AI DEMIDOFF 247
diana. Si tratta semplicemente d'una nicchia nella
quale si trova un puttino grazioso, e molto allegro,
tanto allegro, che invita i riguardanti con lazzi pia-
cevoli ad accostarlo, perchè sa benissimo che vicino
a lui, sul pavimento, sta il primo tranello, consi-
stente in un certo ordigno, nel quale inciampando,
siccome bisogna inciampare con un piede, si può
dire di rimanere come il pane nella zuppa; e poi di
tutto fa perchè qualcun lo tocchi ; si ride, e si cede
alla bramosia di fargli una carezza ; ma non ap-
pena gh mettiamo la mano addosso, il birichino
ci annaffia da quel Dio ; se oltre a carezzarlo, ce-
desi pure alla tentazione d'alzarlo un tantino per
disotto ai piedi, oh, allora si che stiamo freschi ! i
razzi dell'acqua ci condiscono per le feste, e pei
giorni di lavoro. Tanto meglio per colui che, accor-
tosi della ragia, non è stato vittima d'una improv-
visa mariuolata, e che ridendo a spese d'altri può
voltare le spalle al malandrino in miniatura per
andarsene alla grotta dirimpetto.
È la Grotta della Spugna. — Bella, bellissima,
per la sua vòlta tutta pitturata a pergola, con do-
rature splendide, per le facce che son fornite di
bianche spugne del bottino di Siena, e per il pavi-
mento storiato in terra d'Urbino, pitturato come
quello della grotta precedente. Ma la maraviglia
maggiore che qui dobbiamo considerare consiste
appunto nel masso di spugna, alta due braccia, si-
mile al bianco marmo, furmata da gocciole, d'ac-
248 FIRENZE AI DBMIDOFF
qua, e proveniente da Lucca. È posta nel mezzo
della grotta e rivestita da diversi animali, con un
ricetto tutto fra madreperle, coralli, nicchi marini
e chiocciole ; molte altre, spugne, anche queste di
bella bianchezza, ne la circondano, e le si innal-
zano alquanto di sopra. Contengono tutte gran
quantità di zampilli ; e dal mescolarsi che avviene
dell'acqua che scende con quella che sale, nasce
uri tale contrasto, per mezzo del quale la bellezza
di quanto vediamo bagnato, diventa molto e molto
pili bella.
Accanto alla grotta della Spugna, si trova la
Grotta del Tr'itone. — Dinanzi ad un grande monte,
incavasi una nicchia, ed è in questa una superba
pila antica di granito d'Oriente. Alla metà, in circa,
del monte, come sopra un altipiano, una statua,
che raffigura l'Europa siede sopra un toro ; e sulla
cima vi siede un pastore che suona il piffero, e che
è circondato da molte specie d'animali : l'apparec-
chio scenico è d'un effetto straordinario ; e quel
suono cosi melodioso, par che rapisca i sensi ; si
pensa a quelle soavi canzoni che nelle remote cam-
pagne, e sui vertici dei monti, uscendo da castis-
sime labbra, van circolando nel quieto spazio, fin-
ché pare le accolga ib cielo. Dal pastorale idillio,
viene a risvegliarci una Sirena, ed ecco in qual ma-
niera ; poco lungi dalla mentovata nicchia, ma più
in alto, si vede una piccoletta vasca, assai graziosa,
formatasi d'erbe pietrificate, ed è ornata con dei
FIRENZE AI DEMIDOFF 249^
nicchi marini e madreperle : sulla medesima va-
schetta è la Sirena, che invece di cantare ci annaf-
fia, e ci fa annaffiare da una quantità di genti letti
ordigni che lì vicino stanno a sua disposizione ; e
dopo averci ben bene infradiciati si nasconde lesta
lesta, perchè nessun le chieda conto dèlio scherzo.
Il Tritone, titolare della grotta, sta in altra vasca,
ornata pure di nicchi, e gode la compagnia di due
delfini; si diverte a suonare una nicchia, ma il suo
maggior divertimento è quando s'accorge che lo
guardiamo colla piìi grande attenzione; allora dà
tutto il fiato al suo strumentOf dal quale, invece di
escire un suono più o meno soave, esce un'acqua
discretamente impetuosa, che schizzandoci nel viso,
ci fa stornare alcuni passi addietro ; ed i delfini fan
pur la loro parte in questo giuoco. Non bastano gli
scherzi : sopra la vasca del Tritone, vi sono pure
tre bei satiri di bronzo fatti dallo scultore Carlo
Marcellini: il più grande preme con indifferenza
un'otre, e fa schizzare della buon'acqua, mentre gli
altri due fan vista di soffiare nel vuoto, e sbuffano
acqua anch'essi su chi è fradicio più che a suffi-
cienza. Arrogi l'acqua che senza risparmio sgorga
dal gruppo che in principio abbiam descritto, ar-
rogi che tutto si muove, ed ogni personaggio agi-
sce sol per moto d'acqua, e la celebrità del Buon-
talenti in questo genere d'invenzioni, uguaglierà
la celebrità ch'ei si acquistò come architetto. Ma
delle più sorprendenti meraviglie dobbiam par-
larne adesso.
250 FIRENZE AI DEMIDOFF
Giunti nella Grotta della Samaritaìia, biso-
gnerà affermare che tre secoli addietro non ci vo-
leva meno d'una sublime immaginazione per arri-
vare a quell'altezza d'invezioni che infatto di mec-
canica idraulica non mancherebbero di sbalordirci
anche se venissero operate ai giorni nostri. In que-
sta grotta han luogo i segreti convegni del gran-
duca Francesco : egli è spesso in compagnia di
Bianca, e talora con altri convitati, fra'più in-
timi e confidenti suoi personaggi, senza però su-
perare il numero di otto, come indicano i posti
della tavola che è in mezzo alla stanza, e che
s'imbandisce all'occasione, essendosi a tal uopo
anche fornito l'interno del muro d'una ruota per
calar vivande dalle segrete cucine. Siccome qui
cominciamo ad andar per otto, otto sono le an-
geliche figure di marmo che subito dàn nell'oc-
chio, alle quali s'aggiunge un'altra figura in pie-
tra, e di pili grandi proporzioni, rappresentante
un uomo che si bagna le mani. Nella tavola ot-
tagana (1), che è di bel diaspro (2), ciascuna delle
facce ha un tondo incavato che serve di rinfre-
scatoio ; nel centro, in altro tondo incavato ugual-
mente, si trova un gorgo d'acqua, o meglio, una
(1) Sbaglia il Montaigne cliiamandola esagona.
(2) Cosi la chiamano i contemporanei, cioè, il Verino e
l'Anomino del Baccini ; lo Sgrilli, quasi due secoli dopo,
fu il primo a dirla in marmo misto; eilE-osini se ne sta
allo S.2:rilli.
FIRENZE AI DEMIDOFP 251
colonnetta con piccola fontana, dove gli ordigni
sono talmente straordinari, talmente variati, che
le rappresentazioni d'acqua si fanno sì strane, sì
meravigliose, da tornar diffìcili a raccontarsi per
chi le vede, e da parere impossibile a chi non le
vede, 0 che non le comprende se dette a parole.
È lo scibile delle invenzioni meccaniche, le quali,
come dice il Baldinucci, dettero poi motivo d'i-
mitazione a « coloro che per l'Europa simili cose
operarono » : l'acqua riprodurrà la natura in ciò
che ha di più leggiadro, ci rappresenterà gli uo-
mini rabbiosamente agguerriti e feroci, come
quelli dell'orde più barbare, e ce gli rappresen-
terà quindi docili e sereni, addestrati nel mondo
civile, inclinati al lavoro, intenti al progresso.
Per mezzo di macchinette, comincieremo le rap-
presentazioni dell'acqua : ecco il Giglio fiorentino
e poi le palle medicee; ecco un piccolo vascello
colle sue vele spiegate, le gomene, le bandiere
e quanto altro ; al vascello faremo succedere un
giardino coi ruscelli, gli alberi fronzuti, le erbe
Tariate, come se tutto ciò fosse fatto dalla me-
desima natura ; e poi un palazzo che ha le porte,
le finestre a belle vetrate, persino ai camini che
mandano il fumo per farci consapevoli che i cuo-
chi già lavorano in cucina. Su quell'acqua viene
a raggiare il sole, ed un'aquila distende le penne,
fa per volare, muove e rimuove il collo, solleva
gli occhi, e gli affisa nella luce dei raggi ; se Fa-
252 FIRENZE AI DEMIDOFF
quila reca forse una certa paura, la cambierema
in un bellissimo mazzo di fiori.... ci sono tulipani,
giunchiglie, garofani, gelsomini, rose, gigli... tutti
freschissimi.... Che verità di forme, che belle fo-
glie, che vaghezza di colori !... ciascun fiore ha
il proprio abbandono, ed esprime chiaro e tondo
il proprio sentimento... chi sa che fragranza le-
vandoli dall'acqua !.... ma toccando l'acqua si sciu-
pano i fiori, e bisognerà dunque contentarsi di
guardarli. È un passatempo molto dilettevole,
quello dei fiori, ma c'è troppo ancora da vedere,
e conviene cambiar subito veduta. Ecco là in
quel grottesco una fortezza di Ferdinando Tacca,
con in mezzo una torre smerlata. . . . Che? . . .
le soldatesche s'affacciano dal forte, dalle mura
e dai merli . . . Sta' ? . . . quest'é il rumore delle
armi, si scaricano moschetti, si sparano canno-
ni .. . che strepito diabolico ! . . . . quanti tam-
buri! ... la zuffa è imminente petto a petto. . .
ecco i soldati dalle due parti .... si uccido-
no, si sbranano come le belve . . . T ira, il fu-
rore si vede loro nel volto, son dunque uomini
veri, sono selvaggi ! ... - Quanti morti distesi sul
suolo ! Ah, la strage va cessando, e la pace si
farà ben presto. — Potenza del genio umano!
Ora siamo dinanzi ad un idillio nuovo. — Ebbe
ragione il gran filosofo Montaigne, a dire che
queste grotte sono miracolose. — Le pecorelle
pascono, ed il pastore che sta loro a guardia,
FIRENZE AI DEMIDOFP 253
suona tranquillo la cornamusa ; al qual suono,
dolce e melanconico, rispondono dolcemente molti
augelli che vedonsi sparsi sopra i rami di alberi
diversi : è tale armonia che ritempra il cuore alla
pace non solo, ma alla gioia puranco. In questo
c'entra senza dubbio il Tasso, perchè del Tasso
essendo il Buontalenti molto ammiratore {]), è
ben presumibile che il grande meccanico abbia
immaginato di rappresentare la scena in cui,
« Par che la terra e l'acqua formi e spiri,
Dolcissimi d'amor sensi e sospiri (2). »
Un cancello s'apre da se stesso dirimpette alla
fortezza, dal quale la pastorella Samaritana vien
fuori contegnosa, colla secchia in mano, ed avan-
zasi bel bello, come tutta sentendo ed ammirando
la soavità della melodia che la circonda ; giunta
ad una fonte, empie la secchia d'acqua, e se ne
torna in dietro ; la giovane donzella
Cui lo zeffiro fa ondeggiar la chioma,
è quanto mai vaga e gentile ; e camminando dà
in si leggiadri garbi e movimenti, che non isfug-
gono all'occhio dell'osservatore, il quale, coll'a-
nima digià rapita dall'allettevole gorgheggiare
degli augelli, è costretto d'esclamar col Poliziano:
(1) Vedi più oltre nel Gap. VI, l'incontro singolare di
-questi due grand'uomini.
(2) Torquato Tasso : Gerasaìemme Liberata, Canto XVI.
254 FIRENZE AI DBMIDOFP
« Che vero il volto, vero il crin diresti,
Il canto ver, vero il soffiar de'venti :
Negli occhi il lume sfolgorar vedresti,
E il ci'el riderle intorno e gli elementi (1). »
Nella grotta del Diluvio abbiamo già visto far
l'olio e fabbricar la carta ; il Buontalenti ci fa
qui vedere altri lavori, che sono da quelli ben
diversi. In una parte adorna di spugne, sono del-
le case con delle botteghe. Una bottega che ci
appare come divisa in due, si chiama la fucina
del vulcano, e vi si vedono dentro destrissime
(1) Quando il granduca Leopoldo II fece portare a Fi-
renze da Pratolino gli oggetti d'arte cui s'univa la sta-
tua in marmo del suonatore (v. nota a pag. 220), era pure
negli stessi barocci la graziosa figura in metallo della
Samaritana, con ancora la sua secchia in mano... ma
giunta in Firenze, le fu fatto prendere il volo per più
remoti e sconosciuti lidi. Fra Bonaventura Bisi scrive da
Bologna nel maggio 1657 una lettera al Granduca Fer-
dinando II, nella quale dice voler venire a Firenze per
proporgli una quantità di disegni fra cui si trova quello
d'una Samaritana, acquerello di Michel angiolo Buonar-
roti ; e siccome in questa grotta la fortezza è fatta da Fer-
dinando Tacca vivente appunto nell'epoca delle esibizioni
Bisi, perchè non si potrebbe supporre che quella figurina
della Samaritana sia stata da Michelangiolo acquerellata?
Tanto piìi che il Verino parlò di questa stanza col tavo-
lino dagli otto incavi ovali, mandanti l'acqua da certi
buchi, ma prima dello Sgrilli nessuno fece menzione della
Samaritana, né della fortezza, né delle altre magiche rap-
presentazioni dateci dall'acqua.
FIRENZE AI DEMIDOFF 255
figurine a lavorare il ferro, cominciando dal ra-
gazzo il quale con un pieJe sulla calcola, e colla
fune in mano, fa tutti i movimenti naturali della
persona per tirare un mantice che soffia nel
fuoco, dove sta il ferro per diventar rosso ; infuo-
cato il ferro, v' è chi lo porta suU' incudine, e li da-
gli, martella, finché il rustico metallo non è ri-
dotto al punto d'essere sì pieghevole, e servibile
ai mille usi che se ne devon fare. Ed il più bello
si è che i colpi dei martelli cadono regolati
sulle incudini, come il Verdi gli farà cadere
quando scriverà il coro degli zingari nel Trovatore,
In altra bottega e' è il Mulino, e qui gran movi-
mento di gente che trasportano sulle spalle i
sacchi del grano e quelli di farina ; tanto il ca-
rico che lo scarico, succedono con mirabile svel-
tezza, e con ordine perfetto; la macina gira, la
tramoggia viene scossa dagli scatti della molla,
e ne riceve regolarmente il grano, essendovi ap-
presso il mugnaio che tutto vigilia da uomo at-
tento e molto pratico di quello che fa... Ecco da
lontano un branco di cacciatori, che sembrano ve-
nuti dalla vecchia Caledonia ; uomini e cani fan-
no a chi più corre dietro alle belve che cercano
salvarsi a tutte gambe, laggiù fra gli alberi
dove cantano gli augelli... Sul cancello della Sama-
ritana si muove una civetta... Libera nos Domine !
Lo spettacolo di questa magica grotta è ormai
finito, perchè forse i sovrani vorranno sedersi alla
256 FIRENZE AI DEMIDOFF
tavola degli otto, e guai a chi osasse restar qui
per vederli, o per udirli.
Spere Filosofiche.
Riavvicinatisi alla magnifica scala per la quale
siamo discesi alle miracolose grotte, dobbiamo pas-
sare per un uscio dove sono delle spere tanto sin-
golari, che in esse guardando da diversi lati ci
rappresentano delle genti e delle storie le quali,
gira e rigira, ci fanno mettere a filosofare con
Democrito intorno a quel punto che vuol dimo-
strare come da noi la verità consiste in apparenza,
e che nulla coni prendesi di vero e di positivo se
non siamo degni ; asserto questo che viene da
Platone avversato, ma dallo stesso Democrito
strenuamente difeso, sostenendo egli che il vero
delle cose può essere compreso soltanto dagl'in-
nocenti e puri, giammai dai corrotti e dai viziosi.
Vasche coi Ranocchi, colla Donnola e col Ci^no.
Dall'uscio predetto, sempre avanzando verso la
superba scala, avviene di passare fra due grot-
ticelle che sono da mano maestra ornate con
molta grazia e con gran gusto ; nell'una e nell'altra
v'è addobbo di sgabelli che tentano di mettersi
a sedere onde poter con agio maggiore osservare
le statue, le vasche, e quant'altro vi si contiene
FIRENZE AI DEMIDOFF 257
d'interessaate e di curioso.... ma noi sappiamo
bene che quelli sgabelletti sono artifìziosi, che
son traditori al punto da non darci tempo d'ap-
poggiarvisi sopra, senza investire ogni parte della
nostra persona con infiniti spruzzi d'acqua, epper-
ciò staremo in piedi se anche siamo stanchi.
La prima curiosità notevole consiste in una quan-
tità d' uomini affaccendati per ammazzare ra-
nocchi a farza di bastonate dentro ad una vasca,
e che quanto piij disperatamente quegli uomini
corrono sperando di far preda, gli animali piìi
scappano saltellando come consci di beffarsi dei
loro inferociti e mal destri persecutori ; altra
curiosità consiste in una donnola che appiede
d'una statua corre dietro ad un serpente, e che
in lettere d'oro ha queste tre parole : Amat,
Victoinaj, Curam, le quali stan pure in un'im-
presa di Francesco I (1); né meno curioso è final-
mente il bellissimo e candido cigno situato ap-
piè di un'altra statua: esso beve con bella grazia,
e naturale movimento : non si può fare a meno
di guardarlo ; ma quando l' attenzione nostra è
sopra di lui piii concentrata, profitta del momen-
(1) Una delle due imprese adottate da, Francesco I,
consiste in una donnola che ha un ramoscello di ruta in
bocca, e porta il motto composto delle tre parole : Amaty
Victoria, Curam. — (Giuseppe Bianchini: Ragionamenti sto-
rici dei Gran Duchi di Toscana della real casa Medici.
Venezia, 1741.)
FIRENZE AI. DEMIDOFF 17
258 FIRENZE AI DEMIDOFF
to, e girando risolutamente il capo, ci sputa
graziosamente addosso l'acqua che ha bevuto.
Stanza Secreta.
Tornati sul prato delle grotte cammineremo
un poco ad oriente, e troveremo un vaghissimo
giardino di fiori cui stanno in testa due superbe
colonne di porfido che sostengono una vòlta
sotto la quale è una fontana. Sappiamo trovarsi
in questo luogo una stanza segreta che va co-
municando col palazzo. Siccome il pomo proibito
non lascia mai di tentar la creatura umana, noi,
senza badare ad altro, vogliam penetrare nella
stanza segreta, di cui la tentazione ci ha ormai
bell'e vinti. È l'Anonimo rispettabile che dentro
ci conduce, e che ci fa da Cicerone. Questa
stanza si potrebbe chiamare delle pìccole {oli-
tane perchè ve ne sono dimolte; quella che per
pregio e per vaghezza merita speciale menzione,
misura quattro braccia di lunghezza e due di
larghezza, ed è fatta tutta di piccole pietre pre-
ziose e madreperle ; accanto ha un monte, alle
cui falde è un bosco, poi una pianura con in
mezzo un laghetto. Sur esso laghetto sorge un
altra piccola fontana d'alabastro, che per la sua
tenue proporzione getta molt'acqua cui serve il
laghetto di ricetto. Dal bosco si vede apparire
Narciso in abito da cacciatore, che percorsa la
FIRENZE AI DEMIDOFF 259
pianura e giunto alla fontana, in essa più volte
si getta, e finalmente annega; immantinente ecco
esce dalla fonte una pianta verdissima di narciso.
Nel contempo, viene Eco sua innamorata da un
antro, e vedendo morto l'amante, si dispera do-
lente di tanta sventura ; quindi strappandosi a
forza i capelli se ne torna piangendo nell'antro.
— Usciamo presto da dove non si poteva entrare.
Grotte della Fama e del Dio Pane.
Visto anclie la stanza segreta, torniamo addie-
tro dal giardino dei profumi eletti, per iscendere
a mano sinistra, due scale fornite di cordoni,
che mettono a pie del parco a mezzogiorno, ed
in capo, per conseguenza, allo stradone dèlie fon-
tane. Sotto queste scale rimangono altre due
grotte degne di star vicino a quelle digià vedute.
Entrando nella prima, ch'è quella della Fama,
si presenta una bella statua di marmo raffigurante
il fiume Mugnone che, come sappiamo, prende ori-
gine poco distante dalla villa; una pila, pure di
marmo, riceve la grande copia d'acqua che la
statua ne versa; qui pure dà trattenimento un ci-
gno che beve, per quindi sputar l'acqua, al solito,
su chi lo guarda. In questa grotta ve un gruppo
d'ottima fattura, e di non meno ottimo eff'etto,
del quale si compone una fontana : la Fama sta in
alto dimenando l'ali, e tiene in mano una tromba
260 FIREX/E AI DEMIDOFF
d'oro, che mettendosela alla bocca la fa suonare
fortemente ; al disotto poi v'è posta una nicchia
dove un uomo dal contadinesco aspetto sta se-
duto con appresso un drago ; quell'uomo prende
dell'acqua con una tazza, facendone il vero e na-
turale movimento, ed abbevera con essa l'animale
che a sua volta china la testa e beve a vista
d'occhio (1).
Nella seconda grotta è la fontana del Dio Pane.
Questo Nume- si raffigura per mezzo d'una statua
seduta sopra diverse canne ; si vede rizzare, si
vede muovere la testa e rigirare gli occhi ; ha
fra le mani una zampogna, con sette buchi che
suona da maestro, producendo gran diletto in chi
l'ascolta, e facendo ballare gente al disopra ; dopo
aver suonato a suo talento, tornasene a sedere,
e mettesi a guardare una donna che gli sta dap-
presso. È costei la ninfa Siringa, la quale, come
sdegnando d'essere troppo guardata da quel ma-
gico suonatore di zampogna, si converte in una
canna, e spilla un chiaro gorgo d'acqua. A tanta
metamorfosi sorge un cuculio sulle frondi che
fan parte dell'ornato, e s'abbandona ad un canto
quanto mai gentile. Nell'udire il gentil canto
del cuculio vien fatto di voler guardar dov'ei si
(1) Di questa grotta della Fama vedasene rincisione in
rame di Stefano della Bella nella Descrizione dello Sgrilli,
e nel rammentato corridoio della R. Galleria.
FIRENZE AI DEMIDOFF 261
trova, onde gli occhi nostri han luogo d'incon-
trarsi nelle altre bellezze della grotta dalla vol-
ta fatta in forma di mezza botte, avente da una
parte l'arme della Casa Medici, e dall'altra l'arme
della Casa di Baviera (1). Si tratta di bellezze
molto somiglianti a quelle già viste in altre grotte,
come bassirilievi, e mosaici: essi mosaici sono
peraltro composti di scagliette di marmi a co-
lori svariati, con cui si rappresentano molti grot-
teschi squisitamente fatti ; e le frondi e le foglie
dove il cuculio prosegue a cantare, si mescolano
in sì mirabile guisa colle differenti spugne, che
per quanto di congenere abbiamo visto, sembra
di vedere ancora un bello affatto nuovo.
Stradone delle Fontane.
Di faccia alle scale coi cordoni, sotto alle quali
lasciam le due grotte ora descritte, par che ci ap-
pelli un lieve rumore d'acque cadenti; forza è per-
correre lo stradone delle fontane, una grande gal-
leria del genere più nuovo e più inatteso. Que-
sto stradone ha cinquecento braccia di lun-
ghezza, ed è largo più di quaranta braccia. In
ambo le parti, ad ogni sei passi, sono eleganti
(1) Il Granprincipe Ferdinando de'Medici sposò la prin-
cipessa Violante di Baviera nel 1689, epperciò si può sup-
porre che le armi delle due regie case sieno state poste
in questa grotta dopo fatto un tale parentato.
262 FIRENZE AI DEMIDOFF
pile di marmo sa appositi bassi muretti; l'ac-
qua ne spilla dalle pile con veemenza tale, che
i getti dell'una parte s'innalzano superbi e vanno
a cadere nelle pile degli opposti getti ; nel l'incon-
trarsi poi che per aria i fili dell'acqua fanno
allorché un bel sole risplende al disopra di essi,
possiamo ammirare l'iride piìi bello che il cielo
sia capace di formare;, e per maggiore bellezza,
essendo qui pure il suolo cosparso di minutis-
sima erba verde, la nostra vista potrà godere di
tutto il grande sfondo vagamente colorato come da
un'onda mista d'argento, d'oro e di smeraldo. Coi
panni asciutti, e colle membra imbalsamate come
da soavissima rugiada, percorriamo il lungo am-
pio viale, ed una volta giunti al fondo là troviamo
parecchi sedili, al di fuori dei quali un'altra mol-
titudine di zampilli s'innalzano, e vanno a me-
scolarsi con quelli che sorgono dalle parti : quale
poetico incanto ! quale dolcissimo diletto. (1)
Vasca della Lavandaia.
Presso a'detti sedili, proprio dirimpetto al pa-
lazzo che quella stupenda volta d'acqua così pro-
lungata e trasparente ci para con magico effetto,
rimane una vasca ovale di macigno, dominata da
una statua di marmo di grandezza
(1) Vedasene l'incisione in rame di Stefano della Bella
nella Descrizione Sgrilli, e nel corridoio della R. Galleria.
FIRENZE AI DBMIDOFP 263
assai del naturale, raffigurante una lavandaia.
Questa figura strizza con mossa naturalissima un
pannolino che ha lavato, dal quale fa scendere
l'acqua in guisa di fontana ; accanto le sta un fan-
ciullo che in atto pur molto naturale, e assai cu-
rioso, s'alza dinanzi la camicia . . . ma invece
d'orinare versa un filo sottile di purissim'acqua (1).
Fonte dì Calcuioli.
Al difuori dello stradone delle pile, dall'una
e dall'altra parte, vi sono molte altre belle cose
da vedere ; epperciò, fattisi a tergo della lavan-
daia, noi volgeremo nel viale da parte di ponente
per tornarcene al palazzo; di qui vedremo per pri-
m'opera la fonte di Calcuioli, in una grotticella,
composta d'una piccola botte in marmo con un sa-
tiretto di bronzo, il quale tiene in mano un fiasco ;
(1) La statua della lavandaia e quella del fanciiiUo,
sono opere dello scultore Valerio Gioii. La lavandaia fu
da lui sbozzata a Seravezza, e di là caricata per Livorno
in una barca che conduceva qua degli altri marmi lavo-
rati. Il biografo Baldinucci fa di quest'opera bellissimo
elogio, rassomigliandone il soggetto « a quello che leg-
giamo appresso Ausonio nella traduzione dell'epigramma
greco in lode della Venere che nel l'uscir che fa dall'acque
del mare si preme le bagnate trecce, detta perciò Auadyo-
mene, che in latino diremmo Emergens — uscente dal-
l'aoqiia. >
264 FIRENZE AI DEMIDOFF
non mesce del vino più o meno fatturalo, ma
dell'acqua limpida e rinfrescante (1).
Salamandra e Contadino,
Nella stessa direzione camminando, avviene di
trovare alla sinistra una palude erbosa, un poco
in salita, con un laghetto assai grazioso ; ivi una
salamandra che misura otto braccia di lunghezza,
gettando dell'acqua per bocca fa udire un suono
piacevole ; e presso alla medesima è un contadino
che sta tagliando con un segolo dei giunchi e
dell'erbe di cui riempiesi il laghetto, l'acqua del
quale va scendendo per canaletti dentro a dei
tonfani vicini dove sono moltissimi pesci variati.
Grotta dì Cupido.
Invece di andare ai tonfani, al pescaione e al
mulino volgenti al mezzogiorno, seguiremo il viale
che si dilunga in senso opposto, finché si giunge
alla grotta di figura rotonda, sormontata .da un
tempietto, e adorna esteriormente di spugne la-
vorate in varie guise, e delle statue che le stanno
ai lati. È la grotta di Cupido, dove la rozzezza
(1) Questo satiretto attributo a Giambologna , trovasi
ora nel E,. Museo Nazionale ; e nel posto della fonte tro-
vasi una vaschetta di pietra antica, ornata dinanzi da un
masclierone. L'acqua vien sempre con Alo abbondante, e
d'una bontà rarissima.
FIRENZE AI DEMIDOFF 265
dei materiali forma una bellezza molto rara. Ba-
diamo bene ai tradimenti che fa l'acqua, comin-
ciando dai tre scagliani pei quali si va dentro :
accavalciato il primo, e messo il piede sul secondo,
ecco dagli stipiti di questo due grossi fili d'acqua
che ci schizzano nel viso; com'è naturale, an-
dando d'un balzo sul terzo, facciamo sì che le a-
perture del secondo si chiudono per mezzo d'uno
scatto, ed avrà un bel diventar pazzo quell'infradi-
ciato che voglia star lì a cercare di scoprir quel
gran mistero cui deve l'abbondanza d'acqua che
contro sua voglia gli convien portare addosso. Non
monta l'adirarsi ; tutto è per ischerzo, e i perma-
losi stiano a casa. Entrati nella grotta, ecco sopra
una pila di marmo a finissimo lavoro la statuetta
in bronzo del figliuol di Venere, che per un in-
gegnoso artifizio gira l'accesa face che tiene in una
mano, dalla quale manda dell'acqua invece d'ac-
cenderci colla fiamma del suo fuoco sacro ; dal-
l'altra mano ha un arco con quattro saette, che
parimente girando schizzano acqua da investirne
all'improvviso i curiosi più vicini e quelli più lon-
tani. Dentro ad altro bellissimo vaso c'è un del-
fino che si china e s'empie d'acqua ; quindi solle-
vandosi ad un tratto, la sputa in faccia a quei che
gli s'accostan per guardarlo. E gli sgabelli ! . . .
anche qui son gli sgabelli fatali per mettersi a
sedere ... ma dato il caso che qualche incauto
vi si segga, gli spilli dell'acqua lo colpiscono con
266 FIRENZE AI DEMIDOFF
tant'impeto nel petto, da parergli scariche di pi-
stole (1).
Fontana dei Galletti.
Una viottola fatta a squadra, ci fa piegare sa-
lendo, per breve tratto ad occidente menandoci
a vedere diverse fontane ; una fontana ettagona,
molto graziosa e cinta di muro, presenta quan-
tità di vispi galletti che fanno a chi getta piìi
acqua in una nicchia. La cosa è molto curiosa ; ma
l'andare a curiosar troppo vicino, darebbe nuovo
gusto al fontaniere . . .
Vasca della Ranocchia con altro sarcofago antico.
Tornati a quell'Amor che spegne invece d'in-
fiammare, s'attraversa un piccolo ripiano molto
graziosamente ornato, ed una scaletta di qui ci
fa salire alla vasca di figura esagona che no-
minasi della Ranocchia. L'ammirazione nostra è
tutta sopra un altro sarcofago antico in marmo
storiato, che rappresenta la Caccia di Mei eagro
al famoso cinghiale devastatore.
Meleagro, uno de' piìi grandi eroi dell'antichità,
(1) Vedasene l'incisione fatta dal Della Bella nella De-
scrizione Sgrilli, e nel solito corridoio della Galleria. Il
muro esterno di questa grotta esiste tuttora nella sua
forma intiera.
FIRENZE AI DEMIDOFF 267
figlio d'Oeneo, re di Calidone nell'Etolia, e d'Al-
tea, fa destinato a vivere quanto avrebbe durato
un tizzo che bruciava nel momento della sua
nascita. Altea spense subito il tizzo fatale, e la
conservò con grande cura. Meleagro si distinse
per coraggio in diverse circostanze : prese parte
alla spedizione degli Argonauti ed uccise il ter-
ribile cinghiale mandato da Diana a devastare le
terre d' Oeneo ; prima però eh' ei 1' uccidesse, la
ninfa Atalante, che faceva parte delia caccia, ebbe
il vanto di ferirlo, e Meleagro dette a lei la pelle
del cinghiale morto in segno di trofeo. Da ciò
nacque la micidiale contesa nella quale l'eroe am-
mazzò due zii, fratelli di sua madre, la perdita
dei quali spinse Altea a tanto sdegno verso il
figlio, che riaccese il fatai tizzo, e così Meleagro
sentendosi bruciare le viscere morì miseramente.
La sua tomba si vede nel destro lato del sarco fa go^
presso la quale sono due donne piangenti (1).
Ba^no della Maschera.
Ricuperato il viale che abbiamo percorso dalla
lavandaia sino al Cupido, lo seguiteremo ancora
fino al livello del palazzo, dove si trova il bagno
(1) Anclie questo sarcofago è riportato dal Gori, op. e
voi. cit., a tav. XXXVII, e trovasi pure in Galleria, primo-
corridoio, vicino alla tribuna.
268 FIRENZE AI DEMIDOFF
COSÌ detto della maschera, perchè una faccia di
mascherone sta nella fronte dell'edifìzio, e nel
mezzo a due piccole porte che mettono a due
scalette ornate da balaustri ; dalle scale si scende
ad una vasca lunga trenta braccia e venti braccia
larga, ottimamente scompartita per uso di bagno,
e tutta imbrecciata di pietre a colori diversi. Anche
qui l'acqua si può aver fredda e si può aver
calda, secondo il desiderio di chi si bagna ; ad
un'altra comodità si è provveduto per soddisfare
al gusto del bagnante : il fondo del bagno essendo
declive si può aver l'acqua dall'altezza d'un quarto
di braccio sin quasi all'altezza d'un uomo (1).
Fontana del Contadino.
Dal bagno volgendo in una viottola da parte
di levante, cioè verso la testa dello stradone
delle pile, andiamo alla fontana composta d'un
contadino nel mezzo a due statue antiche, d'un
satiro ed una capra. Il contadino sta in atto di
vuotare un barile dal quale 1' acqua si versa in
un' urna antica dove è scolpita in bassorilievo
una divinità (2) ; il satiro poi sta muggendo la
(1) Del bagno della Maschera resta tuttora il segno su
cui s'alza la terra colla quale venne ripieno.
(2) Questo contadino in atto di vuotare il barile in
un'urna si trova in Boboli, in fondo allo stradone dello
stanzone degli agrumi, dirimpetto alla celebre Pallade,
ma non possiamo garantire cbe l'urna che ha dinanzi
sia la stessa su cui si trovava in Prat olino.
FIRENZE AI DEMIDOFF 269-
capra dalle cui poppe si versa dell'acqua chiaris-
sima (1).
Enorme Gabbia,
Ora, volgendo le spalle al contadino, conviene
lasciar questa parte di ponente, e camminando
per la via dove ci troviamo, s'attraversa lo stra-
done delle pile, che si lascia a dritta, e il prata
delle grotte, che lasciamo a manca ; ed entrati
dalla parte di levante, si giunge ad un boschetto
assai piacevole, dove si vede una grandiosa gab-
bia (2) da ogni parte racchiusa con reti e cavalietti
di ferro ; è in oltre tutta coperta d'ellera, guar>
nita d'allori e d'altre piante, che mentre l'ab-
belliscono le danno un aspetto tanto vago e tanta
allegro, quale non si potrebbe ne sperare, ne ri-
dire? Stanno in essa gabbia moltissimi volatili,
di specie variatissime, che formano soggetto di
divertimento, e d'assoluto interesse per chi s'oc-
cupa pii^i 0 meno di zoologia. La stessa gabbia
(1) 11 gruppo del satiro e la capra è del nominato scul-
tore Gioii, che oltre le opere di lui già note, fece ancora
per Pratolino un'altra statua maggiore del naturale raf-
figurante un mietitore, secondo il Baldinucci, la quale a
noi non è dato rinvenire.
(2) Gli anticlii la dicono lunga cento braccia, con cin-
quanta braccia di larghezza ; ma lo Sgrilli ce la dà per
lunga cinquanta braccia e larga venti.
270 FIRENZE AI DBMIDOFF
è sormontata da un'altra della metà più piccola,
nella quale è collocata una fontana che dà Tacqua
sufficiente ad abbeverare i sottostanti animali delle
numerose razze, e delle famiglie assai più nu-
merose (1).
Fonte dell' Ammannato.
Da questo formidabile gabbione, si segue il viale
verso il mezzogiorno, e un gran vivaio, nel quale
guizzano molti e molti pesci, ci capita dinanzi
a un certo punto. Anche i pesci offrono a chi
voglia un ammissibil passatempo, ma noi ci sen-
tiamo attratti dalle belle statue che al vivaio si
vedono superiormente : sono le statue di cui com-
ponesi la fonte dell'Ammannato. Ecco il motivo e
la descrizione di questa fonte conforme ne dice
il Baldinucci : « Malcontento TAmmannati della
mercede che il papa Giulio III gli dava per molte
opere a lui fatte in Roma, tornò in Firenze, dove
(1) In un esemplare della Descrizione Sgrilli, ora esi-
stente nella Biblioteca Demidoff alla villa di Pratolino,
troviamo alla flne un foglio manoscritto dove si legge :
« Ricordo come in quest'anno 1778. E stata trasportata
da Pratolino nel Giardino di Boboli una gran gabbia di
rame che serrava il boschetto per gli Uccelli, come pure
molte statue che erano nei viali, e ne sotterranei di detta
Villa. » Non sappiamo la sorte che toccò in seguito a que-
sta gabbia, e nemmeno abbiamo trovato qualche docu-
mento che ci dicesse in che consistessero le molte statue
venute assieme in Boboli.
FIRENZE AI DEMIDOFF 271
il Granduca Cosimo I l'accolse con grande fa-
vore, e gli dette subito a fare una fontana che
doveva stare nella gran sala del palazzo rim-
petto alle figure del Bandinelli ; per questa l'Am-
mannato scolpì sei belle statue di marmo assai
maggiori del naturale, significanti il generar del-
l'acqua : tali furono una Giunone sopra un gran-
d'arco di marmo, dimostrante l'aria, e sotto l'arco
Cerere figurata per la terra, che premendosi le
mammelle mandava fuori quell'umido elemento,
volendo dare ad intendere che dalla terra, col-
l'aiuto dell'aria, sgorgano i fiumi ; alle quali perciò
una ne aggiunse d'un vecchio figurato per lo
iiume d'Arno, ed un'altra d'una donna che signi-
ficava la fontana di Parnaso : similmente un'altra
statua fatta per la città di Firenze, ed una che
per l'ancora che teneva in mano, impresa del
medesimo duca denotava la temperanza e la
maturità del consiglio. In tempo occorse che il
granduca Francesco fu sconsigliato dal dar luogo
a tal'opera in quella sala, onde colle medesime
statue fece f:ire nella sua real villa di Pratolino
una bellissima fontana (1). »
(1) Quando Miclielangiolo Buonarroti fu richiesto dal
Granduca Cosimo I di dare il suo giudizio sul modello
fatto dal Vasari della gran sala di Palazzo, col disegno
della fontana dell'Ammannati, cosi da E-oma ne scrisse
al medesimo Granduca, 25 Aprile 1560 : « Quanto alla
fontana di Messer Bartolommeo che va in detta sala, mi
272 FIRENZE AI DEMIDOFF
La fontana s'innalza sov ' i una bella vasca di
figura ovale ; ed è sotto ai'r; vasca un piano quadra
di pietra, sulle cui quy.Uro cantonate stanno dei
tronchi di pietra similmente, fra loro intrecciati
e d'altezza notevole, sostenenti ciascuno un gran
volatile che guarda verso mezzogiorno ; lo stesso
piano è poi circondato da un parapetto a ba-
laustri, dintorno al quale stanno diversi sgabelli
fatti a mensola.
Monte Parnaso.
Passiamo adesso il gran vivaio coi vivai minori
che gli succedono, lasciando a sinistra un altro
giardino delizioso, dov'abbondano i frutti più squi-
siti, e seguiamo il viale sino a quel prato ch'è
presso all'uscita meridiana del parco ; prima però
d'arrivare ad esso prato, pieghiamo un poco a
mano destra, e vedremo il Monte Parnaso colle
nove Muse. Questo monte, di notevole altezza,
rimane in un bosco di lauri tribisondi, ed è sor-
montato dal cavallo Pegaseo. Anzi tratto si fa
vedere un gran mascherone che stralunando gli
occhi e movendo la bocca per modo da destar la
meraviglia e lo spavento insieme, sputa fuori mol-
pare ìina bella fantasia e che riuscirà cosa mirabile ; dal
cbe io prego Dio cbe vi dia lunga vita acciò che quella,
possa condurre e queste e dell'altre cose. » La lettera è
nella raccolta del Gaye, tomo terzo, pag. 35. —
FIRENZE Al DEMIDOFF 273
t'acqua con cui colpisce arditamente, chi più
l'avvicina per esaminarlo meglio. Se il masche-
rone produce gli effetti ai quali è destinato, più ci
allettano, per la bellezza loro, le statue di marmo
che gli soprastanno. Son queste statue nel nu-
mero di dieci, e raffigurano le nove Muse, che
suonan variati strumenti, ed Apollo che superior-
mente ad esse rimane. Il suono che fanno le Muse
s'accorda per eccellenza con quello d'un organo,
e ne avviene una musica diletta. Volendo, si può
benissimo entrare nel monte per vedere, ed esa-
minare le macchine messe in moto dall'acqua
percui suonan le Muse e l'organo, e percui si
muove il mascherone, ma per soddisfare a questo
desiderio, c'è il rischio di trovarsi peggio che
nel diluvio, inquantochè varcando la soglia della
entratura, ecco tosto un incrociarsi d'acqua che
nasce da tre fontane che buttano con estrema
veemenza ; nuova strana pioggia che ci sorprende
e ci sbalordisce, e quanto più facciamo per iscan-
sarla, tanto più le andiamo incontro.
Fontana della Rovere.
Dal monte Parnaso andando dell'altro a dritta,
e quindi volgendo a mezzogiorno, vediamo per
ultima fonte quella della Rovere, una vasca di
figura ettagona, con una statua su ciascun angolo
e contornata di muricciuoli. — Nel luogo di essa
FIRENZE AI DEMIDOFF 18
274 FIRENZE AI DEMIDOF
fonte è già stata un'antica quercia di siffatte pro-
porzioni, che aveva sulla cima, dove salivasi per
mezzo di due scale coperte di foglie, uno spazio
di sedici braccia , nel quale spazio era una tavola
e diversi sedili che servivano per dei conviti :
da quivi sorgeva poi una fonte superba com-
posta di varie statue in marmo (1). — L'uscita
meridiana del Parco rimanendoci a due passi,
possiamo profittarne per andare a raccontare
quanto meritata sia la celel)rità che gode Pra-
tolino.
Nei manoscritti della nostra Pv.. Galleria, si trova
una miscellanea, al cui n. 38 è la seguente :
Nota di statue ayitiche in marmo esistenti 7iel
Palazzo di PratoUno (2) :
Teste n. X buone. Fra queste vi sono due
Giulie Pie ed una Faustina.
Due vasi, un'antico bello, ed il compagno mo-
derno.
Yn basso rilievo moderno bello e tre figure di
metallo moderne.
(1) Stefano della Bella fece dell'antica quercia colla fonte
una stupenda incisione che si vede nella Descrizione dello
Sgrilli e nella R. Galleria, luogo più volte indicato.
(2) La nota non porta nessuna data ; ma paragonandone
la calligrafia con altri manoscritti abbiamo potuto sup-
porre, ed oseremmo dare per certo, che fu scritta nel 1722.
FIRENZE AI DEMIDOFF 275
Nel ho SCO.
Vaa testa di donna incognita.
Nel Parnaso.
Vna statuetta.
Yn vestito sedente.
Nella Ranocchia.
Vna statua.
Nella Maschera.
Vna Pallade e la stimata Giunone bella.
Nel Villano.
La caduta di Fetonte, bassorilievo in un pilo (1).
Nel T£atro (ì) cleW Appennino
Statue di donne n. 3.
Vestali n. 3.
Vn bel nudo.
(1) Abbiamo sbagliato, a pag. 239, nel porre l'urna colla
caduta di Fetonte alla loggetta d'Esculapio, invece di porla
alla Fontana del Contadino. Yalga qui la rettifica. E
giaccliè siamo a confessare i nostri errori, sia tanto cor-
tese il lettore di leggere a pag. 232, linea 8 : colla sini-
stra mano, e non colla destra.
276 FIRENZE AI DEMIDOFF
Vestiti alla Consolare, o senatoria n. 4.
Vna testa di Giove.
Vn Pilo con le forze di Ercole assai bello,
Vn busto moderno di Cleopatra bello, sta diste-
so in terra.
yella stanza delle monizioni.
Vna testa di donna.
Vn torso di Fauno.
Testa di Baccante assai bella.
Testa con busto.
Busto d'vn giouinetto.
Tutte queste ristaurate dove n'hanno bisogno
e ripulite dall'ingiurie del tempo, possono collo-
carsi nella Galleria.
->$=%^^S^'
Oapitolo III.
Cenni storici sulle cava dai marmi di Seravezza — Michelangiolo e la
Facciata di San Lorenzo — Come le prime scavazioni dei detti marmi ser-
vissero alla ricciiezza delle opere d'Arte che a Pratollno destarono l'uni-
versale ammirazione.
v ON CI sembra inopportuno di parlare al-
cun poco in questo capitolo delle cave
<^2^iél5 dei marmi di Seravezza, persuasi e con-
vinti che le prime scavazioni delle medesime
servirono a scolpire tante statue portentose che,
insieme alla gran copia delle antichità romane,
pompeggiaron di bellezza in Pratolino, onde con
pili ragione quel Principe che della regia selva
s'era fatto proprietario potesse altamente gridare
ai principi stranieri: venite., vedete e giudicate!
— E come gli stranieri principi venissero, e rima-
nessero compresi d'ammirazione e di meraviglia,
sarebbe inutile ripeterlo. Nel tempo che si edificava
Pratolino, i marmi seravezzesi pigliavano l'anima,
si può dire, e la favella dai luminari dell'Arte
toscana, e cominciarono a propalarsi nelle pia-
278 FIRENZE AI DEMIDOFP
glie lontanissime, dove parlando un immortale
linguaggio ingentilivano e nobilitavan gli uomini :
il nome di Seravezza è ormai diventato celebre
quanto il nome di Carrara.
È noto che la breccia di Stazzema, villaggio a
quattro miglia da Seravezza, ebbe, in un'epoca
molto più remota, rinomanza grande, e « si trova
infatti adoperata nei monumenti antichi dei Ro-
mani ; nelle arti è conosciuta sotto il nome di
Seravezza vecchia. E pare che nei tempi di mezzo
fosse stata ancora usata con molta profusione,
soprattutto nelle chiese d'Italia, dove accade di
vederla adoperata in forma di colonne, di pi-
lastri, di tavole (1). »
Di' scavazioni colossali però non se ne parla
sino a Michelangiolo il divino ; ed il principio
della storia di sì memorande imprese, può con-
sistere in un importantissimo atto pubblico del 18
maggio 1515 (2). In esso atto, che si fece in terra
(1) P. Pilla Cenni sulla ricchezza minerale della Toscana,
(2) Carlo Frediani trovò quest'atto nell'Archivio Comu-
nale da' Notar! di Massa di Carrara, e lo pubblicò nel 1837
in un opuscolo per le nozze Monzoni-Borghini, col ti-
tolo : Ragionamento storico sitile diverse gite che fece a
Carrara Michelangiolo Buonarroti ; e poi nel 1875, ne dette
una seconda edizione in Siena, cui tolse la lettera dedica-
toria. L'eruditissimo Repetti ne fa tesoro nel V volume
del suo Dizionario Geografico della Toscana da noi di già
citato.
FIRENZE AI DEMIDOFF 279
Seracetice in hospitale S. Marice, vi delicet al
Ponte di la Campanella etc, dal notare Antonio di
Peregrino del fu Pietro Cartile di Gragnola nella
Lunigiana, abitante allora in Massa, si contiene
la nomina di due Sindaci per recarsi a Firenze
ad offrire a questo Comune il Monte detto di Ce-
ragiola e quello Altissimo in quibus dicitur esse
cava et rnineria prò marmorihus cavancU eie.
« Adunatisi quivi, dice l'atto, in numero di
cento diciannove persone a suono di campana,
more et loco consueto, gli uomini del Comune
di Seravezza, vicariato di Pietrasanta, distretto
della Repubblica Fiorentina, preceduti da due
Consoli, deliberarono concordemente per mezzo
dei loro Sindaci, fra i quali oravi un Tomeo del
fu Luca Tomei dello stesso Comune, donare all'ec-
celso dominio e popolo fiorentino che ne aveva
fatto preventiva richiesta, il monte denominato
Altissimo, e il monte di Ceragiola situati nelle
pertinenze di Seravezza e della Cappella, nei quali
monti, si dice, che possino esservi dei marmi
da scavare. »
Ed oltre ai due predetti monti, dove dicevasi
che vi potessero essere dei marmi da scavare,
donò pure, il Comune Seravezzese al dominio
fiorentino, gli altri luoghi del suo distretto, con
tanto terreno che bastasse a far la strada per
condurre i marmi dalle cave al mare.
Come assenna-tamente osserva il prefato Repetti,
280 FIRENZE AI DEMIDOFF
un simile documento riesce prezioso per due mo-
tivi : il primo, oltre di servire ad attestare che
fino al 1515 non s'erano aperte cave di marmi
né alla Cappella, ne al monte Altissimo, nò in
altri luoghi della Pania pietrasantiaa, vai pure
ad assicurare che il merito, se non della prima
scoperta, almeno delle prime scavazioni è impre-
teribilmente dovuto ai fiorentini ; il secondo poi
discopre il luogo dove gli uomini del Comune si
adunavano, cioè, al disopra della confluenza del
Rimagno nel torrente Ruosina, o Rosina, dove
sino d'allora era un ponte detto della Cappella,
cui poco dopo succederono i primi tentativi di
Michelangiolo Buonarroti mandato a Seravezza
per ordine di Leone X a cavare i marmi che si
destinavano alla facciata della basilica di S. Lo-
renzo.
Fu per conto di questa facciata che Michelan-
giolo Buonarroti scoprì e scavò i primi marmi
dalle montagne di Pietrasanta e Seravezza, ed in-
traprese a fare la strada del monte Altissimo da
dove doveano calare i marmi più bianchi e più
fini che all'arte statuaria potessero convenire.
Colla facciata di San Lorenzo s'era proposto, il
più grande artista del mondo, di fare l'opera più
bella per iscultura, e per architettura, di quante
sino allora se n'erano fatte in Italia; ma venuto
a fatale rottura col papa Leone, quell'opera si
FIRENZE AI DEMIDOFF 281
lasciò cominciata appena (1), ed i prodigiosi tenla-
tivi fatti da quel grande avvantaggiando le nuove
cave rimasero pressoché abbandonati per quasi
cinquant'anni.
Le condizioni di quella contrada furono peral-
tro trovate assai promittenti dal primo Granduca
di Toscana, Cosimo I, sovrano molto appassio-
nato di far pompa dei prodotti mineralogici e
litologici del suo Stato, e che non volea soffrire
di ricorrere altrove per quei prodotti che in suolo
toscano si poteano trovare. Rivolta l'attenzione
alla Pania pietrasantina dove Michelangioio avea
fatto l'avviamento, fece riprendere gli ardime-
mentosi e formidabili lavori presso il monte Al-
tissimo, mandandovi A^asari, Giambologna, l'Am-
mannati, A^incenzio Danti di Perugia, Francesco
Mosca detto il Meschino, Valerio Gioii, e molti
altri scultori famosi del tempo i quali avevano
l'incarico di cavare minerali e marmi. Il principe
Francesco, che fa poi Francesco I, non meno del
padre, col quale governava insieme, si prese a
cuore le nuove cave, e fra sovrani ed artisti co-
minciò un carteggio animatissimo, dilettevole a
(1) Per la facciata di San Lorenzo, Micliel angiolo
cavò marmi dalle m:)ntagae di Fietrasanta e Seravezza
dal 1517 al 1520. Di questa facciata daremo la storia in
altro luogo, più estendendosi ancora su quella delle nuove
cave in quel periodo di tempo, colla scorta dei preziosi
documenti da Miclielangiolo forniti.
282 FIRENZE AI DEMIDOFF
leggersi ed interessante quanto mai si può dire,
del quale se ne sono radunate in abbondanza le
filze di Codici nel R. Archivio di Stato (1).
Fra quelli artisti succeduti a Michelangiolo (2),
guai a chi fessesi azzardato di proporre dei marmi
di Carrara pei regi edifizi che allora venivano
di marmi abbelliti ed arricchiti, tanto in Firenze
quanto fuori di Firenze. A Francesco Meschino,
che dalle nuove cave aveva l'ordine di trarre
vasche, tazze e pili, il granduca Cosimo fece dire,
per mezzo di Matteo Inghirami ch'era in quella
provveditore a Pietrasanta, « che se voleva tórre
a Carrara il marmo per il signor Don Garzia, spa-
gnuolo, egli non gliene volea vietare, ma per noi,
né p(?r cose dei nostri Siaiij non vogliamo si la-
vori marmi di Carrara. »
Quando nel 1567 tratta vasi di far cavare a Se-
ra vezza il marmo per il gruppo Firenze che tien
sotto uno schiavo, dipoi chiamato la Virtìi che
trionfa sul vizio, il quale fu scolpito da Giambo-
logna per palazzo Vecchio (3), fa credere il Va-
sari, scrivendo di Vincenzio Danti, che questo
scultore aspettava « d'ora in ora » il marmo per
fare la statua sedente del Granduca Cosimo che
(1) Giovanni Gaye, trasse da questi Cadici buon numero
di lettere importauti, che nel 1837 pubblicò nel terzo tomo
del suo Carteggio inedito d'Artisti dei secoli XIV^XV e XVI.
(2) Michelangiolo mori a Roma nel 1564.
(3) Passò al R. Museo Nazionale nel 1868.
FIRENZE AI DEMIDOFF 283
infatti si collocò in testa degli Ufizi tra la Gitt-
stizia ed il Rigore giacenti dello stesso artista (1).
Potendosi supporre che questo marmo si dovesse
cavare dal monte Altissimo, non sarebbe stato
cavato che nel 1568, conforme la lettera che di
Pietrasanta scrive il provveditore Matteo Inghira-
mi al Principe Francesco, in data 8 giugno di tale
anno, nella quale dice : « Sabato passato con il
nome di dio si gettò giù il primo pezzo del
marmo cavato dalla cava del Altissimo. Il qual
pezzo era pii^i di 60 carrate, et sé rotto in diversi
pezzi per la di Acuità del ravaneto pien di massi
schoperti ; un pezzo è restato saldo a mezzo il ra-
vaneto, uno pezzo di 5 br., grosso 2 e largo 2,
che nescie la Aura che debbo fare Vincenzo Pe-
rugino per e magistrati. Gli altri pezzi sono di
due e tre carrate l'uno, come tutto à visto duo
omini mandati qui da Francesco di Ser Iacopo e
da Gian Bologna, scultore, che di tutto restano
interamente satisfatti, e ne portone le mostre (2) ;
et hanno visto un altro gran pezzo, intorno al
quale non sarà molto che fare al gettarlo giù,
(1) Questa figura sedente di Cosimo 1, fu sostituita, nel
1584, da quella in piedi del medesimo reguante, fatta da
GiamBologna, e che fra le medesime giacenti figure oggi
si vede.
(2) Il pezzo grosso non piacque al Gran duca, perchè
lo trovò livido, e comandò che per la statua cui si desti-
nava se ne cavasse un altro blocco.
284 FIRENZE AI DEMIDOFF
dove disegniano di cavare la fìura di Gian Bo-
logna (ì). »
Due lettere molto importanti, riguardo alla
strada dell'Altissimo in quella parte che il grande
Michelangiolo aveva incominciata, e che non potè
veder compiuta, sono certamente quelle che lo
stesso Danti scrive da Seravezza al medesimo
Principe, una in data del 27 giugno, ed una in
data 2 luglio 1568. Per amore di brevità, noi ri-
produciamo soltanto la seconda, che è nei termini
seguenti :
'O
« Illustrissimo et Eccellentissimo Signor Principe
« Scrissi a V. E. I. per un'altra mia come io
avevo di già cominciato a cavar al Altissimo in
dua luoghi, dove che lunedì avendo di già fatto
lavorare dua giorni, et avengha che parte delti
cavatori in quella cava che avevano principiata,
stavano circa sessanta braccia in alto a cavare,
et avevano a starre legati, veggiendo questa di-
Hcultà, la quale era ancora aconpagniata conuna
altra, perciò che nel l'altro luogho dove si vede-
vano bianchissimi marmi, come scrissi a Y. E. I.
nel Faltra mia, non riescivano molto bene oltre le
diticultà di condurli sani, me mossi di lasù doppo
desinare, et mene andai con dna di loro per ve-
(1) Probabilmente la Firenze.
FIRENZE AI DEMIDOFF 285
dere uu' altra volta meglio quello che Michela-
gnolo Biionaroti voleva fare di quel pezzo di strada,
che è avanzato di sopra la strada nova, et tra-
passando una ripa quando fui in cima di essa
per volermene callare diverso la polla del fiume,
la quale V. E. I. à veduta, noi vedenmo un tiro
di sasso sopra a essa polla un principio di ca-
nale molto agevole, et a capo di esso vedeva di
lontano massi di marmi, dove che per la facilitcà
che aveva quel ravaneto ci conducenmo sino in
capo, et scoprimo il tesoro de' marmi bianchi sta-
tuari dua volte in magior quantità che non è al
Altissimo, né meno al Piastrone, il quale è quello
che à il canale ove esce la polla, perciò che an-
cora costi vi sono quantità grandissima di marmi,
ma non sono cosi bianchi e statuarii come questi
chio dico, delli quali ne mando de quattro sorte
di saggi, levati in diversi luoghi, ma non bi-
songnia pensare che tra le bianchezze non vi sia
qualche macchia, come si vede in quel pezzo pi-
celo ; ne sono di buone saldezze, et tra laltre vene
una di trenta braccia di larghezza et di altezza,
a la quale ve si sta comodamente a piede e di
sopra, come ancora in di molti altri luoghi, delli
quali in dua ò di già cominciato a cavare, perciò
che quando io vidi tanta quantità di marmi belli
e il ravaneto fatto benissimo, senza pericolo
di romper mai pezzo alcuno, ne risolvei a met-
tere i cavatori in tal lato dove oggi fo cavare,
286 FIRENZE AI DEMIDOFF
et si trova comodo aviamento. questa sera ò bu-
chato già un pezzo, che è di quel saggio più gial-
lotto, ma non b.isongnia pensare di potersi molto
ben servire di queste superficie, come si serverà
di quelli che saranno sotto, tutte le cave sono
defìciliin darli aviamento, et li pezzi grandi,
come son questi che abbiamo de bisongnio noi,
non si trovano così in un punto in prima giunta,
il manomettere le grandezze è di grande spesa,
come sarebbe il voler cavare da quel pezzo grande.
« Quello che me pare daver fatto fino a qui
si è lo aver trovato cave abundantissime di marmi
bianchi et statuari i, et ancora gran quantità da
opera di quadro, che sono bellissimi et di gran
saldezza, e luoghi che si sta con piedi in terra a
cavare, il ravaneto dolcie e senza falli o balze
alcuna, per la sicurtà de' marmi la salita è un
terzo manche che quella del Altissimo, il qual
nome è proprio di questo dove sì cava ora, e non
di quel altro, per che si chiama la costa a cane,
a questo tal monte era la intenzione di Miche-
langelo di condursi con la strada, perciò che
avemo trovato in di molti luoghi deli M in quei
massi, et testati con ferri. Circa poi l'acomodare
il condurre de' marmi, non bisognia nel ravaneto
fare spesa de dieci scudi ; è ben vero che bisongnia
rasettare la strada di Michelangelo in di molti
luoghi, et agiungere un altro pezzo di misura di
canne 86, de 4 br. la canna, la quale ò fatta que-
FIRENZE AI DEMIDOFF 287
sta sera misurare, la spesa di aconciare tutto
per avere i marmi alla marina, penso che du-
gento scudi abbino a bastare senza dubbio alcuno,
et aciò vede V. E. I. la facilità di queste cave,
questa sera me anno detto li cavatori che io abbi
da esser mezzo con V. E. I. di farli bavere que-
sto aviamento sopra di loro, obligandosi a dare
per un pregio onesto li marmi a tanto la carrata,
so' per fare patti con esso loro circa li nostri mar-
mi, che li piglieranno a cavare a loro spese, e
darli abossati con esparmio assai più che non
era prima il pregio di Carrara, io lo farei volen-
tieri pacendo (sic) a V. E. L, perchè avendosi
a cavare marmi grossi di 2 br., potrei stare dua
mesi 0 più prima che sì havessero saldi ; ma
loro non sì curarebbero di tal cosa, per ciò che
caverebbero in questo mentre di molti altri marmi
da opere di quadro, a me parrebbe non fosse poco
che in questo principio havessemo chi ci inviasse
queste cave senza pensare di aprire nove bote-
ghe di salariati, perchè non vogliono essere altri-
menti, a me à bisongniato pigliarne dua a mesate
seli ò voluto avere. Messer Mateo è conforme a
questa opinione, et di tanto li parrebbe per molte
cause si facesse — V. E. I. si dengnerà farmi scri-
vere quanto li occorre circa questo negotio, et
ancora la suplico che la mandi sin qua a vedere
qualcheduno intendente di tutto quello che io li
scrivo, et ancora maestro Giovanni da Montaguto
288 * FIRENZE AI DEMIDOFF
per conto della strada uno assengnamento, se a
FEccellenza V. par tal cosa à proposito, non dirò
altro etc. »
Al Principe Francesco piacque sommamente
l'abbondanza dei marmi statuari che scopriva il
Danti, ne meno gli piacque la facilità di condurli a
basso con poca spesa. Gli dette carta bianca, gli
comandò di rimanere sul luogo fino a nuov'ordine,
e lo fornì dei mezzi richiesti. Tocca quindi a Giam-
bologna il vanto di cantare la vittoria in tuono
pili solenne, la vittoria cioè di calar dal monte
Altìssimo fra l'allegria del popolo, la prima sta-
tua sbozzata, quella della Firenze, per condurla
sana e salva alla marina.
La lettera in proposito di Giambologna scritta
pure al Principe Francesco da Seravezza, porta
la data del 24 maggio 1568, ma tanto dal conte-
nuto della medesima, quanto dalla filza cui appar-
tiene, rileva il Gaye che dev'essere del 1569 ;
alla quale convinzione noi ci associamo piena-
mente, ed eccola qui scritta alla filosofo, come
dice Giambologna, seppure ai filosofi è permesso
di straziar due lingue per iscrivere una lettera :
« Illustrissimo Signor Principe patron mio
< So que a V. E. I. plachi pieoìi et fatti que
parolla, per questo aspetatti sino a la prezenti a
escrive questo duo verso per farli intendere que
FIRENZE AI DEMIDOFF 289
io sono a fino de le facendo, ciò è el tanti (jue
Ile ma cotnmeso. ogio averne conduti el marmi
per la fiorense de vostro E. I. a marina : pa-
sando per Seravese el popolo se et resentito con
grandissimo alegresse, Gridando palle palle, re-
more di canpana, arquebouse; tronbon, corne-
moase. Et grando espaso a vedere baiavo omma,
vece et dona, per la gran satisfasion che ano
avoiito a vedere la prima figoura di marmi
bianco ocire fuora di quel monto Haltissimo, et
ano fato tanta el gran cridara palla pale, che
per me erede che lavorano sentita sina Carrare.
Et se io sono estati pieoìi che la ragioni in que-
sto monto, V. E. I. maverà per escousatti : tout
cave, dove non sé mai exercitato, nel principe
si va de la difìgoultà, et ancora aveme avoutto
cative tempo, ciò è aqua assai, que si à itrerotto
le. facendo, domano, se sarà possibile, si cargnerà
la figoura et le 4 pecette di marmi bianco, que
vanno seta a la fasada; micio sono cavatti et espo-
satti, et fra 2 ou 3 di serano a marina, in soma
se sera possibile volio vedera el tout in maro,
avolo . partirmi, la tassa de micio in 3 ou 4 dì
sera finito desbosaro, et son cavati le pietre de
micio, que vanno ne lad. fonta. in soma que el
barbon se è portato bene in queste pocquo iorno,
que io da estaro qua; se V. E. I. avese besonio
d'altro coso di questo arte, mi sera favo di farme
intendro, perquè io vorie potere endevinare a ser-
FIRENZE AI DEMIDOFF 19
290 FIRENZE AI DEMIDOFF
virle, perquè el pocquo che io so di questo arto, le
esttidiato al lespese di V. E. I. pregando idio vi
conservi, di Seravese scritto a la filosofo a' di 24
di magio 1568. »
Per dieci o dodici anni le nuove scavazioni
durarono con grande ardore ; in quel breve tempo
si scolpirono marmi seravezzesi in quantità e-
norme ; le nostre piazze, le nostre chiese, i piìi
nobih ediflzi, regi e privati, come le ville regie,
s'ornavano per gran parte in quel tempo dagli
scultori ed architetti pii^i valenti ; il Principe Fran-
cesco, che acquistò Pratolino nel 1568, per farne
la regia villa che nel lusso di cose belle supe-
rasse tutte le altre ville regie, si può credere qua-
li e quante opere di scoltura volesse che per tal
villa s'eseguissero coi marmi che andavansi sco-
prendo nel suo Stato. Non si può sapere quali
vi facesse un dato scultore, ma gli scultori al
servizio dei sovrani erano molti, tutti di gran
fama, e possiamo supporre che ciascuno di loro
ve ne scolpì diverse ; Dio sa, per esempio, quante
ne furono scolpite da Giambologna, colla schiera
numerosa de' suoi lavoranti.
Dopo il regno di Cosimo I, e quello di Fran-
cesco suo figliuolo, le nuove cave ricaddero in un
altro abbandono, né riebbero vita piìi prospera
che al secolo nostro. 1 Lorenesi disfecero Prato-
lino, ma, con grandissimo interesse delle industrie
nazionali, incoraggiarono con generosità l'intra-
FIRENZE AI DEMIDOFF 291
presa di scavar nuovamente nelle montagne im-
mortalate dall' avviamento di Michelangiolo ; e
gli studi degli scultori fiorentini, come Bartolini,
Pampaloni, Duprè e simili, non abbondarono di
quei marmi che dopo il 1830, la seconda qualità
dei quali servi molto alle statue moderne che si
vedono nelle nicchie degli Ufizi.
<j£LJ^Ìtolo IV.
Ferdinando de' Medici Granprincipe di Toscana
ed il Teatro di Prato li no.
'edificazione del magnifico Teatro di
Pratolino si dovè solamente al gusto, alla
passione, alla perizia, che distinsero il
Granprincipe Ferdinando de' Medici, fi-
glio di Cosimo terzo, nell'arte musicale.
La musica faceva i suoi progressi nel
secolo decimosettimo, « e quella parti-
colarmente dei teatri, scrive il Muratori, era salita
in alto pregio, attendendosi dappertutto a sontuose
opere. Più delle altre Corti gareggiavano tra loro
quelle di Mantova e di Modena, dove Ferdinando
Carlo Gonzaga e Francesco II d'Este si studia-'
vano di tenere al loro stipendio i più accreditati
cantanti, e le più rinomate cantatrici, non che i
suonatori più cospicui, dei vari strumenti (1). »
(1) Lodovico Muratori : Annali d' Italia, anno MDCXC,
Venezia, 1834, Tom. LII, pag. 135.
FIRENZE AI DEMIDOFF 293
I caiuanti, quelli buoni, pigliavano già. retribu-
zioni esorbitanti, ed il dispendio dell'orchestra era
grande, come quello del vestiario, delle scene e
della illuminazione.
Venezia fu la prima a goder fama per la son-
tuosità delle opere in musica che offriva tra gli
altri divertimenti carnevaleschi, ed accorreva colà
numero immenso di gente straniera, che avida
di piaceri non badava punto a spendere.
Anclie il Granprincipe Ferdinando de' Medici
v'andò più d'una volta, cominciando dal carnevale
1687, e fu accolto da quella Repu'bblica Serenis-
sima con feste oltre ogni dire pompose (1). Quello
che più gli tornò gradito, e che lo accese di
sommo entusiasmo, sì fu la parte musicale che
ebbe il maggior campo in esse feste. Oltre a
molti privati trattenimenti di musica che in omag-
gio suo furono preparati, si esegui un grandioso
concerto, cui presero parte i professori piìi insigni,
nel famoso Arsenale, per cura del nobile Canal
che n'era l'assistente ; sei teatri tosto s' aprirono
innanzi tempo, due di prosa e quattro di musica,
nel maggiore dei quali, il teatro Grimano di S.
(1) Tra le feste straordinarie colle quali venne accolto
la prima volta il Granprincipe Ferdinando a Venezia, me-
rita d'essere menzionata la gioconda naumachia della
grande Regata in cui maestose peote rappresentavano
I Numi a diporto sull'Adriatico. (Vedasene la descrizione da
Bernardo can. Sartorio, Venezia 1688.)
294 FIRENZE AI DEMIDOFF
Grisostomo, si rappresentò con esito clamoroso
Carlo il Grande, libretto di Francesco Niccolini
dedicato al Principe medesimo, con musica stu-
penda del bolognese maestro Domenico Gabbrielli.
Andando nella Venezia e nella Lombardia, i-
spirandosi alle composizioni musicali del maggiore
rilievo d'allora, avvenne che il Principe formò il
suo cospicuo progetto, e prese subito a' suoi lauti
stipendi cantanti e strumentisti di gran merito;
coi compositori saliti nel più alto grido, volle poi
stringere dei vincoli amichevoli.
Narra una cronaca inedita, che intitolasi Vita
del Gran principe Ferdinando figliuolo di Cosimo
III, ch'egli « possedeva il contrappunto in guisa
tale che a Venezia essendogli stato posto davanti
una difficilissima suonata di Cimbalo, non solo al-
l'improvviso la suonò, ma di poi, senza riguar-
darla, con stupore di tutti quei nobili la replicò
a memoria. (1) »
Ch'egli fosse compositore, nessun documento lo
prova ; ma è sufficentemente provato dalla stessa
cronaca, che oltre ad essere stato professore di cem-
bolo, cantava bene e che abilmente suonava di-
versi strumenti.
Dalla sua cronaca, dal Lami (2) e da altri bio-
(1) Archivio Mediceo, manoscritti nelle miscellanee.
(2) Giovanni Lami: Mirabilia Jtalorum, Tomo I,' Fi-
renze, 1742.
FIRENZE AI DEMIDOFP 295
grafi, ultimamente dal Puliti, apprendiamo che
fra' musicisti stipendiati alla Corte di Cosimo III,
durante l'adolescenza di Ferdinando, furono i nomi
del sacerdote Don Giov. Maria Pagliardi e d'Ip-
polito Melani compositori e profondi contrappun-
tisti, d'Ippolito Fusai rinomato maestro di cantQ,
di Federigo Niccoli suonatore di tasti, e di Mar-
tino Bitti detto Martinetto, celebre violinista e
compositore ; non resta quindi che a supporre chi
di loro fosse maestro di Ferdinando, qualora non
si supponga che tutti contribuissero ad adde-
strarlo per eccellenza nella teoria e nella pratica
dell'arte soave di Guido Monaco, per la quale sin
da bambino palesò disposizioni singolari, e nella
quale meritò bellissima fama.
Il suo primo esordio nelle faccende del teatro
ebbe luogo all'occasione delle feste solenni che
si fecero in Firenze per il suo sposalizio con la
principessa Violante Beatrice di Baviera.
Volle il Principe che in quella occasione si ria-
prisse il vasto teatro che a cura degli accade-
mici Immobili era stato costruito in legno nel
1652 nell'antico tiratoio dell'Arte della Lana in
via della Pergola, sul disegno di Ferdinando Tacca,
e che era rimasto chiuso sino dal 1662, anno in
ctii successe la morte del Cardinale Gio. Carlo
de' Medici.
Coirintendimento di dare a questo teatro un
assesto migliore ; chiamò il Principe dei rinomati
296 FIRENZE AI DEMIDOFF
ingegneri veneziani che sotto la direzione, e col
disegno di Francesco Seigher, ne cambiarono l'ar-
chittetura della platea, e vi fecero un nuovo sof-
fitto. Ma fosse per invidia, o per ingnoranza, que-
gl'ingegneri sciuparono il teatro del Tacca ; e tanto
si mostrarono ignoranti, dice la mentovata cronaca,
che avendo fabbricato un bellissimo cavallo troiano
il quale si doveva muovere per mezzo di suste
e di puleggie, questo cavallo non sarebbesi mai
mosso, se non fosse venuto per posta da Roma
l'architetto Acciainoli (l), che si lagnò persino col
Principe, perchè aveva lasciato deformare un tea-
tro si bello, da emulare il grande teatro di Parma.
Vuole però la stessa cronaca che il Principe fosse
soltanto avvertito del danno quando non c'era
più tempo a rimediarlo.
Comunque le cose andassero, la riapertura del
teatro di via della Pergola, che aveva una duplice
solennità, segui la sera del 29 Gennaio 1688 col
grandioso melodramma intitolato II greco di Troia;
(1) Filippo Acciaiuoli arcliitetto e matematico fioren-
tino, cavaliere di Malta, trovavasi a Roma, dove pure in
quel tempo prese piede la musica; ed oltre avere colà il-
lustrato il suo nome coll'arcliitettura, l'illustrò similmente
colle invenzioni delle macelline per gli spettacoli teatrali.
Dice il Muratori, nel luogo citato, che « le macchine con
tanto ingegno architettate dall' Acciaiuoli in un teatro pri-
vato, si trassero dietro l'ammira zione d'ognuno, e merita-
vano ben di passare alla. memoria de' posteri. »
FIRENZE AI DEMIDOFF 297
ed il Setti manni dice che essendo stato questo
melodamma rappresentato con tanta magnificenza
d'abiti e di macchine, e la musica cantata dai can-
tori più celebri d'Italia, riesci cosa di grande me-
raviglia a tutti quelli che lo viddero. Per dieci
volte fu ripetuto, sempre destando entusiasmo uni-
versale. Tutte le accademie e tutte le conversa-
zioni di nobili cittadini di Firenze per rallegrarsi
di siffatto avvenimento, vollero dare nei loro teatri
bellissime commedie e drammi musicali nel desi-
derio di secondare il genio del Principe musicista.
Con gran plauso fu recitata dagli Accademici Infuo-
cati V Adelaide del dottore Moniglia, dai Sorgenti
V Amicizia tra le sventure di F. M. Pazzaglia, e dai
Cadenti le Gloriose disavventure di Odardo figlio
del Re di Sicilia ; dalla Conversazione delle Ca-
sino Nuove si rappresentò l'operetta buffa Berto-
lina Regina d'Arcadia^ e da quella del Centauro
fu recitato un dramma dal titolo il Figlio delle
Selve, lavoro teatrale di merito assai superiore.
Il vasto progetto che s'era formato la mente
del Granprincipe Ferdinando in omaggio all'Arte
Melodrammatica, non consisteva però nell'abbel-
lire il maggior teatro cittadino e nel dare in
quello delle rappresentazioni straordinarie all'oc-
casione d'una solennità che riguardasse la sua
persona o la sua famiglia. Gli splendidi spettacoli
ai quali viaggiado aveva assistito, gli suggerirono
un teatro di Corte che fosse da lui fatto, e che
298 FIRENZE AI DEMIDOFF
per uso della Corte agisse sotto l'impulso degl'in-
tendimenti suoi.
A Pratolino tutto concorreva perchè avesse la
villa il privilegio dei grandi ritrovi autunnali della
Corte Toscana che allora il Granprincipe rendeva
singolarmente brillante, e singolarmente fastosa ;
l'amenità locale, lo splendore delle magnificenze e
delle meraviglie, i diletti delle giostre, i passa-
tempi delle pescagioni nei laghi, delle caccie nei
boschi e delle cavalcate negli stradoni, facevano
si che la Casa Reale, i personaggi grandi che a
lei venivano, chi per affari e chi per cerimonie,
cui s'aggiungeva la nobiltà migliore dello Stato e
forestiera, volenterosi tutti si recavano a quei
trasporti di feste incomparabilmente geniali, le
cui delizie si godeano con incomparabile dovizia;
fra tante attrattive, cui le Grazie e le Muse pa-
rean soprassedere moltiplicando i loro vezzi e i
loro doni, s'avvidde il Principe che le cantate
madrigalesche, e le burlette musicate che solevansi
rappresentare nel grande salone del piano, no-
bile non soddisfacevano al suo gusto, e veniano
respinte dalla voglia ch'egli aveva di porsi all'al-
tezza dei progressi della musica teatrale. Stimò
dunque di sostituire alle cantate l'opera seria, e
per le rappresentazioni di questa non s'adattava
più il salone ; era mestieri di fare un teatro, e
lo fece, siccome lo abbiamo visto nella riedifica-
zione del R. Parco.
FIRENZE AI DEMIDOFP 299
Di questo teatro presiedendo con somma peri-
zia, e pari solerzia, all'andamento, si propose di
scegliere i suoi poeti per l'orditura dei libretti,
delle opere che annualmente intendeva di fare rap-
presentare, e molti furono i compositori ai quali
ne ordinava la musica. I librettisti, da lui prefe-
riti erano il fiorentino Coniglia già nominato, il
dottore Cosimo Villifranchi di Volterra, il dottore
Antonio Salvi di Lucignano (1)^ Silvio Stampiglia
poeta cesareo, ed il poeta veneziano Matteo Noris ;
quei compositori operisti pei quali aveva parti-
colare predilezione, erano Alessandro Scarlatti ro-
mano, e Giacom' Antonio Porti Bolognese; si va-
leva puranco d'altri valenti poeti e musicisti, come
vedremo in appresso dall'elenco delle opere per
sua cura rappresentate a Pratolino.
Non avendo la musica più nessun segreto per
il Principe Ferdinando, e conoscendo egli del
pari gli apparati scenici e i lenocini che s'addi-
cevano a ben rappresentarla, tutto da se coman-
dava e dirigeva per modo che il gusto e lo sfarzo
si disposassero bellamente insieme in ogni sin-
golo spettacolo. Stimava sino all'ammirazione gl'in-
telletti egregi cui confidava i lavori da eseguirsi ;
ma leggeva i libretti, e nessun libretto andava
nelle mani del compositore di musica senza la
(1) Dottor Moniglia, il dottore Villifranchi ed il dottore
Salvi, erano al servizio del Granduca
300 FIRENZE AI DEMIDOFF
sua sanzione ; con quale competenza tutelasse poi
le singole composizioni musicali, ampiamente lo
prova il suo privato carteggio (1) appunto coi
chiari maestri suoi prediletti che ora si sono no-
minati, siccome con qualunque altro maestro da
cui gli fossero state proposte composizioni, od a
cui lui stesso ne avesse ordinate, tanto teatrali
quanto religiose (2).
Crediamo qui addicevole un saggio di quel car-
teggio che di per se stesso illustra molto il nostro
Principe musicista. Egli scrive al maestro Perti
di Bologna la seguente lettera da Firenze, 1 Gen-
naio del 1706 :
« Riceverà colla presente il p'"° atto della com-
media che penso di far recitare a suo tempo nel
mio Teatro di Pratolino, e nel medesimo tempo
le mando la nota delle Voci, nelle quali lo desi-
dero, e quella ancora della maggior parte dei Mu-
(1) Archivio Medico, Carteggio del Granpriucipe Ferdi-
nado, Filze da 5874 a 5909.
(2) Per divertimento e per divozione, doveva la musica
aver parte essenziale in ogni ordinaria congiuntura. Quan-
do ricorreva la festa di S. Francesco di Paola, per il
qual Santo aveva il Principe particolar venerazione, faceva
eseguire nel suo privato appartamento un Oratorio o
grande Cantata, con apparato straordinario di cerimonia.
E nelle feste sacre cbe in una chiesa o nell'altra ricorrean
nell'anno, a sue spese ordinava la musica e la faceva ese-
guire.
FIRENZE AI DEMIDOFF 301
sici, dei quali intendo di servirmi. Ella dunque
sia contenta d'applicare il suo bel talento alla
musica composizione di essa, sicura 'di farmi un
piacere accettissimo, e di cui le averò partico-
lare memoria. Il Mannucci so esser ben racoman-
dato alla sua amorevolezza, e voglio sperare ch'E-
gli colla sua applicazione corrisponda all'affetto
che lei gli dimostra (1) ; et accertandola della
stima che fò della virtù, che adorna la sua Per-
sona, prego Dio che le conceda ogni Bene.
« Il Principe di Toscana »
Le lettere del Principe riguardanti quest'opera
che sta ordinando al maestro Porti, continuano
nel medesimo tenore d'atto in atto sino al termine
della medesima, senza che ne venga declinato il
titolo, ma che possiamo supporre essere stata
Dionisio Re di Portogallo, rappresentatasi a Pra-
tolino nel 1707.
In altri termini scrive il Principe al maestro
Giuseppe Corso Celani in Ancona, rispondendogli
alla proposta d'una musica sacra :
« Le di lei cordiali espressioni richiedono da
me il ricambio d'un pieno gradimento, et ella può
fare un pieno capitale sopra l'affetto con cui ri-
(1) Nelle diverse città d'Italia, erano stipendiati dal Gran-
principe dei famosi maestri per istruire nel canto e negli
strumenti dei giovani da lui protetti.
302 FIRENZE AI DEMIDOFF
guardo la sua pei-sona, e li suoi virtuosi talenti.
Mi sarà accettatissima tutta la composizione mu-
sicale per la settimana santa che a mio riguardo
ella mi andrà preparando onde riceverò volentieri
tutti i nove Responsorij per ciascuna delle tre sere
del Martedì, Giovedì e Venerdì Santo e che in
numero saranno perciò di ventisette, composti
tutti a cinque voci tra le quali due soprani (1);
Il misererò tutto a cappella senza concertini ; et
tanto questo Salmo quanto li Responsorij suddetti
goderò di che sieno composti pure con stile sodo
alla Palestrina ; ma per li suddetti Responsorij a
me parrebbe che i Versetti si potessero fare con-
certati a tre 0 a quattro, col lasciare tutto il ri-'
manente del responsorio all'usanza del Palestrina
fugato et con legature. Starò attendendo a suo
tempo che ella mi faccia pervenire il tutto nella
accennata forma ; et intanto prego Dio che le con-
ceda le consolazioni maggiori e che sono da lei
meritate.
« Di Fiorenza, 26 Dicembre 1690.
Suo Amorevole
« II Principe di Toscana »
(1) I Responsorj venivano cantati nelle dette tre sere
della settimana santa, insieme alle Lamentazioni, in
chiesa di Santa Felicita.
FIRENZE AI DEMIDOFF 303
Una delle lettere che poi pienamente giustifi-
cano l'autorità musicale che vantava il principe
Ferdinando, è questa del maestro Scarlatti, di
quell'Alessandro Scarlatti che primeggiò tra'ce-
lebri compositori del suo tempo, per la straordi-
ria moltitudine delle opere teatrali da lui composte
(circa cento) oltre le composizioni da camera e da
chiesa, e per aver combattuto l'abuso di fughe e
contro fughe, di cannonate e d'altri mezzi con-
trari alla musica buona (1). Ecco la lettera :
« Altezza Reale j
« Espongo humilmente ai piedi di V. R. A. posto
in musica il terzo ed ultim'atto del Lucio Manlio
termine di tutta l'opera ma non già della mia de-
bolissima fatica .... ; ho cangiato il costume
alla mia debolissima penna, ma non ho potuto
farlo in forma che abbandoni tutto l'essere che ha
per natura. Questa però obumbrata, da nuovo
spirito, ha potuto con felicità, rare volte ottenuta,
rendermi una tale fecondità di specie nel vestire
questo terz'atto, che quando credevo di mutarne
il parto coir impiego di- maggior tempo, l'ho ve-
duto posto in luce con velocità e senza opposi-
zione della fantasia, avvezza in me ad accusarne
(1) Allo Scarlatti, tennero degnamente dietro i Pergo-
lese, i Paesiello, i Cimarosa, gli Spontini e simili.
304 FIRENZE AI DEMIDOFF
l'idee, l'ho nondimeno posto in giudicio spassio-
natamente avanti me stesso, e ricercatolo con di-
ligente esame sullo stile, che ha desiderato l'Autor
delle parole (1) e dall'istesso dichiaratomi repli-
catamente esser tale l'amabile volere di V. A.
Reale ; par mi se non in tutta l'opera, almeno di
tutto quest'Atto terzo, havervi trovato l'adempi-
mento dell'adorata legge impostami. Ho potuto
nondimeno ingannarmi; forse per veemenza di de-
siderio nel volerla eseguire, ed in quella forma
che potesse incontrare quel benignissimo compa-
timento che l'insigne eroico animo di Vostra Rea-
le Altezza, s'è degnato di concedermi sol per ec-
cesso d'inimitabile clemenza che in Lui che in pro-
prio trono risiede. Io che ho tutta la confidenza nel
medesimo, mi prendo l'ardire di stendere in sem-
bianza d'olocausto un breve ristretto della mia
intenzione del portamento della Musica in que-
st'Opera, che in generale per gli antecedenti due
Atti, non havendoli presenti, poco posso dirne,
benché minutamente, e con tutta distinzione, ne
ho data tutta la norma all'Autore delle parole,
dicendo che dove è segnato grave non intendo
melanconico, dove andante non presto, ma arioso,
dove allegro non precipitoso, dove allegrissimo,
tale che non affanni il Cantante, ne affoghi le
parole, dove andante lento, in forma, che esclu-
(1) 11 poeta S. Stampiglia.
FIRENZE AI DEMIDOFF 305
da il patetico, ma sia un amoroso vago, che non
perda l'arioso ; ed in tutte le arie nessuna ma-
linconia. Ho avuto sempre la mira nel comporre
l'Opera da teatro, di fare il prim'Atto come un
bambino, che comincia a sciogliere, ma debol-
mente il passo ; Nel secondo, un giovanetto, che
adulto cammini, ed il terzo, che forte e veloce,
sia un giovane, che ardito intraprenda e superi
ogn'intrapresa. Cosi nel Lucio Manlio, opera che mi
compisce il numero d' ottant'otto opere sceniche
composte in meno di trentatrè anni (1); ed alla quale
avrei voluto darle una Corona, come Reina di
di tutte l'altre. Se non ho avuto la virtìi di farla
tale, ho avuto l'ardire di tentarlo. Si degni Vo-
str'Altezza Reale rimirarla come Sua Yassalla ; e
come donzella, che raminga e priva d'Asilo, a
renderla sicura dagli urti de' scherzi della fortu-
na, genuflessa a piedi di Vostr'Altezza Reale,
supplice invochi il forte scudo dell'Alta sua pro-
tezione ed aita, come a Porto sicuro, dove ri-
posi senza tema d'oltraggio ne procelle. Tanto
spero e tanto confido onde coU'umiltà del mio
cuore, anzi, col cuore istesso in questo umilis-
(1) Il Maestro Alessandro Scarlatti essendo nato nel
1650 aveva, quando scrisse quest'ottantottesima opera tea-
trale, 55 anni : mori nel 1725.
FIRKXZE Al DEMIDOFF 20
306 FIRENZE AI DEMIDOFF
Simo foglio obbediente, e col più profondo rispetto
adoro i cenni e mi umilio come sempre
« Di Vos. A. R.
Ilumiliss.^ Devotiss.'^ ed Ohblig. Servlt.
« Alessandro Scarlatti. »
Roma. 1-8 luglio 1705.
Commenti ciascuno a proprio modo la mode-
stia, la riverenza e l'umiltà di cui fa prova il
maestro Alessandro Scarlatti verso il Granprin-
cipe Ferdinando de' Medici ; ma persuadiamoci
pur tutti che il carattere di questo Principe non
era tale da soffrire delle sfegatate adulazioni da
un talento mediocre, mentre dignitoso e nobile
soleva corrispondere adeguatamente ad ogni tratto
d'urbana umiltà che gli veniva usato da talenti
superiori come quello dello Scarlatti, e degli
altri maestri già nominati.
« Cospicuo fu il numero dei virtuosi e delle vir-
tuose di musica, affermali Puliti, che il Principe
Ferdinando stipendiò a sue particolari spese. Ma
pur non essendo bastevole a tutte le occorrenze
dei suoi trattenimenti, e dei teatri che agivano
sotto la sua protezione (1), egli ne faceva venire
(1) Come i teatri di Firenze, x^roteg-geva con liberalità
quelli di Pisa e di Livorno. A Livorno s'eseguivano an-
nualmente due grandi opere in musica nel carnevale.
FIHE2>ZE AI DEMIDOFF 307
di fuori e d'ogni parte della penisola, mantenendo
a tale oggetto estesa corrispondenza con i Ministri
e i Consoli della Corte di Toscana, con i perso-
naggi più autorevoli d'ogni città d'Italia, e par-
ticolarmente con i diversi Sovrani tra i quali s'im-
pegnò un attivissimo reciproco scambio d'artisti
di musica. »
Oltre a ciò corrispondeva con impresari di
teatri privati, cui spesso volte concesso il favore di
alcuno artista ch'era al suo servizio (1). Allorché
si trattava d' artisti nuovi di cui voleva fare
l'acquisto, metteva in moto i suoi nobili tira-
piedi, 0, per dirla senza il gergo teatrale, met-
teva in moto le persone di sua fiducia coU'inca-
rico d'andare ad udirli nei teatri dove quelli si
trovavano a cantare, onde averne informazioni
esalte: quando poi queste informazioni s'avvici-
navano, 0 raggiungevano il suo desiderio, udiva
da se i cantanti, e gli pigliava sotto la sua dipen-
denza. Impossibile di non riconoscere nel Granprin-
cipe Ferdinando de'Medici tutta la stoffa d'un im-
presario teatrale accorto e solerte, oltre la stoffa
del munifico mecenate della musica italiana che
in ogni nazione d'Europa, ed anche fuori d'Eu-
ropa, procacciò all'Italia invidiabil privilegio.
(1) Gli stessi artisti da lui stipendiati gli prestava
pur geaerosamonto allo Accademie o Conversazioni di
nobili Cittadini, ed alle Chiese per le sacre funzioni !
308 FIRENZE AI DEMIDOFF
Non attingiamo a quel carteggio che tiene coi
principi suoi pari circa lo scambio d'artisti fra
loro ; ed a cagione di prestiti d'artisti ad impre-
sari privati, sentiamolo in corrispondenza con
uno di essi. Scrivendo all' impressario non cessa
d'essere il principe cortese ; ma adopra un tatto
e certe cautele, che si sarebbero potute riscontrar
soltanto in un impresario di massima esperienza,
quando gl'impresari teatrali usavano più circo-
spetti e meno dediti alle fughe oppure ai forni.
Nell'estate del 1690 un signor Luca Giustinia-
ni era impresario a Genova, e aveva l'obbligo
di dar lo spettacolo autunnale.
11 personale da lui scritturato era insufficiente
per potere adempiere agli obblighi assunti, ed
una prima donna bisognava indispensabilmente
aggiungerla ; onde al principe di Toscana ri-
chiede la prima donna Lisi. Ed in data del V a-
gosto 1690, il Principe scrive a lui :
« Goderò sempre delle congiunture che V. S.
mi somministrerà per renderle palese la distinta
considerazione con cui riguardo la di lei persona
et Casa; et à quella che. da lei pure mi si of-
ferisce presentemente aderirò volentieri in ripro-
va di ciò, se prima mi verrà promesso ò da lei
ò da chi bisogni che l'Anna Maria Lisi Cantatrice
sia di ritorno qua precisamente e senza ritardo
r ultimo giorno del mese venturo di novembre.
Quando avrò da V. S. individuai risposta sopra
FIRENZE AI DEMIDOFF 309
questo tal punto potrò allora con tal condizione
permettere che la predetta Anna Maria veng-a
costà, ma in altra forma mi dispiacerebbe che
mi se ne precludesse l'adito. Dalla replica sua
dipenderà pertanto la risoluzione ò in una ò nel-
l'altra maniera, et le prego dall'Altissimo l'adem-
pimento delle maggiori prosperità. »
Il Signor Giustiniani vorrebbe mettere un circa
all'ultimo del futuro mese di novembre, pensan-
do a poter disporre per qualche giorno di piìi,
nel caso di bisogno, della prima donna Lisi : e
il Principe così ritorna in argomento, l'S dello
stesso agosto :
« L'essermi io spiegato à V. S. che conve-
nisse che per tutto il giorno ultimo del mese di
novembre l'Anna Maria Lisi sia qua di ritorno
depende perchè in quel giorno pure io ne tengo
bisogno per me per qualche funzione destinata
in esso, onde mi si preclude l'adito di concederli
la facultà di condursi a codeste recite, se però
ella non m'assicura che potendosi costà altera-
rare l'ordine delle recite medesime in modo che
l'ultima segua in tal proporzione di tempo che
il trenta di novembre la predetta Anna Maria
siasi restituita in questa città, nel quale caso et
con tal previa sicurezza la lascerò partire, ma
in altra maniera mi dispiace che mi si levi
ogni mezzo di poter contribuire al dilei deside-
rio. Da quel che V. S. mi significherà ne risul-
310 FIRENZE AI DEMIDOFF
terà pertanto l'ultima risoluzione, et conservando
per lei sentimenti di considerazione et di par-
zialità distinta, ben dovute al suo merito et alle
proprie prerogative, resto pregandole dal cielo le
maggiori fortune. »
Su questo, il signor Giustiniani adattasi alla
circostanza, e rinunzia formalmente a trattenere
la prima donna Lisi oltre il 28 novembre. Laonde
il Principe accorda la richiesta cantatrice me-
diante una terza lettera in data del 15 medesimo
agosto, che è così concepita :
« Quando l'Anna Maria Lisi possa partire di
costà di ritorno a questa volta nel giorno 29 no-
vembre, basterà, onde poiché V. S. mi significa
che l'ultima recita della opera musicale seguirà
immancabilmente nel giorno 28 dello stesso mese,
io do l'ordine che la predetta Anna Maria si pre-
pari a partire e vadia a codesta volta. Al tempo
dunque che V. S. mi accenna io l'aspetto qua
di ritorno per valermene in quel che io ho de-
stinato per allora; Et bramando di avere occa-
sioni per palesarle la distinzione in cui sono ap-
presso di me le dilei degne prerogative et il suo
merito le auguro dal cielo ogni consolazione mag-
giore. »
E difatti l'Anna Maria Lisi partì da Pratolmo
per Genova il dì 23 settembre successivo, non
senza essere caldamente raccomandate dal prin-
cipe Ferdinando all'impresario Giustiniani.
FIRENZE AI DEMIDOFF 311
Per quella parte di carteggio che riguarda i
nobili tirapiedi, ossia quei personaggi che il
Granprincipe mandava ad udire virtuosi e virtuose
nei teatri piìi importanti dove cantavano, basterà
nominare l'Auditore Fra Niccolò Quaratesi, uo-
mo che per tale ufìcio riteneasi efficacissimo, ma
che invece' all'atto pratico lui si dichiara mal
sicuro della propria intelligenza per giudicare al
giusto valore questo o quel soggetto, a riferire
del quale veniva incaricato. Adoprava per altro
ogni debita precauzione onde adempiere nel mi-
glior modo i comandi del serenissimo padrone,
chiedendo pareri, e raccattandone pure senza chie-
derli, udendo e riudendo l'artista di cai doveva
riferire, e ne riferiva invero non tanto pel pro-
prio convincimento, quanto pel convincimento al-
trui (.1).
Dove il carteggio teatrale del Granprincipe
di Toscana prende un certo che di comico, di ben
divertevole, non però per parte sua, e clie deve
esser stato estremamente faticoso alla buon'anima
del marchese P. A. Gerini il quale, nella sua qua-
lità di maggiordomo dello stesso Principe, era co-
stretto a sopportare il peso dello scrivere, del leg-
gere, del riferire e del riscrivere, si è nel tempo
(1) Buon numero di lettere dell' Auditore Èra Niccolò
Quaratesi su tal proposito si trovano al principio della Filza
5903 del citato Arcliivio Mediceo.
312 FIRENZE AI DEMIDOFF
in cui la massa dei virtuosi al servizio di S. A.,
insieme a quelli che temporariamente si solevano
acquistare, dovevano andare a Livorno per ese-
guirvi le due opere di carnevale. Ciascuno, per
ordine del Principe, veniva raccomandato a dei
particolari livornesi : le dive nubili cagionavano
pensieri gravissimi ; i divi scapoli mettevano in
grande soggezione ; quelle che avevano il marito,
e quelli che avevano la moglie, con prole e ser-
vitù, questo si sa, erano d' impaccio insopporta-
bile ; i suonatori, benché su per giù fossero nel
caso d' accampar meno grandi pretese, recavan
tuttavia la loro parte di disturbo. Cosi, fra gli e-
letti all'onore d'ospitare questo o quello, alcuni
si sgobbano in ringraziamenti profondi per la
grazia che fa loro il serenissimo Ereditario di To-
scana, ai cui piedi rassegnano ubbidienti la casa
e la persona, ma vi sono poi buona parte di ri-
trosi e di ribelli. Chi adduce la ristrettezza della
propria abitazione, chi quella delle proprie cir-
costanze per giustificare l'impossibilità di trattare
un virtuoso come meritano le sue conv^enienze in-
sieme alla virtù ; chi si rammenta delle turbolenze,
0 dei danni sofferti l'anno prima e chiede d'esser
esonerato dall'ospitare chichessia in quest'anno, non
potendosi sobbarcare a nuovi guai ; chi ha avuto
malattie nella famiglia e chi ne ha presentemente ;
uno ha perso di recente la moglie od un figliuolo ;
un'altro ha due figliuole che si devon maritare.
FIRENZE AI DBMIDOFF 313
percui non gli è possibile di badare ai virtuosi
per quest'anno, ma spera nella grazia del Padrone
Serenissimo per l'anno prossimo ; un'altro, infine,
« ha la moglie gravida che deve partorire tra
giorni, » epperciò non può subire l'incomodo d'un
virtuoso per la casa.
Lettere di questo genere, se ne radunano cento
tante nella Filza 5909, e chi le volesse trascor-
rere per bene ad una ad una, si potrebbe rag-
guagliare del baccanale che dovevano fare nella
testa della buon'anima del marchese P. A. Ge-
rini, quand'era costretto ad una ad una di tra-
scorrerle per darne conto al principe Ferdinando,
cui premeva d'assestare dal primo all'ultimo i
suoi musicanti.
Dato così un saccinto dell'attiva operosità che
nel principe Ferdinando ingenerava la grande pas-
sione per la musica, secondata, questa passione,
dalla bramosia e dallo zelo di contribuire al pro-
gresso melodrammatico, non che da quella saga-
cità ed intelligenza pari al nobilissimo proposito,
come si è potuto riscontrare, non occorrerà ripe-
tere la celebrità che accrebbe il famoso teatro
di Pratolino alle villeggiature celebri.
Annualmente nella stagione autunnale, s'esegui-
va nella Real Villa un'opera nuova, espressamente
scritta per quel nucleo di cantanti dalle doti sa-
lienti che il Principe sceglieva nella schiera dei
migliori.
314 FIRENZE AI DEMIDOFF
I cenni storici della vita del Granprincipe stam-
pati dal Puliti, ci permettono di dare il seguente
promesso elenco delle opere scritte per ordine del
medesimo Granprincipe, e da lui fatte rappre-
sentare prima nella gran sala, e poi nel teatro
del real palazzo :
1684 — Lo Siiezialc di Villa, parole del poeta
Cosimo Villifranchi, musica di maestro ignoto;
1685 — Ifionossa e Melam'po, parole del poeta G. A.
Moniglia, musica del maestro G. Legrenzi ;
1686 — TI Finto Chimico, parole e musica d'au-
tori ignoti ;
1687 — Il Tiranno di Coleo, parole di Moniglia,
musica del maestro G.M. Pagliardi ;
1688 — Opera d'ignoto titolo, e di poeta ignoto,
musica del maestro Alessandro Scarlatti ;
1689 — La Serva favorita, parole di Villifran-
chi, musica del maestro G. M. Buini ;
1690 — Opera d'ignoto titolo e di poeta ignoto,
musica di Scarlatti ;
1691 — Opera di cui non si conosce titolo, né
poeta, nò compositore.
1692 — Trespolo oste, parole di Villifranchi, mu-
sica del maestro Ricciardi ;
1693 — Attilio Regolo, parole del poeta Matteo
Noris, musica di Pagliardi ;
1694 — Non ebbe luogo l'opera in quest'anno,
stante il grave tutto per la morte della Gran-
duchessa Vittoria, madre del Granprincipe.
FIRENZE AI DEMIDOFF 315
1695 — V Ipocondriato, parole di Yillifranchi,
musica di Duini (1) ;
1696 — Opera completamente sconosciuta per
titolo, per poeta e per compositore ;
1697 — Opera come sopra ;
1698 — Anacreonte, di poeta e di maestro ignoti (2);
1699 — Far amondo, parole d'ignoto poeta, mu-
sica del maestro C. Polaroli ;
1700 — Lucio Vero, parole di poeta ignoto, mu-
sica del maestro G. A. Perti ;
1701 — AUianotte, parole del poeta D. A. Salvi,
musica di maestro ignoto ;
1702 — Opera sconosiuta per titolo e per autori ;
1703 — Arminio, parole di Salvi, musica di Scar-
latti ;
1704 — Tullio Arido, parole del poeta S. Stam-
piglia, musica di Scarlatti ;
1705 — Lucio Manlio, parole e musica dei me-
desimi autori ;
1706 — // Gran Tamerlano, parole di Salvi, mu-
sica di Scarlatti ;
1707 — Dionisio Re di Portogallo, parole di Salvi,
musica di Perti ;
(1) Alle rappresentazioni di quest'opera fu il concorso
più. straordinario del solito, attesi i maccliiuismi dell'ar-
chitetto Filippo Acciainoli che servivano d'intermezzo de-
stando alta e generale ammirazione.
(2) Ebbe luogo in quest'anno l'apertura del teatro.
316 FIRENZE AI DEMIDOFF
1708 — Ginevra Principessa di Scozia, parole
e musica dei medesimi autori (1) ;
1709 — Berenice Regina d'Egitto, parole e mu-
sica dei medesimi autori \
1710 — Rodelinda Regina dei Longobardi, pa-
role e musica dei medesimi autori ;
1711 — Teatro chiuso per malattia del Granprin-
cipe Ferdinando ;
1712 — Teatro chiuso come sopra;
1713 — Avvenuta la morte del Granprincipe in
quest'anno il teatro resta chiuso (2).
(1) Dice il Puliti che « Giorgio Federigo Hàndel fu
chiamato in Firenze dal Granprincipe nel 1707, ed ac-
coltolo con bell'onore, l'ammesse alle sue private conver-
sazioni. Gli fece comporre un melodramma, il Bodrigo,
che fu la prim'opera italiana di questo rinomato maestro,
per la quale gli dette cento zecchini ed un servizio di
porcellana. » — A. F. Fétis [Biograpliie Universelle des
MiLsiyiens) dice poi che il Rodrigo fu composto nel 1708,
e che si rappresentò a Corte nell' ottobre dell' anno me-
desimo ».
(2) Dice il Settimanni che sino dai primi del mese di set-
tembre del 1709, il principe Ferdinando era stato colpito nel-
la R. Villa di Pratolino da ripetuti colpi epilettici accidenti
con qualche sintomo apoplettico, e venuta in Firenze la tri-
ste notizia della grave malattia, fu dato l'ordine dal Gran-
duca Cosimo di scoju'ire il SS. Sacramento nella Metropo-
litana, al che tennero dietro altre sacre funzioni non solo
in essa chiesa, ma puranco in quella di S. Giuseppe ecc.,
affinchè Iddio facesse ricuperare al Principe la salute.
FIRENZE AI DEMIDOFF 317
Il Granpriiicipe Ferdinando de' Medici, oltres-
sere stato ammaestrato, adolescente, nella musica,
s'ammaestrò parimente nelle sienze fisiche e mate-
matiche, nell'anatomia, nelle lettere e nelle sto-
rie, talché giovanissimo ancora godè fama di dotto
in tutta l'Italia ; e si rileva dal suo carteggio co-
m'egli mantenesse un continuo commercio episto-
lare con i pili grandi scienziati del suo tempo. Pos-
sedè l'architettura ed il disegno, informa la Cro-
naca, torniva e acquarellava con molto profitto,
dilettandosi di cose antiche, come di tutte le arti
nobili e cavalleresche. Del suo carteggio si sono
giovati gli scrittori che di lui han parlato ; per
attestare il grande amore, il grande dispendio
con cui cercava d'arricchire le sue gallerie dei
capolavori d'eccellenti pittori antichi e moderni,
cosicché gli appartamenti suoi, nel Palazzo Pitti,
e nelle ville sue predilette, come Pratolino, Arti-
mino, Castello, Petraia, Poggio a Calano e Pog-
gio Imperiale, erano pieni di pregevolissimi qua-
dri da lui comprati : il suo gabinetto della villa
del Poggio a Caiano era poi particolarmente ce-
lebrato per una collezione di piccoli quadri d'ogni
genere. I quadri delle sue gaherie furon fatti
da lui disegnare, e poi ne fece fare l'intaglio al-
l'acqua forte dal vecchio P. Giov. Antonio Loren-
zini di Bologna, minore conventuale, da Cosimo
Magalli, da Giov. Domenico Picchianti, e da Teo-
doro Yikruys.
318 FIRENZE AI DEMIDOFF
Il Granprincipe protesse molto i teatri, ma
providde pure coi propri mezzi ad istituzioni re-
ligiose, e le chiese restaurò ed abbellì in buon nu-
mero tanto in Firenze che fuori di Firenze. Fu
mecenate munifico coi cantanti e coi musicisti
italiani e stranieri, ma protezione ugualmente
munifica T accordò pure ai cultori di qualunque
scienza e di qualunque arte (1) ; protesse inoltre i
soverchiati e i miseri che a lui domandarono soc-
corso, avendo egli per massima che siamo tutti al
mondo p(?r far bene al 2:)rossimo. E com'ei lo
facesse, lo prova più che non bisogna il suo car-
teggio.
Ai biografi lasciamo il compito di dirne da van-
tas-g-io.
(1) Si contauo tra' suoi protetti l'arcliitetto Ciro Ferri
romano, ed Anton Domenico Gabbiani, pittore fiorentino.
Bartolommeo Cristofori si portò da Padova a Firenze,
dove per la protezione del Granprincipe potè far valere
la sua invenzione del pianoforte.
«»jSS=*"
Note biografiche d'alcuni principali Artefici
die operarono a Pratolino.
'^"^^^■É^ ANCANTi delle notizie necessarie a corn-
ai pendiare una biografia di tutti gli arte-
■Ì3<)'e^ fici celebri ch'eseguirono delle opere a
Pratolino, c'è grato consacrar qualche pagina a
coloro che tra la schiera eletta sono venuti a
nostra cognizione. Non il desio di plagio qui ci
consiglia dir poco degli uomini illustri di cui la
storia disse già molto, ma siamo certi che dopo
la relazione del maestoso parco da noi compilata,
non fuori di luogo giudicherà il lettore se con
brevi note biografiche intendiamo raccoglier quei
noQii che alla storia di Pratolino e delle sue bel-
lezze troviamo collegati.
320 FIRENZE AI DEMIDOFF
Bartolommeo Ammannati
Scultore e Architetto
(1511-1592.)
D'Antonio Ammannati creduto di Settignano
presso Firenze, nacque Bartolommeo nel 1511, ed
ebbe discreta educazione da fanciullo. Però, mor-
togli di buon'ora il padre dovè dedicarsi tosto al
lavoro per guadagnarsi da vivere.
Cominciò a studiare a Firenze con Baccio Ban-
dinelli, ed andò a seguitare a Venezia con Jacopo
Tadda detto Sansovino ; ma l'ammirazione grande
che aveva per Michelangiolo fece si che tornò a
Firenze, dove si perfezionò, si può dire, studiando
le statue di quel sommo neUa sagrestia di S. Lo-
renzo.
La carriera di Bartolommeo Ammannati comin-
ciò con un Dio Padre di mezzo rilievo cui s'uni-
vano degh angioli. Ben presto acquistò bel nome
a Napoli con tre statue eh' eseguì pel mausoleo
del celebre poeta Sannazzaro, e ad Urbino dove
fece la sepoltura del Duca Francesco. Dopo avere
scolpito quattro statue a Firenze per un sepolcro
che nella chiesa della SS. Nunziata volevasi eri-
gere alla memoria del valoroso Francesco Mufl
romano, rimase disgustato che tal sepolcro non
venisse piìi eretto, e che le sue statue andassero
FIRENZE AI DEMIDOFF 321
da una parte e dall'altra ; per questo disgusto si
trasferì di nuovo a Venezia, dove gli fu fatta scol-
pire la statua di Nettuno per la piazza S. Marco.
Passò a Padova, e il celebre dottore Marco Man-
tova Benavides, gran mecenate delle Arti Belle,
lo richiese d'una statua colossale per il proprio
giardino, che il giovane scultore fece piti grande
del Biancone (1) raccozzando otto massi di marmo,
e superando con assai lode le difficoltà anatomi-
che in opera di proporzioni tanto inusitate ; oltre
al colosso, ebbe a scolpire per lo stesso mecenate
una statua che nel palazzo allogò in una nicchia
presso il portone del giardino, e più volle il proprio
monumento con diverse statue che gli si eresse nella
chiesa degli Eremitani (2). La fama lo precedeva in
Roma, dove andò quindi col proposito di studiarvi
le architetture antiche. Disegnò moltissime fabbri-
che, e si messe in grado di scrivere un trattato
d'architettura poi tenuto in alto pregio. Edificò
nella città eterna il palazzo Rucellai, in via del
Corso, un altro palazzo sul canto della via Con-
dotti, e la gran fabbrica del Collegio Romano dei
Padri Gesuiti. Per mezzo di Michelangiolo, che
(1) Leopoldo Cicogxara, nel terzo volume della sua
Storia della Scultura, riproduce, a tav. LIX, i due colossi
per mostrare la differenza che passa dall'uno all'altro.
(2) Ivi, tav. LX, si riproduce la statua della nicchia
ed una delle statue del monumento.
FIRENZE AI DEMIDOFF ' 21
322 FIRENZE AI DEMIDOFF
gli s'era fatto amicissimo, ebbe commissione di
più opere dal papa Giulio III, come statue, or-
namenti per il Campidoglio, e qualclie fontana
nella vigna di fuori la porta del Popolo. Scon-
tento della mercede ricevuta da quel Ponteiice
tornò alla patria, ora che l'età sua oltrepassava
i quarant'anni. Accolto con favore dal granduca
Cosimo I, ebbe subito da fargli le statue che servi-
rono per la fontana di Pràtolino (1), cui tennero
dietro le opere per la villa di Castello (2), nonché
una statua di Marte gettata in bronzo ed una Ve-
nere con diversi fanciulli. Nel 1554 era stata inon-
data Firenze dall'acque dell'Arno che tra gli altri
danni enormi avevano fatto crollare il ponte S. Tri-
nità, e tra le varie opere di riparo che affidò il
granduca all'Ammannati, fu principale la rico-
struzione di esso ponte, ormai stimato uno dei
ponti piià meravigliosi d'Europa (3). Poco dopo fu
preferito dal medesimo granduca per l'esecuzione
della grande fontana di Piazza, chiamata del
Biancone invece che del Nettuno (4). Richiesto
(1) y. pag. 270.
(2) Vedi nota, pag. 233.
(3) Fu cominciato nel 1567, e terminato nel 1570, colla
spesa di 46180 piastre.
(4) Fattosi un inutile concorso per l'esecuzione di questa
grandiosa fontana. Griambologna, Cellini e Danti avrebbero
conteso la palma all'Ammannati ; ma lui doveva essere
preferito, e lo fu, quantunque con progetto meno preferi-
bile : si cominciò nel 1571, e fu scoperta nel 1575.
FIRENZE AI DEMIDOFF 323
dal papa Gregorio XIII per fare la sepoltura d'un
suo cugino cli'era stato professore in legge al-
l'Università di Pisa, sepolto nel camposanto della
città medesima, scolpi l'Ammannati tre statue che
raffigurano il Salvatore, la Giustizia e la Pace.
Comprato dalla duchessa Leonora di Toledo, mo-
glie del Granduca, il palazzo Pitti, che un secolo
prima Luca Pitti aveva fatto principiare al Bru-
nelleschi, ebbe ordine V Ammannati di tirarlo
avanti, e rifattone i disegni, che quelli del Bru-
nelleschi s'erano spersi, tosto costruì l'ammirabile
cortile. Edificò il palazzo Mondragone (1) sul
canto di via de' Banchi e via del Giglio, il pa-
lazzo Firenzuola dirimpetto al Monastero degli An-
gioli (2), riordinò ed abbellì per l'Arte della Lana
quelle tre case che formano il canto alla Ca-
tena, e che più anticamente i terribili ufficiali
(1) Oggi palazzo Peyron. Questo palazzo prese una certa
celebrità dal cortigiano per cui fu edificato. Ma forse di
più doveala prendere dal fatto clie la marchesa di Mon-
dragone con tradimento e inganno vi condusse Bianca Cap-
pello, mentre Francesco I, in compagnia del marchese, ve
l'aspettò nascosto. Cosi ebbe luogo tra Francesco e Bianca
il primo e fatale abboccamento, principio d'una vergognosa
tresca, d'onde pervennero sciagure gravi, e memorie tene-
brose. (Avremo di ciò da parlare in altro luogo).
(2) Oggi palazzo dei Signori Della Porta, che nel 1871
fecero completamente restaurare all'esterno dall'architetto
Emilio De Fabris.
324 FIRENZE AI DEMIDOFF
di Torre avevano confiscate agli Alberti (1), ed
infine la chiesa di S. Giovannino che si chiamò
degli Scolopi, in via Martelli. Fa sapere il Bocchi
che « questa chiesa col disegno e co' danari al-
tresì di Bartolommeo Ammannati raro scultore
e architetto, e con assidua industria nobilmente
è stata fatta, adorna e condotta come si vede (2). »
Nella medesima chiesa eresse per se stesso una
cappella che intitolò di S. Bartolommeo, dov'è una
tavola dipintagli dall'Allori colla storia della Ca-
nanea ; e nella figura di detto santo ritrattò il pit-
tore al naturale l'Ammannati, come pure dietro
alla Cananea, ritrattò la di lui moglie Laura Bat-
liTerri (3) effigiandola in una donna con velo
(1) Dopo il riordinamento fatto dall' Ammannati, sog-
giornò in lina di queste tre case, quella che oggi ]Dorta il
n. 38 in via degli Alfani, il' fanciullo S. Luigi Gonzaga dal
novembre 1577 all'aprile 1580, come lo avverte un epitaffio
in marmo sulla porta, dove il ritratto dello stesso santo si
vede. E da notarsi ancora clie ultimamente fu proprietario
di questa casa storica il cHaro dottor Enrico Gallizioli,
benemerito fiorentino cbe vi mori nel principio del 1878;
l'ereditò quindi la di lui nipote, signora Adelina Gallizioli
nei Cattaneo, attuale proprietaria.
(2) Francesco Bocchi : Bellezze di Firenze, 1691. Il Bal-
dinucci poi produce tutti i documenti, nella Vita delV Am-
mannati, che comprovano le spese da lui sostenute per
l'edificazione di questa chiesa.
(3) Lalira Battiferri, gentil fanciulla d'Urbino, distinta
per condizione e per ingegno, poetessa molto apprezzata
da Annibal Caro, sposò Bartolommeo Ammannati nel 1550.
FIRENZE AI DEMIDOFF 325
bianco in capo e nelle mani un libro aperto. Di-
nanzi a questa Cappella fu sepolto l'Ammannati
nel 1592, nella qual sepoltura sua moglie l'avea
preceduto sino dal 1589.
Giovanni Bologna
Scultore
(1524-1599)
Circa il 1524 nacque Giambologna a Dovai
(Fiandra), e colà studiò, giovanetto, collo scultore
e architetto Jacopo Beuch. Questo maestro era
stato in Italia, e tratto tratto parlava delle ita-
liane bellezze al suo scolaretto. Giambologna, in-
namoratosi delle medesime, volse piede al nostro
turchino cielo, e se n'andette a Roma, dove di-
morò due anni, trascorrendo fra le grandezze del-
l'arte che fecero maestosa la città dei Cesari, e
studiando avidamente il bello del bello. Quando
a lui parve d'esser giunto a qualche cosa di buono,
formò un certo modello di terra, che volle bene
perfezionare, onde portarlo a Michelangiolo Buo-
narroti per avere sur esso il suo parere ; da Mi-
chelangiolo riportò per consiglio d'imparar prima
sbozzare e poi tìnire. E ciò mal suonando all'orec-
chie del giovane fiammingo, pare ch'ei si met-
tesse nell'animo di volere uq giorno o l'altro riva-
leggiare col sommo fiorentino che fu il più grande
artista del mondo.
326 FIRENZE Al DEMIDOFF
Il genio lo stimolava da una parte, mentre
il bisogno ne lo tormentava dall'altra ; ed era dif-
ficile cominciare a guadagnare : si trovò sul punto
di tornare in Fiandra. E lasciò Roma recandosi
a Firenze, dove per sua buona sorte fu preso
in protezione da Bernardo Vecchietti, amatore
sincero, e giusto apprezzato re delle Arti, che visto
gli studi di modelli fatti dal giovane flammii'igo,
nutrì su lui grandi speranze, e mercè sua non
perse Firenze uno dei suoi più illustri artisti.
Diventato ospite il Giambologna di messer Vec-
chietti, e da lui sovvenuto nei bisogni del mestiere,
i saggi che dava del poderoso suo talento cagio-
narono l'invidia: che quel ragazzo modellasse mol-
to bene, non osavano negarlo gli scultori contempo-
ranei ; ma non pochi tra loro andavano spargendo
ch'ei non sarebbe mai stato capace di scolpire una
statua siccome la modellava. Allora, per soffocar la
maldicenza, il Vecchietti gli comprò un blocco
di marmo, e la prima statua, una Venere, fu scol-
pita da Giambologna (1). Il principe Francesco
vidde la Venere, e fece subito una pensione a
Giambologna (2). Oltre la pensione reale, non si
(1) Questa Venere fu posta sopra una fontana nella
villa Vecctietti, e passò dopo in possesso del pittore in-
glese Tommaso Patch.
(2) Di questa generosa pensione il Giambologna n' e-
sprime riconoscenza al principe Francesco auclie nella let-
tera che gli scrisse da Seravezza nel 1568 o 1569, la quale
abbiamo riprodotta a pag. 288.
FIRENZE AI DEMIDOFF 327
fecero aspettar più le ordinazioni di statue che si
spedivano all'estero.
Entrato al servizio de"Medici, Giambologna rin-
graziò il mecenate Vecchietti cui fece in segno di
riconoscenza la facciata del palazzo, mettendo sul
canto di mercato, ora via degli Strozzi, quel satiro
espressamente modellato e fuso, per il quale prese
nome di Canto ai diavoli (1). Scolpi per il sovrano il
gruppo di Sansone con sotto il Filisteo, opera messa
sulla fontana del cortile dei semplici, ed i mostri
marini sostenenti la tazza della medesima fon-
tana (2); poi gettò in bronzo due fanciulli in atto
di pescare all'amo per la fonte del Casino. Furono
quindi sue opere principali quel celebre Nettuno
sulla fonte della piazza di Bologna ; il gruppo
raffigurante la virtù che opprime il vizio, la mera-
vigliosa Fontana dell'Oceano, in granito d'Elba,
per il giardino di Boboli, colle figure dei fiumi
Nilo, Gange, ed Eufrate ; il gruppo nel vivaio
del medesimo giardino ; la statua di marmo in
piedi pel granduca Cosimo I in testa degli Ufizi ;
il colossale Appennino con altre statue per la real
villa di Pratolino ; una donna in bronzo in atto di
(1) I satiri di Giambologna clie dettero il -nome del
Canto ai diavoli furono due, ma uno venne rubato a
tempo nostro.
(2) Questa fontana andò, insieme ad un'altra, in dono al
duca di Lelma in Ispagna.
328 FIRENZE AI DEMIDOFF
pettinarsi per la real villa di Castello ; la stupenda
statua, pure in bronzo, dell'Apostolo S. Luca in
una nicchia della facciata d'Orsanmichele, dalla
parte di via Calzaioli (1); sei figure al naturale
in tondo rilievo e sette storie in bassorilievo che
rappresentano i principali misteri della Passione,
il tutto fuso in metallo, per la chiesa di S. Fran-
cesco in Genova (2) ; tre statue maggiori del na-
turale collocate sopra un altare del duomo di
Lucca ; il celebre Mercurio volante in bronzo che
ora trovasi al Museo Nazionale (3) ; la statua
(1) Scrive Filippo Baldinucci che la statua di S. Luca pesa
3963 libbre, sopra la base di libbre 282 e mezzo ; cbe £u
messa nella uiccliia nel 1602, e cbe avanzò mille libbre di
bronzo dalla costruzione della statua il quale venne com-
prato dall'Opera di S. Maria del Fiore che se ne servi, in
parte, nel rifacimento della gran palla della cupola del
Duomo, abbattuta nel 1600. — L'erudito professore Jacopo
Cavallucci, nel suo Manuale della Storia della Scultura par-
lando di Giambologna, dice che di questo artista « la
chiesa d'Orsanmichele ha in uno de'suoi pilastri la statua
di S. Giovanni Battista. » — In una nicchia d'Orsanmi-
chele v'è difatti la statua di S. Giovanni Battista, ma è del
Ghiberti, e vi fu messa quasi due secoli prima del S. Luca
di Giambologna taciuto dall'egregio professore. Rileviamo
l'errore per non accettar confusione fra due capi d'opera
che distano quasi due secoli l'uno dall'altro.
(2) Nell'esecuzione di queste opere ebbe pur molta parte
lo scultore Francesco Fi-ancavilla discepolo di Giambologna.
(3) Nell'opera citata del Cicognara è riprodotto il celebre
Mercurio girato in tre maniere a tav. LXIII, nella quale
ri]3roduconsi pure le tre statue del duomo di Lucca.
FIRENZE AI DEMIDOFF 329
equestre in bronzo di Cosimo I sulla piazza della
Signoria (1) coi tre relativi bassorilievi che gi-
rano la base e la cartella dell'iscrizione ; il cele-
bre gruppo delle Sabine, e l'altro gruppo piìi ce-
lebre ancora d'Ercole che ammazza il centauro,
entrambi sotto la loggia dei Lanzi ; la statua di
Ferdinando I per la città d'Arezzo ; la cappella
di S. Antonio nella chiesa di S. Marco colla statua
del Santo giacente sulla cassa, i quattro Angioli
pili del naturale, e le altre statue di marmo (2) ;
la cappella per se stesso nella chiesa della SS.
Nunziata colla statua di marmo, i bassorilievi di
bronzo ne' quali si rappresenta la Passione, il Cro-
cifisso pure di bronzo al naturale, nonché il suo
proprio sepolcro. Ultim' opera di Giambologna fu
l'equestre statua in bronzo di Ferdinando I, " che
due mesi dopo la di lui morte avvenuta nell'a-
gosto del 1608, s'inaugurò sulla piazza della SS.
Nunziata.
Scolpi altre statue che i Medici mandarono in
dono a sovrani stranieri, e ne scolpì anche per
nobili privati. Oltre una moltitudine di busti e
di ritratti ben degni della sua gran fama, dob-
biamo ricordare i Crocifissi che gli fecero una ce-
(1) Il cavallo pesa 15,438 libbre, e la statua ne pesa
7716; s'inaugurò nel 1594.
(2) Il citato A. F. Gori ha fatto di questa cappella una
bellissima descrizione.
330 FIRENZE AI DEMIDOFF
lebrità particolare; fa per di più impareggiabile
nell'invenzione degli oggetti da fondersi nei me-
talli, come satiri, uccellami e via dicendo, dei
quali ne andettero dappertutto, massime nelle reali
ville di Pratolino e di Castello ; la sua grand'arte
nel formare l'indicibile varietà di tali oggetti,
sovraneggia in singoiar modo oggidì con Cjuella
del Cellini nelle nostre Gallerie e nel palazzo Pitti,
e molto più vale dei metalli preziosi con cui ne
vien rappresentata.
Giambologna ricevè segnalati favori anche dal
granduca Ferdinando I, successo a Francesco nel
1596, fra' quali si fu quello della casa in via di
Pinti, che gli concesse per uso dell'abitazione e
dello studio (1).
Bernardo Buontalenti
Piiiore, Scultore, Architetto Civile e Militare
(1536-1G08)
Apprende la storia che sino dal 1284 le acque
dell'Arno inondando la parte meridionale della
(1) È il palazzo ora segnato col n. 26, proprietà della
nobil donna vedova Livia Bellini delle Stelle nata Ma-
gnani. — Sulla porta esterna è il busto di Ferdinando primo
scolpito dallo stesso Giambologna ; e nell'architrave d'un
cortile interno sono due iscrizioni riportate da Francesco
BiaAzzi nel suo volume d'Iscrizioni e Memorie della Città
dì Firenze.
FIRENZE AI DEMIDOFF 'Sòl
città di Firenze, fecero rovinare le case che e-
rano sul poggio detto de' Magnoli alla costa di
S. Giorgio ; questa catastrofe si ripetè dipoi per
altre due volte, e si fu dietro il divieto del gran-
duca Cosimo I, che dopo la terza rovina le case
non furono mai più riedificate in quel luogo, per-
chè riconosciuto incapace il suolo a sostenerle
ogni qual volta veniva percosso dalle acque del
fiume. Nella terza di queste spaventevoli ed af-
fliggenti rovine, avvenuta nel 1547, rimase pure
sepolto, colla propria famiglia, nella casa dove
abitava, Francesco di Leopoldo Buontalenti, padre
di Bernardo. Per uno di quei casi che, volere o
non volere, hanno del miracoloso, Bernardo fu
travolto dalle macerie, ma non morì ; acciocché
viepiù s'avesse a credere al miracolo, la rotta
muraglia che lo rinserrava formò un'apertura, per
mezzo della quale s'udivano dal di fuori le strida
del misero ragazzo. I pietosi che si recavano a
vedere il gran disastro, facevano in modo di por-
gere a lui, dall'apertura provvidenziale, dei cibi
perchè vivesse finché le rovine non permettessero
d'estrarlo ; la cosa fu osservata da uno staffiere
del granduca, il quale andò a raccontarla nel suo
vero aspetto a Corte ; uditala il Granduca, ei restò
impressionato dalla triste posizione di quella po-
vera creatura, e ordinò che si operasse subito in
maniera da cavarla, ed a lui di portarla sana e
salva : non andò guari che il fanciullo passò da
332 FIRENZE AI DEMIDOFF
quella orribile sepoltura alle sale lussureggianti
di Palazzo Vecchio. Ecco l'infanzia di Bernardo
Baontalenti, o meglio, ecco quanto gli accadde
nell'undecimo anno della vita.
S'accorse il sovrano che il povero orfanello vol-
geva l'ingegno alle arti del disegno, e senza perder
tempo gli dette per primo maestro Francesco Sai-
viati, per secondo il Bronzino, e finalmente il Va-
sari, senza che Michelangiolo rimanesse estraneo
ai precetti che dovea imparare.
Era sui quindici anni, ed un suo Crocifisso
al naturale, scolpilo in legno, fu messo nella
chiesa delle Monache degli Angioli, che allora si
trovava in S. Frediano ; sulla porta del Convento
di S. Monaca, vicino al Carmine (1), fu messo quasi
al medesimo tempo un busto da 1 ui pure scol-
pito in legno che raffigurava la stessa Santa.
Il principe Francesco, poi Francesco I, era poco
minore di Bernardo ; onde fu stimato conveniente e
comodo di darglielo per maestro di disegno. Un po^
per insegnargli, un po' per divertire il principino,
immaginò Bernardo una capannuccia che merita
d'essere menzionata, perchè, conformeilBaldinucci,
« non solo vi si vedevano aprirsi i cieli e calar le
nuvole, volare gran quantità d'angeli da una parte
e dall'altra, ma tutte le innumerevoli figure cammi-
navano alla volta del S. Presepio, e movevansi in
(1) Dov'è ora la Congregazione della Dottrina Cristiana.
FIRENZE AI DEMIDOFF 333
varie attitudini, che propriamente parevano vere ;
ed in tal congiuntura inventò un certo trastullo
d'alcune figure dintornate e rapportate a certi
cerchi, che chiuse in un gran lanternone di carta
girando a forza del fumo di certo lume, traman-
dan l'ombra in un foglio, che si frappone tra essi
e la nostra vista ; alla qual cosa fu dato il nome di
girandola. » Fu dall'invenzione di questo trastullo
che il Buontalenti si cominciò a chiamare Bernardo
delle girandole, soprannome che a maggior titolo
gli venne poi confermato, allorché principiò a lavo-
rare i fuochi d'artifizio con quelle maravigliose gi-
randole che prima non s' erano mai viste in Fi-
renze, e che presero dopo tanta voga nei pub-
blici divertimenti. Un secondo trastullo, • anche
questo per passatempo del principino, si fu uno
studiolo costrutto in ebano, nel quale « si scor-
gevano ottimamente divisati tutti gli ordini d'ar-
chitettura (è ancora il Baldi nucci che parla), coìle
colonne di lapislazzuli, elitropi, agate ed altre
pietre dure, e la facciata del medesimo adornò
d'alcuni termini fatti a concorrenza de' primi uo-
mini che allora in Firenze maneggiavano metallo
e scarpello ; ne' parti menti del medesimo acco-
modò varie stupende miniature di sua propria
mano, rappresentanti storie di Pallade, col ritratto
delle pili belle donne che avesse allora la nostra cit-
tà ; e degna cosa fu il vedere l'ornato e le fregiature
tutte addobbate di preziose pietre, le ferrature in-
334 FIRENZE AI DEMIDOFF
gegii'ose, i segreti riposti, eoa invenzione in quei
tempi in tutto e per tutto nuova. »
Il giovanetto dei trastulli, Bernardo delle giran-
dole, diventò quell'artefice ammirabile che mas-
sime nell'architettura civile e militare, nella mec-
canica e nella pirotecnica, inventò ed operò quello
che pareva impossibile alla immaginazione umana.
Quel Granduca che d'undici anni l'aveva tolto
vivo dalla sepoltura, lo nominò, prima che ne a-
vesse venti, sopraintendente alle fabbriche civili e
militari dello Stato ; per cui qualunque opera che
d'allora in poi venne intrapresa, dovè dipendere da
lui ; di più, anche fuori della Toscana volle man-
darlo, il medesimo Granduca, ad operar prodigi.
In qualità d'ingegnere di guerra andò nel 1550
a Napoli, e il duca d'Alba gli fece costruire ad
Ostia un ponte su barche nel Tevere, il forte sulla
Fiumara, dove ordinò poi la batteria, ed a Civi-
tella del Tronto la fortificazione, che dopo valo-
rosamente difese insieme al conte Santafiore con-
tro le forze di monsignor di Guisa. La città di Por-
toferraio si può dir fatta di pianta dal Buontalenti
con le due fortezze e con lo stesso bellissimo porto.
Fece i modelli per la fortezza nuova di Livorno,
e per altre fortificazioni della medesima città ;
fortificò Grosseto e la terra del Sole ; fabbricò
bastioni a Firenze, a Prato e a Pistoia; nella
stessa Firenze eresse il Pignone alla porta S. Fre-
diano e quello dalla porta al Prato ; edificò la
FIRENZE AI DEMIDOFF 335
fortezza di Belvedere fornendone la porta del te-
soro d' una grande serratura cosi arditamente
ingegnosa, che chiunque fosse andato per aprirla
senza conoscerne i terribili segreti sarebbe stato
dalla stessa ucciso. Accrebbe gli arsenali di Pisa
per le galere inventando il carico delle medesime
dal fondo ; inventò e fabbricò all'improvviso quelle
artiglierie di legno che serviron prodigiosamente
all'acquisto del bastione nella guerra di Siena,
inventò diverse forme di cannoni, non escluso il
famoso Scacciadiavoli di grandissima portata la
cui palla tenendo il fuoco, non andava scoppiando
che per produrre stragi, invenzione questa che
poi dette luogo a quella delle granate.
Edificò le ville reali di Pratolino, d'Artimino,
di Alarignolle e della Magia, migliorando in oltre
la forma di quelle di Castello e della Petraia,
ed ancora il Casino di S. Marco. 11 Ghetto di Fi-
renze, terminato nel 1571, fu edificato sotto la
sua direzione. A Palazzo Vecchio forni il dise-
gno per la grande fabbrica della facciata di le-
vante e verso San Piero Scheraggio ; edificò tutte
le sale della Galleria degli Uffìzi, colla celebre
Tribuna, e la gran sala dell'adiacente teatro ; co-
strui quel comodo a lungo corridoio che unisce le
due Gallerie; costruì le stanze della Zecca; fece
gli spartimenti del giardino di Boboli, edificò nel
medesimo la Grotta di Spugne alla porta di Bacco,
dove l'assestare cosi bene alle spugne i quattro
336 FIRENZE AI DEMIDOFF
colossi sbozzati da Michelangiolo, raddoppiò il pre-
gio dell'opera e fece onore grandissimo al sommo
maestro (1), e fece nel palazzo Pitti gli apparta-
menti sui disegni dell' Ammannati. Edificò sul
Prato il palazzo Acciaioli, poi Corsini, il palazzo
Serguidi, poi Martelli, nella via Ricasoli, la
propria casa in via Maggio (2), ed è ancora o-
pera sua il prim'ordine della facciata del palazzo
Strozzi sul canto de' Pazzi, detto non finito. Il
Palazzo reale di Pisa e quello di Siena furono
pure architettati da lui.
Parecchie chiese si pregiarono inoltre dell'opera
sua : a Santo Spirito edificò due cappelle ; a Santa
Trinità fece il presbiterio dinanzi all'aitar mag-
giore, vi modellò il chiostro, la facciata esterna,
e le giunte del convento dalla parte dell'Arno e
di Parione ; gettò i fondamenti della real cap-
pella in S. Lorenzo, e la condusse fino a tutto
l'imbasamento ; a Santa Maria Maggiore fece la
facciata interna colle cappelle e l'organo ; a Pisa
la facciata della chiesa de' Cavalieri, ed eresse
in fine il pulpito magnifico nella chiesa di Setti-
gnano.
(1) Questi quattro colossi erano stati sbozzati da Miche-
langiolo per la sepoltura di Giulio II.
(2) E la casa segnata di n. 37 che per oltre un secolo
è stata posseduta dalla famiglia Gargaruti ed è passata ul-
timamente in proprietà dei signori fratelli Piccinelli.
FIRENZE AI DEMIDOFF _ 337
Avendo parlato delle rappresentazioni d'acqua
ch'egli inventò a Pratolino, non occorrerà ridire la
potenza del suo genio in fatto d'invenzioni mecca-
niche, la fecondità della sua immaginazione che non
meno fenomenale s'appalesò in creazioni di mec-
canismi da teatro e per le grandi feste pubbliche
colle quali in circostanze di nascite, di nozze, o
di ricevimenti reali, soleano i Medici provare i
loro maggiori fasti, creazioni di cui se ne trovano
le ripetute relazioni e descrizioni negli scrittori
contemporanei. D'un fatto vogliamo prendere nota
che riguarda i meccanismi da teatro : per or-
dine dei sovrani era stata rappresentata in Fi-
renze una commedia del Tasso, che il Fontanini
dice essere stata l'Aminta (1), per la quale rap-
presentazione ebbe il Buontalenti a preparare
macchine e prospettive, e le preparò in modo che
la commedia ottenne un esito doppiamente trion-
fale ; a Firenze ed altrove si parlò cosi di questo
trionfo, che una mattina sul mezzogiorno, andando
Bernardo Buontalenti secondo il suo solito a, casa,
in via Maggio, e giunto che fu alla porta, vidde
smontar da cavallo un uomo molto bene in arnese,
venerabile d'aspetto, e vestito in abito di cam-
pagna, il quale gli si accostava per parlargli. Il
Buontalenti ristette alquanto per convenienza, ma
il forestiere messoglisi appresso disse :
(1) Giusto Foxtaxixi : Aminta difeso.
FIRENZE AI DEMIDOFF
338 FIRENZE Al DEMIDOFF
— Siete voi quel Bernardo Buontaleiiti, di cui
tanto altamente si parla per le meravigliose inven-
zioni che partorisce ogni di l'ingegno vostro ?
Il Buontalenti non ebbe tanto pronta la risposta ;
onde lo sconosciuto proseguì :
— Siete voi quegli che ha inventate le stu-
pende macchine per la commedia composta dal
Tasso e recitatasi ultimamente ?
— Io sono Bernardo Buontalenti, questi rispose
allora, ma non tale nel resto quale si compiace
stimarmi la vostra cortesia.
Lo sconosciuto personaggio- sorrise dolcemente,
cinse colle braccia il collo dell'architetto, e gli dette
un bacio sulla fronte, soggiungendo con trasporto:
— Voi siete Bernardo Buontalenti, ed io sono
Torquato Tasso. Addio, amico, addio.
Il Buontalenti, sorpreso e sopraffatto da simile
inatteso incontro, non ebbe né tempo, né modo,
di trattenere il Tasso, che lesto risalito a cavallo
se ne partì a buon passo, e per quanto il gran-
duca lo facesse subito cercare affine di rendergli
onori, non fu possibile di ritrovarlo.
Particolarmente il Baldinucci e l'Orlandi (1) han-
no parlato distesamente del Buontalenti come
pittore e come scultore dal quale compito noi ci
dispensiamo.
(1) Pellegrino Orlandi: Serie degli Uomini più illustri
nella Pittura, nella Scultura e nelV Architettura.
FIRENZE AI DEMIDOFF 339
Quest'uomo straordinario, il cui genio dette
alla patria tanta gloria e tanti vantaggi, nel gen-
naio del 1606, in età cioè di settantanni, scrisse
al gran duca Ferdinando I la lettera seguente :
Sermo Granduca,
« Quella si ricordi come per sua amorevolezza
mi fece dare scudi dieci al mese dal Sig. Don
Antonio Medici, del che ora mi anno detto che
la mi sé levata, povera casa mia ! Mi trovo vecchio
et infermo, et di quella caduta che feci in galleria
impedito, che non mi regho ritto. Et ho quindici
boche, che ci sono sette nipoti, quattro femine
e tre masti, et mi manca dua moggia di grano
questo anno per poter vivere. In però la supplicho
et prego per l'amor di Dio et de la sua madre
Maria che lei mi socchorra. Et qui h umilmente
facendoli riverentia, gli priego dal Signore Dio
oggni magiore felicità et allegrezza.
« Bernardo Buontalenti
« di servitù d ani ci n q u a n t a n o v e. »
Ferdinando non fu insensibile a tanta preghiera,
e venne in soccorso del grande artefice facendogli
cancellar debiti ed accordando pensioni alla fi-
gliuola e alle nipoti.
Mori Bernardo Buontalenfci nel 1608, e fu se-
polto nella chiesa di S. Niccolò.
340 FIRENZE AI DEMIDOFF
La patria si mostrò e prosegue a mostrarsi in-
grata verso quest'uomo illustre, non decidendosi
a crederlo meritevole d'un epitaffio, giacche tan-
to sollecitamente or si pongono epitaffi..,. Se la
casa dove nacque il Buontalenti crollò mentr'egli
era bambino, Torquato Tasso seppe trovare la di
lui abitazione in via Maggio.
Giovanni Mannozzi detto da S. Giovanni
Pittore
(1590-1636)
A S. Giovanni nel Valdarno di sopra, provincia
d'Arezzo, nacque Giovanni Mannozzi, che nella
professione si chiamò da S. Giovanni. Suo padre,
per nome Giovan Battista era di condizione agiata,
e colle viste di lucro, voleva fare di Giovanni un
buon notaro. Cominciò a mandarlo con tale in-
tenzione a scuola, ma siccome il ragazzo per isti-
molo del genio piìi riusciva a immaginar figure
che quesiti, non erano che biasimi e rimproveri me-
scolati alle percosse. Visto che colle cattive non
si poteva far mutare d'indole al ragazzo, si sperò
fargliela cambiare colle buone, rinunziando anche
ai notariato. Il padre s'accordò col piovano locale,
ed entrambi a forza di belle promesse, riuscirono
a mettere il collare al ragazzo quand'ebbe sedici
anni.
La sua vocazione però, non ammettendo cai-
FIRENZE Al DEMIDOFF 341
coli, non volle soffrire la violenza : i mattutini
suonavano, suonavano le messe e i vespri, ma l'a-
batino era tutt'altro che a servir la chiesa ; in-
tanto le mura della pieve riempivansi delle sue pit^
ture, se pitture si potevano dire, fatte col carbone ;
di piìj, smanioso di copiare a suo bell'agio, riesci
l'abatino a possedere una stampa di Raffaello, e con
quella se ne andò provvisto di pane sufficiente per
due giorni in un pollaio ; tanto copiò da coprire
una parete coi freghi del carbone. Tale lavoro, che
per anni -rimase intatto sul posto, non piacque al
padre, né al piovano, e procacciò a Giovanni una
certa ricompensa che lo fece decidere a fuggire.
Difatti, rifugiatosi in un fienile, s'adattò da sé
colla zimarra ed il mantello un vestito da seco-
lare, e di notte tempo si recò pedone a Firenze,
con molta fame e senza quattrini. Né volleci
meno dell'influenza d'un canonico parente perchè
Giovanni restasse a Firenze, ed entrasse alla
scuola di Matteo Rosselli.
Non sappiamo se a causa dei maltrattamenti
ricevuti dai genitori, o per quale altra ragione,
troviamo in Giovanni un carattere così strano, che
alla scuola vive come un salvaltico, mangiando
male, vestendo peggio, e non curandosi affatto di
convenienze. Non " altro sentimento aveva che
quello dello studio, e per istudiare lavorava come
uno schiavo ; allo studiò della pittura volle ag-
giungere quello della prospettiva e dell'architet-
342 FIRENZE AI DEMIDOFF
tura sotto Giulio Parigi. E non andò guari che
quest'originale intrattabile, questa specie di sa-
tiro che a' condiscepoli suscitò più volte il riso
colle sue stravaganze, diventò il migliore affre-
schista d'Italia nel suo tempo, il pittore a olio da
tener posto tra' migliori.
Dotato di fervido ingegno, di fantasia vivace
e feconda, fattosi eccellente nel disegno e nel co-
lorito, fu tanto abile da formarsi una maniera
propria, una scuola, nell'imitazione dei bassi ri-
lievi a chiaroscuro, cui seppe adattare l'arditezza
dei tocchi negli scuri e la patina polverosa negli
aggetti. Ebbe pure una facilità straordinaria nel-
l'eseguire, mercè il qual dono fece in vent'anni
tanto lavoro quanto in quarant'anni se ne potrebbe
fare.
Il Mannozzi godè la protezione dei granduchi
Cosimo II, e Ferdinando II ; per ordine dei quali
dipinse nelle regie ville della Quiete, di Prato-
lino, e di Castello ; sulla piazzetta della Calza, nel
muro che guarda la Porta Romana, fra le due
strade, dipinse un'opera importantissima, che tut-
tora si vede dal tempo guastata (1); esegui di-
verse figure nella facciata del palazzo dell' An-
(1) Questa pittura possiamo vederla riprodotta per cura
del marcliese Andrea Gerini, e posta in frontespizio ad
una raccolta di 24 principali vedute della città di Firenze
venduta dal libraio Giuseppe Bouchard.
FIRENZE AI DEMIDOFF 343
iella (1) in piazza S. Croce, alla quale presero parte
dieci 0 dodici affreschisti che in quel tempo ga-
reggiavano per fama, come il Rosselli e il Passi-
gnano maestro del Rosselli, e su tutti primeggiò
il Mannozzi. La parte maggiore de'monasteri e
delle chiese fiorentine s'abbellirono delle sue pit-
ture a fresco e delle sue tavole a olio ; e quantità
di tarbenacoli gli dipinse per le strade; dipinse nel
palazzo Pitti, nel palazzo della Crocetta, in quello
Pucci da via de' servi, in quello de' Canigiani a S.
Lucia, degli Usimbaldi sull'Arno, e in qualche
nobile villa de'cont.orni di Firenze ; anche a S. Gio-
vanni sua patria, pitturò non poco.
Andato a Roma Giovanni Mannozzi, dietro la
morte di Cosimo II, colà si messe agli stipendi
d'un negoziante, per il quale pitturò buon numero
di quadri, fra cui dodici colle metamorfosi d'O-
vidio che si spedirono in Francia. Le chiese che
in Roma vantarono pitture di sì valente artista,
furono quella de'Santi Quattro, di S. Grisogomo,
e il monastero della Madonna de'Monti. Fra le
altre sue intraprese sfidò e vinse in quella città
le pitture di Guido Reni per porsi al disopra di
lui. La sfida gli costò gravissimo pericolo, inquan-
tochè dopo avere ottenuto dal Cardinale Ben-
tivoglio il permesso di dipingere nel suo palazzo
la Notte dirimpetto 'sXV Aurora del Reni, due altri
(1) Oggi palazzo dei Signori de' Nobili.
344 FIRENZE AI DEMIDOFF
pittori, ch'erano al servizio dello stesso Cardinale,
per pii^i notti gli sciuparono l'intonaco da lui pre-
parato il giorno ; e ciò faceano in modo che sulle
prime Giovanni non sapea raccapezzarsi se dive-
niva il male dalla calcina o dalla puzzolana. Il
Cardinale nel volerlo licenziare fu sul punto di
chiamarlo pazzo ; ma prega e ri prega, riuscì a
Giovanni di rinnuovare il tentativo, e la sera dopo
rifatto l'intonaco si pose a dormire sul ponte che
doveva servire a pitturare ; quando fu Torà non
mancarono i mariuoli, che da Giovanni vennero ac-
conciati per modo e. stesi a terra dove sarebbero
morti dicerto se al mattino seguente non fos-
sero stati raccattati e condotti altrove per ricevere
le cure richieste dal loro malo stato. Con questo
mezzo pervenne il S. Giovanni a dipingere la Notte
senz'altri inciampi, e il Cardinale Bentivoglio ri-
mase convinto che Giovanni Mannozzi valeva Guido
Reni, sotto tutte le ottime ragioni che fanno ec-
cellenti le pitture a fresco : mentre sul Reni, e
sugli altri rinomati pittori del tempo, al Man-
nozzi rimaneva il privilegio delle pitture a bas-
sorilievo.
Ma, dobbiamo ripeterlo, questo ingegno elettis-
simo fu mal secondato dal carattere ; perse per
le sue stranezze, e per la sua superbia, la prote-
zione della Corte, perse ogni amico per lo spirito
satirico e mordace fino all'insolenza. Per esempio,
gli fu ordinato di dipingere una carità fraterna,
FIRENZE AI DEMIDOFF 345
e lui volendo dare a questa carità la berta, e forse
volendola dar pure a chi gliela ordinava, imma-
ginò di raffigurarla per mezzo di due asini l'uno
sopra l'altro che fregandosi si grattano .... ;
bizzarria che passata in proverbio, si disse la ca-
rità di Giovanni da S. Giovanni, come si direbbe
di chi per proprio interesse rende servizio ad
altri.
Povero, e tormentato dalla podagra, morì Gio-
vanni Mannozzi nel 1636, ed ebbe sepoltura nella
chiesa di Ser Umido.
Se alcuni affreschi di questo raro artista hanno
deperito per opera del tempo, o per altre circo-
stanze, altri hanno avuta la sorte di cambiar posto
senz' essere menomamente danneggiati : nel pa-
lazzo Pucci si traslatò un muro di sala dove
tra gli affreschi a basso rilievo, sì salvò un
Satiro che suona la zaììipogna ; e dal palazzo
della Crocetta si trasportò nella R. Accade-
mia di Belle Arti una muraglia, nella cui parete
restò inoffeso il Riposo del viaggio in Egitto, e
nella vòlta le stor lette.
Le nostre Gallerie conservano buon numero di
quadri del Mannozzi, fra cui non ultimo pei pregi
è il suo ritratto.
346 FIRENZE AI DEMIDOFF
Stefano della Bell a
Incisore in rame
(1610-1664)
Se dopo il 1640 il cardinale Giulio Mazarino
non fosse diventato primo ministro di Francia,
non sarebbe colà insorta la guerra civile della
Fronda, e gl'italiani che in quel torno stanzia-
vano a Parigi non avrebbero corso il rischio di
essere ammazzati da un momento all'altro ; così
in Italia, in Toscana, non si possederebbe il gran
numero delle celebrate incisioni dell'illustre flo-
rentino Stefano della. Bella.
Correva l'anno 1610, quando Francesco della
Bella, che fece lo scultore con Giambologna, ebbe
in Firenze un terzo figlio che fu lo Stefanino. Fran-
cesco moi'ì quando questo suo terzogenito ebbe
appena trenta mesi. Passò, per tale sventura, l'in-
fanzia nella più squallida miseria. Uno de' suoi
fratelli si dedicava alla pittura e l'altro all'ore-
flceria.
Stefano fu preso a scuola dal pittore Cesare
Dandini, ma più della pittura l'afifascinaron le in-
cisioni ; e le carte intagliate dal celebre Jacopo
Gallot, furono la sua scorta e la sua guida. Lo-
ronzo de' Medici, figlio di Ferdinando I, gli dette
una pensione perchè andasse a studiare a Roma.
Il giovanetto dispose di tal pensione per aiutare
FIRENZE AI DEMIDOFF 347
la povera madre, ed andò a Roma conlento di
vivervi col prodotto del proprio lavoro. Copiando
sempre le incisioni del Callot, fecesi g'rande al
pari di lui, e gli successe con immenso onore nella
scuola : copiava le figure di tanto maestro comin-
ciandole dai piedi, e su andando fino alla testa.
Circa il 1638 avvenne che il barone Alessandro
del Nero andò a Parigi colla carica d'Ambascia-
tore, e insieme a lui Stefano della Bella si tra-
sferì laggiìi. Preso molto a ben volere dal mini-
stro Richelieu, lavorò alla Corte di Luigi XIII,
incidendo una moltitudine di tavole per lo piìi
rappresentanti battaglie dallo stesso re intraprese.
Morto Richelieu, e morto Luigi XIII, il della Bella
non fu meno protetto dal nuovo ministro Mazarino,
e non gli vennero meno i favori d'Anna d'Austria,
la reggente. A tale, che fu nominato maestro di
disegno del nuovo re, Luigi XIV, il quale aveva
soltanto cinque anni, ed agli altri favori reali
gli si aggiunse una ben lauta pensione.
Mazarino ebbe la mania delle imposte, sicché
quando sentiva cantare dal popolo le canzoni di-
ceva : lls chantent, ils payeront. Tale manìa gli
meritò lo sdegno dei nobili e quello dei plebei.
Di qui la guerra civile nella Francia. Il ministro
che spolpava la nazione essendo italiano, su tutti
gl'italiani, a torto od a ragione, si riversò l'odio
dei francesi. Pertanto le baruffe cittadine nasce-
vano frequenti, e molto pericolose pei' qualuque
348 FIRENZE AI DEMIDOFF
italiano che in Parigi si trovava. Un giorno an-
che al della Bella ne toccò la sua. S'imbattè per
la strada in una di quelle turbe armate che non
la perdonavano agl'italiani : il cimento era dei più
gravi. Persone autorevoli che si trovavano pre-
senti al brutto fatto, e che conosceano il grande
artista, vedendolo in procinto d'essere ammazzato,
si mossero in sua difesa, e protestarono solenne-
mente alla turba ch'egli non era italiano, ma
fiorentino. Il contrattempo gli salvò la vita, per-
chè lui rintrancato da quell'inatteso appoggio,
sentì la sua dignità ; e con tono maestoso gridò
ad alta voce: To sono Stefano della Bella! Pro-
nunziato così il suo nome, bastò a spegner l'ira
dei ribaldi, che facendogli ossequiosamente largo,
lo lasciarono andar pe'fatti suoi (1). Tanto era
nota la sua celebrità.
Prima di trovarsi a cosiffatto rischio, s'era pro-
posto pila volte il della Bella di tornarsene alla
patria, ma la decisione rimaneva sempre a pren-
dersi ; scampato però a quella morte che aveva
creduta inevitabile, ruppe ogn'indugio, e imman-
ti mente abbandonò Parigi. Prese la via di Fian-
dra, e si recò in Olanda. Passò qualche tempo
in Amsterdam per eseguirvi diversi lavori ; di là
mosse poscia il piede alla volta d'Itaha, e giunse
a Firenze verso il 1650: ricevè dai fiorentini
delle accoglienze straordinariamente solenni.
(1) Questo fatto singolare vien ripetuto da più scrittori.
FIRENZE AI DEMIDOFF 349
La sua gran fama gli fu arra sicura presso i
Medici che subito vollero delle opere sue. Bra-
moso egli peraltro di rivedere la città di Roma,
colà ne andò e presevi ad eseguire molte inci-
sioni d'ogni genere.
Il principe Mattias de'Medici, figlio di Cosimo
II, riesci ad ottenere Stefano della Bella ai suoi sti-
pendi. Fu lui che gli ordinò d'intagliare una quan-
tità immensa di carte diventate celebri, fra le
quali otto incisioni di caccie del Cervo, del Cin-
ghiale ed altri grossi animali, nonché le vedute
di Pratolino da noi precedentemente indicate.
Troppo lungo essendo l'elenco delle incisioni
che fanno celebre il nome di Stefano della Bella,
noi rinunziamo ad inserirlo ; ed il lettore cui
prema conoscerlo può rivolgersi al biografo Bal-
dinucci.
Dopo tornato da Parigi aveva -comprato a Fi-
renze il della Bella una comoda casa in via di
Mezzo presso S. Ambrogio (l), e fu questa casa, fin-
ché ei visse, luogo di convegno di distinti cul-
tori d'Arti Belle, specialmente se questi venivano
dalla Francia.
Mori nel 1664, e nella chiesa di S. Ambrogio
ebbe onorata sepoltura.
(1) Dall'Archivio della Parroccliia di S. Ambrogio (Re-
gistro delle Sepolture e fondazione di Cappelle) si rileva
che la casa di via di Mezzo, con tutte le masserizie, l'ebbe
in eredità Lodovico della Bella fratello di Stefano.
350 FIRENZE AI DEMIDOFF
Ora che abbiamo reso il nostro modesto omag-
gio a quelle celebrità che nessuno oserebbe con-
trastare, passiamo a far menzione d'altri minori
astri che alle bellezze di Pratolino contribuirono
non senza essere lodati.
Valerio Gioii
Scultore
(1530-1602)
Lo scultore Valerio Gioii nacque a Settignano
nel 1530. Suo padre, Simone Gioii, che fu pure
scultore, l'iniziò nell'arte ; ma poi, mentre il Tri-
bolo lavorava d'ordine di Gosimo I alla real villa
di Gastello, andò sotto di lui, e vi rimase per
quattro anni ; dopo il qual tempo volle trasferirsi
a Roma, dove fini di farsi artista alla scuola di
Raffaello da Montelupo scultore e architetto. Le
opere di Valerio Gioii non hanno infusa la scin-
tilla del gran genio ; hanno bensì il suggello
dell'artista intelligente, del modellatore, dell'ese-
cutore molto accurato. Nei primordi della sua
carriera restaurò quantità di statue antiche e
memorie romane. Nelle due qualità di restaura-
tore e di scultore s'impiegò presso il cardinale
di Ferrara, dal quale per avventura capitò il gran-
duca di Toscana. Il Gioii profittò dell'occasione,
e fattosi riconoscere a Gosimo per suddito suo,
FIRENZF AI DEMIDOFF 351
gli regalò una Venere che aveva scolpita di pro-
pria mano. Cosimo ne seppe buon grado al gio-
vane artista, e rimuneratolo generosamente del
dono, l'invitò a tornare in patria.
Così entrato il Cioli al servizio del sovrano
Medici, ebbe da restaurare per il Palazzo reale
diverse statue ad altre cose antiche. Erano alla
Corte di Cosimo due personaggi di ridicola con-
dizione fisica, di deformità ben diversa, anzi op-
posta r uno dall'altro. Il primo, chiamato Pietro
Barbino, era di statura nana, grosso forse piti
che lungo, abbondante di pinguedine, e la faccia
coperta di folta barba ; il secondo di statura non
piccj^na, molto snello e gobbo, con sottilissime
braccia, ed un fare da caricato, che forse faceva
ridere piti per le sue mosse di compostezza che
per la sua deformità (1). Volle il granduca che
lo scultore Cioli scolpisse al naturale, ignudi,
quei due tipi buffoneschi, e che si soprannomi-
nassero l'uno Margutte, l'altro Morgante. La sta-
tua di Margutte, il Barbino, fu messa dal Cioli
a sedere sopra una gran testuggine, dove tuttora
se ne sta com'uom contento, o come un Bacco
a cavalluccio sulla botte ] ed appunto il nome di
(1) Dinanzi a queste due curiose statue, non possiamo ta-
cere l'abbaglio preso dal Baldinucci ( Vita di Valerio Cioli)
nel dire i due personaggi « entrambi nani, tanto grossi,
grassi e panciuti, » mentr'ei dicbiara che i ritratti son
riusciti di meravigliosa e perfetta somiglianza.
352 FIRENZE AI DEMIDOFP
Bacco fece scordar quello di Margutte, dandosi
per di pii^i che messo in Boboli appena entrati
dalla porta dell'ala destra del palazzo, dov'è la
grotta del Biiontalenti, di Bacco prese il nome
anche tal porta (1). Quanto al ritratto di Mor-
gante, statua in piedi, se ne sta sempre in Bo-
boli, sull'ultimo pilastro del muro dinanzi allo
stanzone nuovo degli agrumi andando per lo
stradone verso la Porta Romana, col suo gobbo
esposto all'intemperie, con una zampogna sotto
il sinistro braccio, e tenendo le luci rivolte all'e-
tere, nell'atto di chi s'inspira a qualche melodia
celeste. Per lo stesso giardino di Boboli scolpì
pure il Gioii due contadini, uno che ha la bi-
goncia del mosto sulla spalla e la vuota nel tino,
standogli difaccia una specie di nano che colle
braccia e lo stomaco, in mossa molto naturale,
fa vista di sostenere lo stesso recipiente, mentre
col volto alzato guarda l'acqua che scende dal
cannello della bigoncia ; l'altro sta in atto di
vangare ; e sono tutt'e due lungo lo stradone
mentovato (2). Morto il divino Michelangiolo a
(1) Questo gruppo trovasi oggi nel R. Museo Nazionale,
dove, nella stanza dei bronzi, si trovano, dello stesso
Barbino tre ritratti, in tre diverse maniere, e differenti
dimensioni.
(2) Il Soldini, a tav. XSXII, XXXIIl, e XLI, riproduce
il suonatore gobbo del Gioii, e i tre contadini, compreso
quello che versa il barile trasportato in Boboli da Pra-
tolino, come si è detto in nota a pag. 268.
FIRENZE AI DEMIDOFF 353
Roma nel 1564, che il granduca Cosimo I volle
fosse portato a Firenze per dargli una sepoltura
degna della sua gloria in Santa Croce, fecesi scol-
pire a A'alerio Cioli, per la stessa sepoltura, la
statua che sul davanti sta mestamente sedata,
raffigurando la scultura, quell'arte appunto per
cui Michelangiolo addimostrò maggior predile-
zione. Non altro diremo delle statue dal Cioli e-
seguite per la casa sovrana, e nemmeno stiamo a
cercare se di più n'eseguisse oltre le accennate;
solo vogliam ricordare che stette circa quaran-
t'anni al servizio dei Medici ai quali rese impor-
tantissimi servizi, ed a lui deve la patria il merito
d'avere ritrovate a Roma le quattordici statue
componenti la storia della Niobe che vanta la
nostra R. Galleria degli Ufìzi, come lo prova la
lettera ch'egli scrisse da Roma, 8 Aprile 1584 al
cavalier Serguidi, Segretario di Francesco I (1).
Mori nel 1602.
Giovan Batista Marmi
Pittore
(1 659-1686)
Figlio del famoso architetto Giacinto Marmi,
nacque in Firenze Gian Batista nel 1659, e do-
ri") Codici Medicei, dalla R. Galleria passati al R. Ar-
chivio di Stato : Cod. I, ins. 30, lett. I ; e Raccolta del
Gaye, tomo III, pag. 451.
FIRKNZE AI DEMIDOFF 23
354 FIRENZE AI DEMIDOFF
tato di ingegno elettissimo, dette di se le mag-
giori speranze. Protetto particolarmente dalla
granduchessa Vittoria, studiò pittura, architettura
e scienze matematiche. Per ordine della real fa-
miglia dipinse diversi ritratti e soggetti da chiesa.
Troppo gracile però di complessione, vuoisi che la
fatica degli studi lo spingesse tanto presto alla
sepoltura, che gli fu data nella chiesa di S. Felice.
Di lui troviamo nella raccolta dei disegni archi-
tettonici della R. Galleria : « Disegni 5084-5086-
5087, progetti di varie cappelle per la famiglia
Medici ; Disegni 5284-5285, apparato fatto in Fi-
renze nel 1685 per la translazione del Corpo di
S. Zanobi ; Disegno 5115, progetto in due modi per
la decorazione di una cappella in Santa Lucia
de'Magnoli in Firenze. »
Ferdinando Tacca
Scultore e Architetto
(1619***)
Dallo scultore Pietro Tacca di Carrara, che fu
discepolo di Giambologna, e salì a bellissima ri-
nomanza per le molte opere condotte da vero
maestro, nacque Ferdinando, il quale dallo stesso
suo padre apprese la scultura. Giovanissimo entrò
al servizio del Granduca Ferdinando II, che a
Pietro già concedeva cariche ed onori, e fu man-
dato a Madrid, per erigere un cavallo quattro
FIRENZE AI DEMIDOFF 355
volte più grande del vero che Pietro aveva e-
seguito per il re di Spagna. Nel frattempo Pietro
Tacca morì (era il 1640) e Ferdinando scrisse da
Madrid una lettera al detto sovrano, in data 11
ottobre del 1641, esprimendo il desiderio di suc-
cedere al padre nel posto da lui occupato. L'ac-
cettò il Granduca, e fattolo tornare a Firenze, gli
confidò la cura di terminare le opere lasciate dal
padre incompiute, fra le quali la statua colossale
di Ferdinando I ad una tomba reale della cap-
pella di S. Lorenzo. Come è noto, col suo disegno
fu costruito il teatro della Pergola in legno, gua-
stato dipoi dagl'ingegneri veneziani (1), e siccome
suo padre aveva preso per l'addietro in affitto la
fattoria di Pratolino, affine di introdurvi delle mi-
gliorie, così Ferdinando s'accinse a migliorar fon-
tane ed altre opere in quella R. Villa, adattando
pure la graziosa fortezza che abbiamo visto nelle
rappresentazioni d'acqua della grotta della Sama-
ritana. Ferdinando Tacca eseguì buon numero
d'opere d'intiero, di mezzo e di basso rilievo, tutte
in metallo ; ma fu più valente nell'invenzione delle
macchine da teatro e da feste sacre. Lasciò pure
i disegni d'alcune fabbriche importanti.
(1) Circa la costruzione dell'attuale teatro, vedi A. A-
DEMOLLO, / primi fasti del teatro di via delLi Pergola.
356 FIRENZE AI DEMIDOFF
Carlo IVI arce i i i n i
Scultore
(1646-1713)
Di questo scultore nato a Firenze nel 1646,
si conservano nelle nostre Gallerie, e particolar-
nnente nel palazzo Pitti, molti lavori riprodotti
in metallo. Sotto la protezione del granduca Co-
simo III, andette a studiare a Roma col rinomato
scultore milanese Ercole Ferrata, col quale si
trovò nel 1677 alla restaurazione d'antiche statue
nella nostra R. Galleria. Il Baldinucci, FzYa d'^r-
cole Ferrata, dice ciie lo scultore Marcellini o-
perava in patria con sì buone disposizioni all'arte,
che quanto voleva, tanto taceva. Anche Pelle-
grino Orlandi parla di lui con bella lode nel-
V Abbecedario Pittorico, È sua opera il quadro di
marmo a rilievo coll'Eterno Padre, che si vede
sopra l'aitar maggiore nella cappella di S. Andrea
Corsini al Carmine (1), e lavorò al deposito del
papa Alessandro YII.
(1) Questa celebre ' cappella venne fabbricata coi di-
segni dell' architetto Francesco Silvani, e vi fece gli af-
freschi Luca Giordano: rimase finita nel 1683. (Ne par-
leremo in altro luogo).
FIRENZE AI DBMIDOFF 357
Pietro Dandini
Pittore
(1647-1712)
I pittori Dandini furono quattro, e Pietro nac-
que da Cesare in Firenze nel 1647. Ebbe a
maestro lo zio Vincenzio, ma più imitò lo stile
del padre, che il Lanzi dice, nella Stoica Pittorica^
averlo degenerato in pratica ed in maniera. Per
mezzo del viaggiare acquistò parecchie cognizioni
dei pittori stranieri, e qualora l'amore del gua-
dagno non l'avesse sedotto a sacrificare lo studio
col fargli fare troppe pitture, avrebbe meglio il-
lustrato il nome suo. Molti quadri dipinse per
l'estero, e particolarmente per la Polonia. Gra-
ditissimo a Firenze, qui dipinse per ordine di
Cosimo III e del granprincipe Ferdinando in di-
verse ville reali ed in diverse chiese. Nota il Set-
timanni, nelle Memorie, ch'essendosi riaperta nel
1709 la chiesa di S. Maria sopr'Arno, restaurata a
spese del Granprincipe, furono eseguite dal Dandini
due tavole a oho, in una raffigurando S. Iacopo, mes-
sa sull'altar maggiore, nell'altra S. Giuseppe (1);
(1) Questa Chiesa fu demolita nell'anno 1869 a motivo
dell'allargamento d'Arno, ed abbiamo trovato presso la
signora contessa Caterina Bargagli, che n'era proprietaria,
una Madonna dell'Empoli cavata dalla stessa chiesa, ma ci
è stato difficile rinvenire le due tavole del Dandini.
358 FIRENZE AI DEMIDOFF
nella chiesa di S. Maria Maggiore dipinse la ta-
vola di S. Francesco, ed ai Servì quella del Beato
Piccolomini, figurandolo nell'atto di celebrar la
messa ; a fresco poi dipinse la cupola della chiesa
di S. Maria Maddalena, k Pisa, nel pubblico pa-
lazzo, eseguì la copiosa storia di Gerusalemme.
Si vede il suo ritratto nella sala dei Pittori della
R. Galleria degli Uffizi. Lasciò il figlio Ottaviano
che fu il quarto pittore dei Dandini.
Crescenzio Onofri
Pittore
(Operava dal 16S0 al 1712)
Questo pittore romano, discepolo di Niccolò
Pussino, vien reputato solo e vero imitatore del
famoso maestro francese. Operò in Roma ed in
Firenze, ma tanto nell'una che nell'altra città,
poco conservasi di lui. Lavorò piìi che altro per
le ville reali, ed in dimore di nobili privati; nel
1712 firmò del suo nome un ritratto che fece,
con altre pitture, per la famiglia Sgrilli.
Giovan Batista Foggini
Scultore e Architetto
(1652-1725)
Ebbe G. B. Foggini a Firenze i suoi natali nel
1652, e sotto la direzione del suo zio Jacopo Maria
FIRENZE AI DRMIDOFF 359
Foggini, scultore in legno e in marmo, imparò
molto di quanto appartiene alle arti del disegno.
Da Pellegrino Orlandi, vien celebrato il Fog-
gini con una dose abbondantissima di qualificativi
che solo ai sommi maestri delle arti si conven-
gono ; mentre altri scrittori, compreso il Cico-
gnara, assai poco lo valutano... e le opere che di
lui si vedono son' là che fanno fede di tutto il
barocchismo proprio del suo tempo. Noi siamo
solo per notare ciò che del Foggini conosciamo,
su cui lasciam libero il parere di ciascuno.
Diciamo anzi tratto, che protetto anch' egli
dal granduca Cosimo III che lo mandò per tre
anni a Roma con Ferrata, tanto potè progredire
nella scultura, che tornato a Firenze gli dette il
sovrano, per grazia speciale, la stanza nella casa
in via de'Pinti, che soleva concedersi al primo
scultore della Corte, com'eranvi stati Giambologna
e Pietro Tacca, nominandolo inoltre architetto
della cappella in S. Lorenzo, della R. Galleria e
d'altre fabbriche.
Venuto a morte il Cardinale Leopoldo de'Me-
dici nel 1675 fu ordinato al Foggini di scolpirgli
la statua sedente che ora vediamo nella sala dei
pittori in Galleria degli Uffizi, ed intraprese dipoi
la incrostazione dei marmi nelle pareti laterali
della cappella Corsini al Carmine, dove scolpì
i due grandi quadri che in marmo raffigurano
la vittoria dei fiorentini nella battaglia d'Anghiari
360 FIRENZE AI DEMIDOFF
contro l'esercito di Niccolò Piccinino per miracolo
di S. Andrea Corsini, e l'apparizione della Ma-
donna con molti angioli al medesimo Santo nel
convento delle Selve; collaborò, nella medesima
cappella, all'urna ricca dov'è il corpo del Santo,
nonché al rilievo che sta sopra l'urna, nel quale
il Santo si vede portare dagli angioli in cielo. Nel
1695 gli fu ordinato da Cosimo ITI l'edificazione
del granaio sulla piazza di Cestello, allo scopo
di conservare il grano in tempo di carestia (1);
a Pratolino diresse diverse fabbriche oltre l'avere
erette le due torri che si sono rammentate al ca-
pitolo secondo; architettò il palazzo Viviani della
Robbia in via Tornabuoni (2) ; riedificò la chiesa
delle Monache di S. Francesco in via de'Macci (3)
e quella del Monastero di Candeli (4) ; restaurò
quella del convento dello Spirito Santo e quella
dell'Abbazia del Buonsollazzo ; anche la chiesa di
(1) Serve og'gi questa fabbrica alle sussistenze militari.
(2) Il Palazzo Viviani della Robba in via Tornabuoni
N". 15 e stato di recente acquistato dal Sig. Cavaliere Ales-
sandro Deangeli.
(3) La riedificazione di questa Chiesa, costò al Gran-
principe Ferdinando diecimila scudi. Il monastero è stato
ultimamente convertito in Pio Istituto per ricoverare le
fanciulle orfane, le derelitte e le pericolanti, intitolato a
S. Francesco e S. Maria Maddalena, diretto dalle Suore
del Crocifisso ; ne è Operaio il Sig. Cav. G. B. Piccardi.
(4) CoU'ultima soppressione dei Monasteri fu conver-
tito questo di Candeli nella caserma dei RR. Carabinieri.
FIRENZE AI DEMIDOFF 361
S, Am)3rogio fu da lui restaurata nel 1716, e nella
SS. Nunziata condusse la cappella Peroni, e v'e-
resse il mausoleo a Donato dell'Antella; con suo
disegno fu eseguita la facciata del palazzo del
Bali Roffia. Lavorò molto nella chiesa dei Cava-
lieri a Pisa, dove sui disegni del Silvani diresse
l'esecuzione dell'aitar maggiore in porfido, colle
cornici, i capitelli ed altri membri d'architettura
in bronzo dorato, facendo poi le due statue che sonò
sulla cattedra. In bassorilievo scolpì i misteri della
Passione per l'Imbrogiana, come altri bassorilievi
e putti esegui pel deposito di S. Francesco Saverio
in Goa. Copiò in bronzo diverse statue greche
per Luigi XIV re di Francia, le quali rimasero a
Firenze attesa la morte sopraggiunta in quella
del medesimo monarca. Nel 1721 scolpì in ma-
cigno la statua della Dovizia colla quale fu so-
stituita quella che il Donatello avea scolpita in
porfido sulla colonna di Mercato (1).
Morì nel 1725, ed ebbe sepoltura nel chiostro
della chiesa del Carmine, dove il suo figlio Vin-
cenzo gli pose il busto di marmo sopra apposita
iscrizione.
Nel XIV Tomo delle Memorie del Settimanni, è la descri-
zione di cinque tavole che per la riedificazione vi furono
dipinte.
(1) Tolta la colonna di mercato, atteso il riordina-
mento del Centro di Firenze che si deve fare, fu messa
nel cantiere di porta Romana.
362 FIRENZE AI DEMIDOFF
Antonio Ferri
Architetto
(Operava dal 1668 al 1705)
Nessunissimo cenno biografico c'è dato trovare di
questo artefice, mentre le opere sue si trovano
qua e là notate, che insiememente non mancano
di rivelare l'artista d'ingegno elevato, che non
merita l'oblio da parte nostra. Chiunque rammenta
qualche opera sua lo chiama architetto fiorentino,
ma non si conosce il suo stato civile.
La pri m'opera che di lui si rammenta è la tri-
buna della chiesa di S. Firenze per la quale dette
il disegno nel 1668; nel 1670 architettò il Con-
ventino in fondo via dell'Orto a S. Frediano, del
quale ne fu fondatore un Vai da Verrazzano (1)^
L'aver poi costruito, per ordine del Granprincipe
Ferdinando de' Medici nel 1697 il sontuoso teatro
di Pratolino adattato sul terzo piano del celebre
palazzo edificato dal Buontalenti, vuol dire che la
Corte di Cosimo III lo tenne in quella stima che
soleva accordare agli architetti che a quel tempo,
nella Toscana, erano più in grido. E difatti, prima
(1) Il Signor CoQimendatore Luigi Vai da Verrazzano è
l'attuale Patrono di questo Conventino, convertito in Pio
Istituto per l'educazione delle fanciulle, e riconosciuto con
reale decreto del giugno 1868.
FIRENZE AI DEMIDOFF 363
d' intraprendere queir opera ormai dai vandali
distrutta, un' altra non meno importante, e lo-
datissima, ne aveva condotta, vogliamo dire la
nuova Chiesa Cattedrale di Poscia, da lui edificata
nel 1693 sulle vecchie e rovinose mura della
Pieve antica. Anche a Portico (Galluzzo) riedificò la
chiesa del monastero delle Disciplinate, la quale
restò compiuta nel 1705. Come si vede, l' Ar-
chitetto Antonio Ferri operò per trentasett'anni,
nel quale tempo può aver fatto molto di piìi di
quello che a noi vien dato conoscere ; ed è perciò
che alla diligenza dei biografi osiamo raccoman-
darlo.
Francesco P et r u cci
Pittore
(1660-1719)
Sette Petrucci artisti figurano nella Enciclopedia
delle Belle Arti dello Zani, fra'quali due pittori
col medesimo nome di Francesco, entrambi fioren-
tini, il primo figlio di Benedetto orefice (1) nato
nel 1660, il secondo di Giov. Antonio, nato nel 1672.
Per cui torna cosa diffìcile assai lo scegliere, tra
(1) Rileviamo dal mentovato Archivio di S. Ambrogio che
questo Benedetto Petrucci era figliuolo d'un Francesco
Petrucci e di Maria della Bella, sorella del celebre inci-
sore Stefano.
364 FIRENZE AI DEMIDOFF
le diverse pitture che dei Petrucci si trovano a Fi-
renze, quali siano quelle all' uno od all'altro ap-
partenenti. Ci sia tuttavia permesso d'arguire che
il pittore Petrucci di cui si sono vedute a Pratolino
le pitture a fresco nei paesaggi dell'Onofri, possa
essere Francesco iìglio di Benedetto, nato nel 1660,
attesoché il Granprincipe Ferdinando, già prima
di prender moglie (la prese nel 1689) aveva inco-
minciato gli abbellimenti che per parte sua fece
fare al R. Palazzo, e poco probabile sembra che al
suo servizio potess'essere un giovanetto forse se-
dicenne, come sarebbe stato l'altro Francesco Pe-
trucci tìglio di Giovanni Antonio, del quale s'i-
gnora la data della morte.
Se dunque non andiamo errati nel nostro cal-
colo, a Francesco Petrucci di Benedetto, oltre ap-
partenere le figure a fresco del palazzo di Prato-
lino, appartiene la copia della tavola del Rosso
nella cappella de'Dei in S. Spirito, il cui originale
fu trasportato nella Galleria de'Pitti, e che rappre-
senta la Madonna con S. Sebastiano, S. M. Madda-
lena ed altri Santi, fra' quali è notevole S. Agostino
che guarda il popolo con aria severa e minac-
ciosa. Sua si è pure la copia della tavola dipinta
da Andrea del Sarto nel 1517, copia che il Petrucci
eseguì nel 1704 per ordine del Granprincipe Fer-
dinando allorché questi fece riedificare la chiesa
del Monastero di S, Francesco in Via de' Macci,
perché le monache gli accordaron gentilmente la
FIRENZE AI DEMIDOFF 365
pittura d'Andrea da lui domandata pe' suoi ap-
partamenti del Palazzo Pitti. Questa tavola, de-
scritta dal Borghini nel Riposo, e dal Bocchi nelle
Bellezze di Firenze, raffigura la Madonna col
Bambino, S. Francesco e S. Gio. Evangelista.
Nel corridoino della R. Galleria degli Ufizi, si
trova il ritratto di questo pittore Francesco Pe-
trucci colla data della di lui morte 1719.
Ferdinando Galli
Pittore e Architetto
(1657 - 1743)
Gian Maria Galli, detto il Bibbiena perchè era
di questa città della Toscana, ebbe due figli, Fer-
dinando e Francesco, che nella pittura e nell'ar-
chitettura giunsero a bella riputazione, nonché
una figlia Maria Oriana, che la pittura coltivò pure
con ottimi risultati.
Ferdinando, primogenito, nacque a Bologna nel
1657 ; con particolare ardore studiò ianciullo la
quadratura soito Mauro Aldrovandini e sotto Giu-
lio Trogli, e riuscì presto a superare qualunque
difficoltà.
Fu straordinario per celerità e per vaghezza
nelle prospettive e nelle opere sceniche. Servì
diverse Corti d'Italia ; come pittore fu particolar-
mente agli stipendi de] duca di Parma ; presso S.
366 FIRENZE AI DEMIDOFF
M. Cesarea fu dichiarato architetto primario, capo
maestro maggiore, nonché pittore di camera e
di feste da teatro. Si deve a questo celebre ar-
tista un libro intitolato L'Architettura civile pre-
parata sulla Geometria e ridotta oMe p)rospettive,
considerazio7ii pratiche, Parma, 1711 ; e gli si
deve pure un altro libro d'Architettura, prospet-
tive, e scene per teatri, che si compone di 71
fogli d'incisioni.
Oapitolo VI
Prato/ino acquistato dal Princips Paolo Demidoff
dì S. Donato.
?^Tg^5^ opra il miserando stato in cui si ridusse
Pratolino ai nostri giorni ne abbiamo
5è digià parlato a sufflcenza precedentemente,
e laddove abbiamo parlato del principe Paolo De-
midoff, non si è lasciato ignorare com'egli avesse
per progetto di riordinare quel luogo in modo
degno della celebrità che i Medici gli avevano
procacciata : sventuratamente per Pratolino, e per
Firenze quell'uomo munifico morì troppo presto.
Il principe Demidoff acquistò la regia tenuta
nel 1872 dairamministrazione della casa Lore-
nese, per la rotonda somma di lire trecento mila
in oro.
Nel vasto parco, fatto cingere di nuovi muri,
si cominciò a spianare il terreno, ed a fare gli
spartimenti dei giardini, coi viali che vi si per-
368 FIRENZE AI DEMIDOFF
corrono, e tutta la tenuta fu cinta d'apposita rete
(li fìl di ferro a motivo di rinchiudere il selvag-
giume.
I primi progetti di nuovi ediflzi, e di restauri
agli edifizi antichi furono fatti dall' architetto
Emilio De Fabris ; ma tali progetti abortirono
venendo il Principe dissuaso intorno ai medesimi
da un suo amministratore straniero.
Deciso pertanto il Principe di cominciare i
lavori nuovi con un edilizio aggiunto all'antica
paggeria, della quale ne fece la villa per l'abi-
tazione sua, l'ingegner dottore Enrico Ceramelli
fornì per il medesimo il disegno, e si associò
nella esecuzione l'architetto Luigi Fusi. Con que-
sti due ingegneri trovaronsi d'accordo Enrico
Cambi ed Angiolo Rogai che se ne accollarono
la costruzione, il primo per la parte muraria, il
secondo per tutte le decorazioni: consiste tal
nuovo edifizio nell'ampia galleria che alla pag-
geria vecchia rimane dalla parte orientale, e che
or ora visiteremo.
Importantissimi restauri ed abbellimenti, furono
fatti a quattordici antiche fabbriche, cominciando
dalla villa principesca ; la fattoria venne restau-
rata in m.odo che ora si potrebbe dire addirit-
tura nuova ; anche il sezionamento della grande
scuderia è ben notevole lavoro, come il rimoder-
namento di varie villette rese comode e civilis-
sime.
FIRENZE AI DEMIDOFF 369
La principesca villa risiede sopra un bel piaz-
zale, alla cui tramontana è il celebre Appennino,
restaurato dal professore Rinaldo Barbetti per
ordine del principe Paolo Demidoff, che pure ne
fece cingere intieramente la grande vasca con
una ringhiera di ferro verniciata di bianco.
Giacché ci troviamo prossimi alla villa dei
principi, gran desiderio ci prende di vederla, e di
vedere insieme la nuova galleria ; ma tal desi-
derio non possiamo a nostro bell'agio soddisfarlo
in assenza dell'illustre famiglia ospite di Firenze,
quantunque il segretario signor Enrico Solari sia
tanto cortese d' accordarci per quanto può 1' in-
gresso (1).
L'antico edilizio viene internamente diviso da
un corridoio, cui fanno ricco ed elegante orna-
mento i quadri, vasi, busti, e diversi mobili,
particolarmente cassoni antichi da corredi ; tra
le altre cose uno stipo abbiamo notato superbo in
ebano con intarsio d'avorio. Entrati nel corri-
doio dalla parte occidentale, rimane subito alla
dritta, cioè nella parte meridiana del palazzo,
una camera ; e da questa camera, sino alla gal-
(1) Avvertiamo che gran parte di mobili, di quadri,
d'oggetti d'arte a cose preziose clie si trovano in questa
villa, provengono dalla villa di S. Donato, delle cui nu-
merose sale dovendo dare nell' ultimo capitolo una re-
lazione completa, qui ci asteniamo generalmente dai det-
tagli per evitare le inutili ripetizioni.
FIRENZE AI DEMIDOFF 24
370 FIRENZE AI DEMIDOFF
leria che resta, come abbiamo detto, ad oriente,
si succedono una sala da pranzo, un salotto d'in-
gresso (l'ingresso interno), due sale di biblioteca,
ed una sala da bigliardo.
Nella sala da pranzo si trova una ricca col-
lezione di porcellane appese alle pareti e collo-
cate in apposite vetrine, tutti oggetti di notevole
valore delle famose fabbriche di Sèvres e di Saxe.
Vi sono pure diversi quadri, uno dei quali, posto
appiè della parete a destra, ci offre un parlante
ritratto del principe Paolo Demidoff, giovanissimo,
in costume di caccia russo, dipinto da Ricard. Le
porte, e le finestre a terrazzino di questa sala
hanno intagli pregevoli a soggetti di caccia e di
pesca, eseguiti dallo scultore in legno professore
Egisto Galani, del quale artista è pure il soffitto
diviso a formelle con entro palle di cavolo fiore
alternate da borchie.
Nel salotto d'ingresso, che succede alla detta
sala da mano sinistra, si notano particolarmente
molti quadri con ritratti di famiglia ; su appo-
site colonne stanno diversi busti di marmo, fra
i quali riconosciamo la regina Vittoria, l'impera-
tore Napoleone terzo, l'imperatrice Eugenia, il
principe Anatolio Demidoff bambino, nonché la
principessa Matilde Bonaparte ; una colonna di
bronzo nell'angolo a dritta della porta che dà
sul corridoio, sostiene la statua d'argento, in
piedi, dell'imperatore Pietro il Grande, dinanzi
FIRENZE AI DEMIDOFF 371
alla quale tutta viene in niente la prosperità e
la grandezza della Russia moderna. La detta
porta è stata scolpita a gigli da altro scultore
in legno, Angiolo Cheloni, ed è il soffitto a pu-
limento d^\ngiolo Rogai, come quello delle due
seguenti sale che servono di biblioteca.
In queste sale, oltre la ragguardevole libre-
ria, è un alternarsi di buoni quadri, di busti in
marmo ed in bronzo, raffiguranti per lo inii so-
vrani ed altri personaggi che appartengono alle
storie. Si notano pure in queste sale non pochi
bei mobili di squisito gusto, fra' quali ci sia le-
cito menzionare una scrivania di noce intagliata
da un terzo scultore in legno, Carlo Pucci, e
premiata all'Esposizione di Milano nel 1881.
Traversando la sala di bigliardo, ci troviamo
presso ad alcuni gradini dove rimane una scala
segreta conducente al primo piano. Qui sono due
vetrine, una dirimpetto all'altra; quella a sini-
stra contiene copiosa collezione di bastoni, quella
a dritta racchiude una collezione interessante di
schioppi di variate lavorazioni, tutti di gran
pregio.
Lasciato a sinistra il passaggio alla scala se-
greta, eccoci nella galleria. Una collezione ma-
gnifica di quadri fiamminghi, nel numero di tren-
tasette, invita ad un particolare esame ; altri qua-
dri d'eccellenti maestri delle varie scuole girano
superiormente le pareti ; alla parete di mezzo-
372 FIRENZE AI DEMIDOFF
giorno campeggia su due mensole, un quadro
alto ben tre metri, e largo due metri e un terzo,
nel quale il famoso pittore russo Carlo Bruloff
dipinse al naturale il suo mecenate, il principe
Anatolio Demidoff (1), in costume russo sopra un
bianco destriero. Il gruppo è seguito da due ser-
vitori similmente a cavallo; due cani festanti ai
piedi del cavallo del Principe sono ancora ben
ragionato accessorio, e tale composizione su fondo
campestre, spicca un effetto stupendo, d'ottima
intonazione, lavoro degno addirittura d'un raro
artista. Il bel quadro si racchiude in una non
meno bella cornice di noce egregiamente inta-
giiata a fusti e foglie dal bravo Pietro Cheloni
estinto da piii anni. Gli sta sotto, sorretto da un
cavalletto, altro quadro pure d'assai grandi di-
mensioni, nel quale, a bassorilievo d'argento, si
rappresenta un soggetto religioso, opera di non
comune valore. Nella parete a dritta, sopra la
porta per cui s'accede dal piazzale, è il re Vittorio
Emanuele II dipinto dal fiorentino professore Mi-
chele Gordigiani; in quella maschia figura in piedi,
grande al naturale, l'artista effigiò la vera fìso-
nomia, e nella vera espressione, del re soldato,
cioè dell'eroe di Palestro e San Martino. Mentre
delle altre tele si tace, conforme la nota esposta
mettendo il piede in questa villa, non diremo
(1) Yedi parte prima, Gap. VI, pag. 100.
FIRENZE AI DEMIDOFF 373
de'diversi oggetti d'arte che qui nella galleria
fan bella mostra insieme ammobili di lusso sì an-
tichi che moderni, non diremo de'bussoloni d'a-
razzi che fra le tele sono appesi a'muri, né dei
paliotti, 0 sopra porta ; ma poche parole vogliamo
dire della scultura in legno che fra tante cose
belle d' arte squisita si presenta con molto pre-
stigio tutto fiorentino.
Le due porte di noce son fatte di dentro a grande
intaglio dal predetto Angiolo Cheloni, e ciascuna
delle quattro imposte vien divisa in tre pannelli ;
nei pannelli di mezzo d'ambo le porte sono scol-
piti gli stemmi delie nobili casate Troubetzkoi e
Demidoff ; i quali stemmi vengono in bella foggia
contornati da frutti e fogliami, tra cui si colle-
gano dei mascheroni e dei volatili ; tali soggetti
si ripeton quindi negli altri pannelli, però di-
sposti in guise differenti. Al ricco lavoro delle
porte, ottimamente corrisponde quello dei relativi
imbotti e delle finestre, il tutto scolpito nel me-
desimo genere. Il salone è contornato da un
lambrick dallo stesso Cheloni eseguito con molta
eleganza a gigli. Il micdesimo lambrick vien poi
tramezzato da quattro mobili, di fattura simil-
mente elegante, dove fra'gigli campeggiano an-
cora, nei pannelli, diversi soggetti della natura (1).
(1) In questi mobili si contengono delle casse forti ese-
guite dal fabbro meccanico Cesare Morosi.
374 FIRENZE AI DEMIDOFF
Il grandioso soffitto, stile del cinquecento, è
pure lavoro di vero artista, opera riuscitissima del
già nominato scultore Carlo Pucci che l'ha diviso
a cassettoni, alternando in essi la croce del po-
polo al giglio fiorentino ; ed ha messo nel centro
la principesca corona con entro i D incrociati.
Vista la galleria, e tornati addietro sino al sa-
lotto dell'ingresso interno, di qui usciamo per la
porta a gigli, ed abbiamo di f;^ccia lo scalone dei
nobili appartamenti. È questo scalone a dovizia
ornato di quadri e di sculture, cui si mischiano
diversi bassirilievi di ceramica incastrati nel muro
e forniti dalla celebre fabbrica Ginori di Doccia ;
vi son pure dei bracci di metallo antichi per ca;i-
dele, e un lampione ugualmente antico pende dal
soffitto. Si comincia per ammirare con diletto a
pie dello scalone il modello del simulerò magni-
fico che in grandi proporzioni è sulla piazza De-
midotf eseguito dal Bartolini in finissimo mar-
mo (1), e si finisce coU'adorare la bella medaglia
rappresentante la Sacra Famiglia che nello stesso
marmo ha scolpito il professore Urbano Lucchesi,
medaglia incastrata nel muro con apposita cor-
nice di bardiglio nero, presso alla porta che agli
appartamenti accede.
Ripetiamo che l'illustre famiglia è assente, ep-
perciò la discrezione nostra ci trattiene dal pe-
(1) Vedasene la descrizione nella prima parte, a pag. 64.
FIRENZE AI DEMIDOFF 375
neirare in que'santuari dove si racchiudono ben
altre ricchezze e bellezze prelibate, dove il velluto
di Genova serve a tappezzare pareti e l'argento
a far brillare intravature. Nel tornare al corri-
doio, sentiamo il dovere di ringraziare il segre-
tario signor Solari, che sì cortesemente ci ha con-
dotti sino a questo punto della villa. Ed uscendo
dal corridoio, rimarchiamo a tramontana di que-
st'antico edilìzio, una cancelleria, una sala ri-
servata per la mensa dei principini, dispense, cu-
cine cogli altri locali che al servizio sono ne-
cessari.
Ora diremo come la villa è decorata esterna-
mente da quattordici ritratti d'imperatori romani
incastrati nella muraglia, cui s'aggiungono sei
stemmi d'antiche nobili casate, il tutto raccolto
dal principe Paolo Demidoff ne'suoi viaggi ; supe-
riormente, nel centro, è un'arme in pietra de'Me-
dici, ed un busto mediceo si vede sul muro che
unisce il vecchio edilizio al nuovo ; una delle fine-
stre della galleria è ornata sul davanzale da due
putti ni di marmo bianco ed un'altra da un busto
di marmo colorito raffigurante una matrona ro-
mana; un altro stemma de' Medici, scolpito in
marmo, e di notevole grandezza (1), è posto sul-
l'angolo sud-ovest della fabbrica, ed al disotto gli
(1) Questo stamina l'acquistò il principa Demidoff dai
frati di Buonsollazzo.
376 FIRENZE AI DEMIDOFF
sta un lampione antico ; due simili lampioni an-
tichi ornano altri due angoli del palazzo, i piìi e-
sposti sul piazzale.
La porta della galleria, guardante l'occidente, è
decorata lateralmente da due di quelle Madonne
che resero tanto celebre il nome della Robbia ;
e sopra, nel timpano, la Corona principesca in
marmo, fatta da Raffaello Bencini (1). Appiede
della gradinata in marmo stan due leoni, cui
servono di base capitelli di colonne lavorati con
rara maestria, il tutto di marmo antico. Più
avanti è una vasca in marmo di forma ovale con
bel getto d'acqua, fatta da Francesco Mattei, ed
al limite del piazzale verso mezzogiorno, s'alli-
neano sei panchine pure di marmo dal medesimo
Mattei lavorate a somiglianza di quelle che
stanno sul piazzale Michelangiolo.
Dalle panchine calando per l'ampio prato erboso
trovasi un bagno in quel punto dove fu la gran-
diosa gabbia. Questo bagno, al quale si scende per
una scala di pietra, è in forma di ferro di cavallo;
la vasca, grande assai, s'alza tre metri da piedi,
ed è alta quasi il doppio da capo, dove si raffigura
una grotta di spugne con pile sormontate ; le fa
contorno una ringhiera di ferro tramezzata da pi-
(1) Il Giglio fiorentino, la Croce del popolo, i martelli, il
doppio D e gli sciaveri, di che si compone lo stemma Demi-
doff, ricorrono nei timpani delle cinque grandi finestre.
FIRENZE AI DEMIDOFF 377
lastri di pietra su cui sono dei putti con delfini
od altri soggetti dell'acqua ; sul pilastro di mezzo
della parte superiore è la statua di Nettuno.
Risalita la scala, e rimesso piedi sul prato, a-
vremo a pochi passi, da parte sinistra, un'altra
copia del gruppo principale del monumento che
è sulla piazza Demidoff.
Dal gruppo anderemo verso l'antica grotta di
Cupido, sempre cioè dalla parte occidentale del
parco, seguitando sino alla fagianeria, la quale in
Firenze menò tanto scalpore, perchè non ancora
la nostra città ne vantò tra i privati una consi-
mile, e perchè a pochissime in Italia si è tenuta
per seconda. Difatti, per questa fagianeria il prin-
cipe Demidoff ordinò la fabbrica divisa in quattro
grandissimi stanzoni, ciascuno dei quali fornito
di numerose coverie disposte in buona regola, e
decorate in modo talmente artistico da parer
quelle stanze destinate a qualche museo ; ed a
pili completare l'idea del museo zoologico, con-
corre molto l'ornamento di tanti e tanti animah
artificiali, rettili e volatili, che attraggono l'at-
tenzione, che sodisfano il gusto dei profani, men-
tre appagano il pensiero di chi osserva colle vi-
ste della scienza ; a ciò s'aggiunge l'ornamento
ricco di marmi scolpiti, come vasi grandiosi nei
diversi stili, statue, piante, ed altre cose belle. Da
questi stanzoni, così notevoli sotto qualunque rap-
porto, uj: il <.'..: > /e:' : L.iare a percorrere gli ade-
378 FIRENZE AI DEMIDOFF
renti quadrati delle spaziose voliere che sodo in
quantità maggiore d'ogni aspettativa ; quelle ad
uso di conserva quasi tutte in ferro, e quelle per
la fecondazione in legno, chiuse al disopra, s'in-
tende, con rete di fil di ferro e di fune incatra-
mata ; la numerazione delle ultime s'è vista fino a
154, dal che si può immaginare la quantità dei
fagiani che può contenere la giustamente decan-
tata fagianeria di Pratolino.
Tornando addietro dalla fagianeria, la palla do-
rata che sta sopra la cupola della cappella, bril-
lando al raggio del sole, ci mena all'anima la so-
lenne e memoranda cerimonia funebre in essa cap-
pella compiutasi a' dì 27 giugno 1885, allorché di
là si levò la salma del compianto Principe Paolo
per trasportarla in Siberia : sentiamo la bramosia
di rivederla.
Dell'antica cappella costata esternamente ornata
la porta da due ricchi tabernacoli moderni di
marmo abilmente lavorati dalla scultrice francese
madamigella Fauveaux, ed abbelliti con dorature ;
al disopra v'è stata messa una croce latina in
marmo rosso su fondo di marmo bianco, con i-
scrizioni incise dorate, inquadrata da cornice di
legno intagliato color noce, anch'essa lumeggiata
d'oro. Internamente è sempre all'altare 15 tavola
che il Marmi copiò su quella d'Andrea del Sarto ;
deperite le antiche pitture ai muri, questi fece
rifare il principe Demidoff a pulimento e olio ; e
FIRENZE AI DEMIDOFF 379
messe lateralmente due grandi cornici con vetro,
cui stanno dentro in grandissima copia variate
preziose immagini russe, in diversi metalli, al-
cune in argento e in oro con gemme. Alla pa-
rete dinanzi s'appende una grande stoffa quadra
su telaio, trapuntata tutta in seta, col quale tra-
punto viene raflìgurata Storia Sacra ; nel mezzo
è Gesù sulla Croce, ed in diversi luoghi si ripete
la data del lavoro, il 1652. All'intorno dell'im-
pancato si mantengono sempre appese, per affet-
tuosa cura del segretario signor Solari, moltissime
ghirlande che rammentano la perdita dolorosa
del principe Paolo, e nel mezzo dell'impiantito si
conserva la lapide col noto versetto della Bibbia (1),
sotto la quale giacque per cinque mesi la di lui
salma lacrimata. Per ordine dell'inclita vedova,
questa lapide vien circondata da un'elegante rin-
ghiera di metallo nichelato, fatta dal nominato
Morosi con disegno dell'ingegnere Fusi, onde ogni
piede non abbia da gravar. sopra la sacra me-
moria....
Il Principe Paolo non è piti ! ed i nuovi ab-
bellimenti ch'ei s'era proposto di fare a Pratolino,
rimasero in tronco soltanto per la sua morte, dopo
che v'ebbe profuso, a nostro credere, da dieci a
dodici milioni di lire.
Noi, nel nome di Firenze, abbiamo voluto rap-
(1) Vedi parte prima, Gap. VII, pag. 148.
380 FIRENZE AI DEMIDOFF
presentare, storicamente e descrittivamente, coi
precedenti capitoli, alla illustre famiglia Demidotf,
qiial meraviglia del mondo si fu questo suo pos-
sesso fiorentino, luogo che ha ormai consacrato
coi palpiti pili ardenti, colle lacrime pii^i acerbe,
cogli aneliti sublimi.
"^■^^^
Oapitolo ^11
Cenni storici sul Monastero di S. Donato e sua trasformazione — Cenni
storici sull'Arte della Seta in Firenze — Setificio e prosperità di clie I
Demidoff si resero benemeriti a S. Donato.
£Qf^ HI dalla piazza di S. Iacopino in Polve-
urgi rosa, piglia la via chiamata Maragliano
oUt2:5 andando a traversare il ponte S. Donato,
arrivato a buon punto della via medesima vedrà
un vecchio campanile di forma quadra con fi-
nestre a bifore, terminato a cuspide, il quale
mostrandosi dalla proda occidentale del famoso
parco Demidoff, in via di Novoli, rammenta una
chiesa vecchia, voghamo dire la chiesa di S.
Donato a Torri, detto in Polverosa, resa celej3re
particolarmente per due fatti antichi che la sto-
ria fiorentina registra con giusta soddifazione.
Ebbe S. Donato un Monastero, dove i canonici
regolari di S. Agostino abitarono sin dal 1187. La
chiesa loro fu consacrata nel febbraio del 1188;
ed in quésta circostanza venne a Firenze Gerardo
382 . FIRENZE AI DEMIDOFF
arcivescovo di Raveana e delegato del papa Cle-
mente III, il quale arcivescovo predicò la seconda
crociata ai fiorentini chiamati a prestar giura-
mento, e dopo tal predica il priore di S. Donato (1)
consegnò al duce fiorentino Pazzo de'Pazzi quella
bandiera fregiata della croce del popolo, la
quale fu tanto gloriosa nelle guerre sante.
Quest'insigne cittadino di Firenze, secondo scri-
vono gli storici, si recò in Terra Santa condu-
cendovi 2500 crocesegnati fiorentini ; e nella e-
spugnazione di Gerusalemme « egli fu primo di
sua nazione a scalar le mura, e inalberare lo
stendardo maggiore della sua schiera (2). » li
fatto mentre grandemente illustrò una delle nostre
più nobili famiglie, non meno vanto procacciò
a Firenze, tra' cui figli eroi ha si bel posto la fi-
gura di Pazzo de'Pazzi.
Un altro fatto storico, onde trasse celebrità il
Monastero di S. Donato, fu l'arrivo in Firenze
di quei Frati Umiliati che ci portarono l'Arte della
lana. Essi frati giunsero quaggiù verso il 1239,
e fu loro prim'ostello il Convento di S. Donato
dal -quale partivano i canonici Agostiniani. Ivi a-
bitarono gli Umiliati sino al 1251, nel quale anno
si trasferirono a S. Lucia sul Prato, e monsignor
Giovanni Mangiadori, vescovo di Firenze, dette
(1) Allora era la chiesa Parroccliia subiirbana.
(2) D. Eugenio Gamurrini : Storia Genealogica.
FIRENZE AI DEMIDOFF 383
il Convento di S. Donato alle monache Agostiniane
di S. Casciano a Decimo. Di quanto decoro, e di
quali ricchezze tornasse al Comune di Firenze
l'Arte della lana, a noi basta ricordarlo (1).
Non per questo il celebre Monastero andò e-
sente da'suoi tristi : le monache dovettero fug-
gire nel 1525, perchè Castruccio degli Antelminelli
vi condusse le truppe lucchesi dopo la vittoria
d'Altopascio, le quali truppe vi fecero non pochi
danni ; ma sorte peggiore gli toccò -nel tempo
dell'assedio (152t)-30), quando servì di caserma alle
truppe tedesche di Carlo V, e dr quartiere al coman-
dante loro, il conte di Landron ; assediato il popolo
di Firenze, quei bravi soldati provavano gran dilet-
to a sciupare le pitture del Monastero di S. Donato,
e come se nulla fosse sciuparono persino lo stu-
pendo Cenacolo che v'era stato dipinto da Ma-
saccio.
Quanto al popolo di questo suburbio, visse
sempre modesto e meschino di lavori campestri,
ingentiliti, da parte delle donne, colla filatura,
col telaio, e colla treccia. Nel 1749 però gli fu
soppressa la parrocchia, perchè i parrocchiani
non contavano che 280, onde si può dire che tutta
l'importanza locale consisteva nel Monastero ; ed
anch'esso dipoi scomparve quando il governo Bo-
naparte l'abolì cogli altri.
(1) Dei Frati Umiliati e dell'Arte della lana, avremo da
dire più estesamente in altro luogo.
384 FIRENZE AI DEMIDOFF
Dopo il 1814, tornato il governo Lorenese, dette
questi ai frati di S. Croce il Monastero con tutti
gli adiacenti poderi, e dai frati di S. Croce lo
comprarono i Demidoff siccome nella prima parte
abbiamo detto.
Quel luogo isolato, povero, sprovvisto di tutto,
fu in pochi anni trasformato in un vero centro di
ricchezze, chiamato il regno Demidoff, d'onde mi-
gliaia di persone trassero esistenza comoda e si-
gnorile : la celebrità che prese il suburbio da tale
trasformazione, si rammenterei sempre nei fasti
fiorentini.
Cosi accennato in brevi termini alla storia del
suburbano Monastero, altrettanto brevemente ac-
cenneremo alla storia dell'Arte della seta che al
medesimo fu sorgente di particolari risorse.
Il seme da bachi fa recato per la prima volta
nel sesto secolo dall' India in Costantinopoli, e di
qui si diffuse per tutta la Grecia.
Ruggero re di Sicilia, espugnando Tebe, Atene
e Corinto nel secolo decimo secondo, mentre il seme
da bachi veniva in Italia, condusse a Palermo gli
artisti che insegnarono fare i bozzoli.
Fino dal 1204 si trovano rammentati a Firenze
i Consoli dell'Arte della seta, il che vuol dire che
prima d'allora già se n'era intrapresa la manifat-
tura, che però venne molto perfezionata dai luc-
chesi allorché spatriavano a causa del sacco dato
a Lucca da Ugaccione della Faggiola, nel 1315.
FIRENZE AI DEMIDOFF 385
Lo statuto dell'Arte della seta data dal 1335, e
circa il principio del 1400 s'introdusse la cultura
de 'gelsi, ma non ancora si tesseva, e l'impanna-
tura veniva di fuori.
Nel secolo decimoquinto avendo la Toscana
tanta seta in abbondanza, ne fu preso a favorire
il commercio della Repubblica, con ogni sua forza
perchè quello della lana cominciava a languire,
ed accordò esenzioni alla mercanzia e privilegi
ai mercanti.
I fiorentini s'impossessarono a tal segno del-
l'arte da diventar maestri ad altre nazioni. E scri-
ve il Pavesi, Memorie per servire alla storia
del Commercio nello Slato di Milano, che il
Duca Filippo Maria Visconti beneficò nel 1442 un
fiorentino, che introdusse in quella città diverse
fabbriche di seta, accordandogli un generoso sti-
pendio mensile, e più l'esenzione per dieci anni
da qualunque carico straordinario e dazio ducale
si per lui che pe' suoi ministri, nonché la fran-
chigia per tutte le sete e generi spettanti alle
medesime.
Alla prosperità del commercio della seta in Fi-
renze tocca l'ambasciatore veneziano Marco Fo-
scari, in un discorso del 1526 col quale raggua-
gha il suo principe sulle cose nostre dicendogli
come in quest'Arte, qui si consumano « circa
400 balle di seta, et si fanno ancora di drappi d'o-
ro, et di seta, onde il capitale d'un anno si può
FIRENZE AI DEMIDOFF 25
386 FIRENZE AI DEMIDOFF
reputare un milione d'oro. » E della pompa che
s'arrivò a farne nel medesimo secolo decimosesto
lo dice particolarmente Baccio Cancellieri laddove
nella vita del gran duca Ferdinando I narra le
feste fatte in onor suo (1588) e quelle di S. Gio-
vanni, raccontando la mostra pomposa che fecero
i Setaioli delle loro manifatture.
In una lettera di Francesco Bernardi a Giuliano
•Giraldi, 28 gennaio 1630, si trova questo passo :
€ Nei tempi più bassi s'accreditarono i nostri drap-
pi sottili, più che le stoffe e i broccati. Le nazioni
si fan continuamente una guerra d'industria. Sin
qui però nessuno ha saputo tingere in nero a quel-
la perfezione, le nostre sete e le lane. L'anno medio
della raccolta de'bozzoli rende in Toscana presente-
mente 1,690,562 libbre che a libbre 1 di seta ogni
10 libbre e due terzi di bózzoli, danno un prodotto
di libbre 158,733 di seta tratta (1). »
La cultura e la manifattura della seta, sì pro-
spera e sì celebre in Firenze, ebbe pure le sue
ragguardevoli peripezie, come si rileva special-
mente da una rappresentanza che nel 1780 fe-
cero i nostri indrappatori al Governo, e riportata
da Marco Lastri nel quarto volume deìVOsservo,-
tore fiorentino, rappresentanza che apprende con
interessanti particolari come non pochi svantaggi
ricevè l'Arte della seta dal proprio tribunale.
(1) Colombaria, annuale Vili, pag. 216.
FIRENZE AI DEMIDOFF 387
Nel principio del secolo nostro, comparve a noi
di nuovo fiorente sotto la protezione accordatale
da Ferdinando III, e mercè l'influenza benefica
dell'Accademia de'Georgofili che dettesi la cura
di conferire incoraggiamenti e ricompense a chi
la coltivava.
Poco dopo il 1830, vediamo sorgere in Firenze
Leopoldo Mafi'ei che consacra la sua profonda e
straordinaria intelligenza, insieme a vistosi capi-
tali all'Arte della seta, introducendo in essa dei
sistemi nuovi per farla progredire conforme i
tempi ; ma il valentissimo industriale fiorentino
dovè soccombere alla fine a causa di grandi dis-
sesti finanziari, sofferti nei fallimenti colossali e
ripetuti di negozianti americani coi quali aveva
aperto esteso commercio.
Mentre l'Arte di Por S. Maria, pigliava nuovo
e migliore indirizzo dal Maffei, venne a Firenze
il principe Anatolio Demidoff" ad operare la fa-
mosa trasformazione di S. Donato. Quest'uomo pre-
vidente, sagace, volle che la sua tenuta presso
Firenze non fosse da meno de'suoi dominii della
Russia, volle cioè che qui dov'egli abitava in
una dimora destinata ad essere vero tipo d'opu-
lenza, fosse una sorgente di risorse per la massa
proletaria, e prima di off'rire gli spettacoli del
gran lusso ai quali spesso partecipò la Corte di
Toscana coi personaggi d'altre Corti, offerse alla
classe manifatturiera i mezzi di migliore sussi-
388 FIRENZE AI DPLMIDOFF
stenza. Con mire generose, quanto elevate, portò
a S. Donato l'Arte della seta intendendo d'innal-
zarla ad un grado di prosperità maggiore da
dove difficilmente sarebbe poi discesa. Disgra-
ziatamente venne meno la generosità in chi si
trovò a capo delle cose.
Fra il 1837 e il 1838 si piantarono nella te-
nuta di S. Donato da trenta a quaranta mila
gelsi ; i nobili appartamenti del vasto palazzo
che nel prossimo capitolo vedremo sì belli, e sì
abbondanti d'artistiche magnificenze, come gli ap-
partamenti riserbati all'uso particolare del prin-
cipe Anatolio, tutto allora servì da bigattiere alle
quali già s'occupavano 150 donne, ed i bachi s'al-
levavano col sistema persiano.
La prima seta che si trasse nel 1839, richiese
l'impianto di 72 caldaine a vapore per la trat-
tura; 30 banchi vennero impiantati per l'incan-
natura, e qui avevano impiego circa 200 donne.
Non ancora erasi adottato a Firenze il valico a
macchina per la filatura e torcitura, e 24 di que-
sti valichi vennero eretti nella Alauda di S. Do-
nato con grande vantaggio di tale operazione.
Mentre tutte queste lavorazioni d'allevamento di
bachi e delle sete in filo procedevano attivamente
sotto la direzione di M. Poidebard, i falegnami
con attività preparavano e rizzavano le telala, si
preparava per la cilindratura e piegatura, si mon-
tavano i magazzini, ed i locali per lo smercio
FIRENZE AI DEMIDOFF 389
delle stoffe, smercio che si fece in S. Donato ed
in via dei Tornabuoni.
I telai cominciarono ad agire nel numero di
48 tra il 1841 e il 1842, sotto la direzione di M.
Cristof, ed erano 36 semplici per i gros che di-
consi di Napoli, gli ermisini e i rasi, 6 sistema
Jacquard per le stoffe operate a disegno, e 6 per
i velluti, manifattura fiorentina che dai Medici
in poi era sempre stata pii^i o meno languente,
che risorse a S. Donato .... ed è poi finita
come tutta l'arte della seta minaccia ormai di
finire a Firenze.
Bisogna qui considerare, che senza tener conto
del numero di gente che a S. Donato lavorarono
sino da quando il Commendatore Niccola Demi-
doff cominciò a fare il parco e a fabbricare, il
principe Anatolio dal 1837 in poi non fa che co-
struire, non fa che ornare, non fa che abbellire,
e lì manifattori sopra manifattori, li artisti, ed
impiegati a stuoli ; colla cultura dei bachi e colla
manifattura delle seterie, S. Donato diventa un
centro industriale sommamente prospero, in ogni
cosa organizzato alla grande, provvisto poi del
suo particolare servizio telegrafico che quotidia-
namente trasmette istantaneo al mattino gli or-
dini agli agenti Demidoff dei Monti Urali, e d'al-
tre lontanissime parti, ed apporta, nello stesso
giorno gli avvisi che ogn'ordine è stato eseguito.
La moltitudine dei semplici operai vive dunque
390 FIRENZE AI DEMIDOFF
tranquilla e comoda colle proprie famiglie, vive
bene una piccola guarnigione di guardie, la mi-
riade degl'impiegati superiori sfarza, non pochi
trafficanti vi fanno fortuna.
Questa specie di magona, anzi, per certi una
vera cuccagna, durò fin verso il 1844, sotto l'am-
ministrazione generale del conte di Motier
Erano troppi peraltro a tirar l'acqua, come suol
dirsi, al proprio molino, e chi dovea mandarla
era solo il nobile proprietario il quale, dopo aver
consacrato al setifìcio di S. Donato un milione e
qualche cento mila lire, e visto che all'azienda
occorrevano sempre nuovi fondi, considerò, non
senza ragione, di farla Anita. Ritiratosi egli da
così assorbente intrapresa cui s'era accinto col
doppio nobile scopo d'essere utile ad una delle
celebri arti fiorentine, e di dar pane meno scarso
a chi lavora, cessò la tessitura in S. Donato, ma
le lavorazioni delle seterie in filo furono fatte
proseguire per qualche anno ancora sotto due
diverse ditte.
Non per questo cessò il bel vivere a S. Donato,
perchè il principe Anatolio, come si è visto nella
sua vita, non era l'uomo da starsene colle mani
in cintola. Venuto il momento di smetter pure
la filanda, il palazzo di S. Donato che per circa
dieci anni aveva servito di enorme bigattiera,
doveva ritornar palazzo principesco, e gli appar-
tamenti dovevano essere montati ad uso di co-
FIRENZE AI DEMIDOFF 391
spicua g"alleria, come tutti gli altri locali che a-
vevano servito nello stesso tempo all'una od al-
l'altra manifattura, bisognava mutarli di tutto
punto, ridurne persino a templi sacri : nuove
somme favolose, profuse in lavorazioni nuove : e
questo dispendio favoloso, in cambiamenti e rin-
nuovamenti negli edifizi di S. Donato s'alternò
sempre prodigalmente fino a che il principe Pao-
lo Demidofif, l'erede d'Anatolio, non trasferì de-
finitivamente la sua dimora in Pratolino, cioè
nel 1879, epoca in cui erasi appena compiuta la
quasi completa riedificazione del palazzo sopra
una pianta nuova (1). Così essendo stato S. Donato
per più di cinquant'anni proprietà dei Demidoff,
si può facilmente immaginare di quale floridezza
si fece gaio e gaudente il suburbio per tutto que-
sto tempo, se riepiloghiamo ancora una volta sulla
debita vasta scala la farragine dei lavori, la
quantità degli impiegati, il concorso continuo di
visitatori, ed il continuo alternarsi degl'invitati ;
a San Donato la chiesa greca per la colonia russa
stanziata nella vicina Firenze, a San Donato
saloni forniti d' ogni meccanismo ed apparato
(1) Dal 1872 in poi fu sensibilmente mutata dal principe
Paolo Demidoff la disposizione interna del palazzo ; e
fra'rinnuovamenti ch'ei v'introdusse, merita d'essere par-
ticolarmente ricordata la bellissima Biblioteca nella quale
si contennero verso 40,000 volumi.
392 FIRENZE AI DEMIDOFF
teatrale dove la nobiltà interviene spesso a trat-
tenimenti d' èlitSj, a San Donato le feste come si
darebbero in palazzo Vecchio o nel palazzo Pitti,
coronate talvolta da banchetti di trecento coperti ;
sì, i Demidoff sovraneggiarono a S. Donato, e solo
per il dispendio e per gli atti di beneficenza : fu
troppo giustificata la celebre e memoranda dimo-
strazione che Firenze fece al principe Paolo ed alla
principessa Elena Demidoff" a S. Donato nel 1878.
'^mm"^'
Oapitolo VIIX
D esenzione delle Gallerie di San Donato (1)
g opo quanto abbiamo detto intorno alle con-
dizioni singolarmente floride in che i De-
midoff posero e mantennero la località di
San Donato, nel qual tempo non lasciaron mai di
prodigar benefìzi alla città di Firenze, e dopo
aver più volte dato sentore delle bellezze e delle
ricchezze che in quel parco stettero raccolte al-
l' ammirazione di tanti sguardi avidi di contem-
plare cose magnifiche, giusto ed acconcio sarebbe
il dare in quest'ultimo capitolo la descrizione com-
pleta d'ogni singolo edifizio, d'ogni singolo orna-
mento esterno ed interno ; ma tale intrapresa
troppo ardua , troppo grave, tornerebbe ancora
sproporzionata troppo alle pagine nostre, epperciò
dobbiamo limitarci ad una descrizione sommaria
(1) Questa descrizione delle Gallerie di S. Donato, rap-
portasi all'anno 1864, e si deve in parte al citato libro
del sierior T. Dandolo.
394 FIRENZE AI DEMIDOFF
degli appartamenti che ai visitatori furono acces-
sibili. Per fare questa compendiata rassegna en-
treremo in San Donato dalla parte del ponte del
Mugnone, che dicesi alle Mosse, dove le cancel-
late di ferro fiancheggiano a dritta e a manca il
parco che gira due miglia.
L'ingresso, ricco ed elegantissimo, manda ad
un vasto piazzale che da ogni parte s'adorna d'e-
diflzi gentilmente architettati da G. B. Silvestri,
Giuseppe Martelli e Niccola" Matas. Volendo noi
visitare le sale dell'edifizio maggiore, il palazzo,
non dobbiamo andare ad entrare dal principale in-
gresso dov'è il grand'atrio, ma per mezzo di un
viale a dritta subito andiamo alla porta da questa
parte dove una bellissima scala di marmo con ri-
piani a mosaico romano, fornita di ringhiera a ba-
laustri di bronzo, manifattura del bronzista Cav.
Luigi Corsini, ci condurrà ad un'anticamera pic-
cola guarnita di quadri dipinti da Schlesinger,
dal Delacroix e da Awasoski, consistenti in idilli,
scene dell' Arcipelago d' Aimoraski e marine. Di
qui divideremo in quattro distinti appartamenti
quella parte del palazzo da potersi visitare.
SalsL degl'i Arazzi
Mette primieramente l'anticamera ad una sala o-
blunga. La porta è bianca, divisa in pannelli, con
rapporti d'intaglio e dorati ; la fiancheggiano due
FIRENZE AI DEMIDOFF 395
colonne di malachite scannellate, alte due metri e
sormontate da leoni. Nel soffitto, fatto a stucchi,
s'alternano rosoni e borchie : vi pendono due vaste
lumiere composte d'infiniti pezzi di cristallo di
monte, tagliati e faccettati con diamante in pic-
colo, onde la luce traversandoli si opalizza e si
decompone, e quando vi batte il sole suscitano un'ab-
bagliante rivoluzione, una smagliante anarchia. Le
pareti sono coperte da arazzi storiati con figure
che risaltano eccellentemente nel contorno d'oro,
e rappresentano fatti della storia di Tito ; in due
de' più bei Gobelins dell'antica scuola s'effigiano
Pietro il Grande, e Maria Teresa, cui fanno com-
pagnia, dipinti a olio, i ritratti di Caterina II e
del generale Bonaparte. La mobilia che gira in-
torno alla sala è rivestita di velluto granato d'U-
trecht, nello stile dell'impero. Stanno nel centro tre
divani, due a doppio sedile, ed uno a peté, che
son coperti di stoffa d'Aragona, con bizzarri di-
segni chinesi a trapunto d'oro, lucenti come il talco.
Un grande caminetto di malachite con rapporti di
pietre dure a rilievo raffiguranti fiori e frutte, sul
quale un grandioso specchio con larghissima cor-
nice intagliata dal Barbetti a soggetfti della natura
e dorata ; dinanzi allo specchio è un orologio in
bronzo colla statua d'un genio su base di mala-
chite con rapporti di pietre dure in armonia col
caminetto ; l'orologio vien poi fiancheggiato da
due candelabri di bronzo triangolari a luce solare
396 FIRENZE AI DEMIDOFF
faccettati in malachite, sempre con rapporti di
pietre dure conforme il resto ; e nella pedana del
caminetto sta un mosaico romano rafìigurante un
leone. Due grandi consolle al muro compongonsi
del piano in malachite, aventi per piedi sfìngi
e satiri al naturale di legno dorato, e si guarni-
scono col busto di Napoleone I e quello di Pietro
il Grande. Tavole ovali e tavolini rotondi di ma-
lachite su piedi di legno intagliati e dorati, si ve-
dono nel mezzo e negli angoli della stanza.
Sala di bi^liardo — Salone rosso — Salotto turco.
Nella sala di bigliardo, cominciamo dal soffitto,
scompartito da quattro figure dipinte in diagonale,,
su globi d' argento negli angoli, che rappre-
sentano le parti del mondo. Il pavimento è fatto
a formelle di variati disegni. Le pareti e la mo-
bilia, tutto è coperto di broccatello turchino e bian-
co con flori intessuti. Ad una delle maggiori pareti
pendono quattro ritratti dipinti dalla O.-Connel,
cioè Maria Teresa e Caterina II, Pietro il Grande
e Federico II ; dall'altra fan loro riscontro due
tele di Domarne rappresentanti l'andata e il ritorno
delle bestie al pascolo. Nelle minori pareti sono
un grande barometro ed un orologio in cornici
di bronzo lavorate a foglie e fiori. Al bigliardo,
in hois-ì^osej, listato di bronzi dorati e intarsiato
di madreperle, servono di zampe sei putti di bron-
zo ugualmente dorato.
FIRENZE AI DEMIDOFF 397
Segue il salone rosso così chiamato perchè il
broccato cremisino cuopre pareti e mobili, i quali
mobili son poi di tartaruga, colla più ricca ed ele-
gante decorazione che immaginare si possa in la-
mina di metallo a rabeschi traforata (genere Boulle
a tempo di Luigi XV) ; un caminetto di lapislazzuli
con fregi di bronzo dorato, ha la pedana a mo-
saico storiato, nel quale un'aquila è di sì fino la-
voro da parer viva a chi la guarda. Anche qui
l'imperatore Pietro, dipinto da Delaroche^e l'im-
peratrice Caterina, dipinta da Lampi, fan parte
dell' ornamento fra trentadue vasi giapponesi.
Quattro armadi d'ebano intagliato, chiusi da cri-
stalli, contengono grande numero di figurine d'ar-
gento e d'oro lavorate in Pv,ussia, rappresentanti
scene di costumi nazionali, contadini, pirrici e
grotteschi che danzano, cavalieri cosacchi, aurighi
calmucchi, ed altri tipi, come una lattivendola
co' secchietti, un servo in atto di cavare acqua,
un piccolo satiro d'oro cui serve di torace una
perla molto strana per forma e per grossezza ;
una deità indiana che ha una quantità innume-
revole d'occhi lucenti fatti di gemme ; il campanile
di Mosca in miniatura, vasi e scatole in filigrana
d'argento del Giappone, collezione di preziosissimi
oggetti che termina con due copiose forniture di
bottoni gemmati, di que' che i Magnati Unghe-
resi portano sui loro sfarzosi vestimenti.
Nel salotto turco, vero harem con tutte le sue
398 FIRENZE AI DEMIDOFF
illusioni, eccettuate però le odalische, sediamoci
sui divani d'arabi broccati, o sui tamburelli otta-
goni di legno intarsiati con magnifici lavori in
madreperla, ed a quella quieta luce regolata dalle
vetriere colorate, vediamo in giro le piliture orien-
tali ; nel mezzo è una fontana di marmo bianco,
con base a bacino, tutta ornata nello stile d'O-
riente, e sormontata da un gruppo di cinque lumi
di bronzo, diesi col legano con catenelle di bronzo
ugualmente, dalle quali pendono diversi oggetti di
vari metalli con uova di struzzo nel centro. Ciò
che richiede un esame accurato, minuzioso, è
l'enorme quantità di pipe superbe, disposte in due
armadi, che sono d'una curiosità, d'una caratte-
ristica e d'una ricchezza da non potersi raccon-
tare, coi loro lunghi e massicci bocchini d'am-
bra ornati d'anelli d'oro e tempestati di tante
pietre preziose. Pendono dal soffitto due ma-
gnifiche lumiere alla turca di bronzo dorato,
manifattura del Corsini, guarnite d'uova di struzzo
con globi a tulipano, e che furono premiate al-
l'Esposizione di Firenze nel 1861.
Sa/a Greuze
Dal salotto turco si torna indietro ; e di nuovo
nella piccola anticamera, vediamo in angolo retto
il secondo appartamento. La prima sala è di stile
rococò, e si denomina Greuze perchè i quadri di
FIRENZE AI DEMIDOFF 399
questo pittore francese, morto nel principio del
secolo nostro, vi si raccolgono in grande numero
a rappresentare tutto quanto egli fece di piìi gen-
tile, di piti vago, di più espressivo, ed è forse
la soavità, T ingenuità dell' espressione la qualità
che primeggia in tante adorabili figurine. Il broc-
cato verde cuopre le pareti e i mobili. Nel sof-
fitto sono dipinte a fresco quattro figure che so-
stengono lo stemma Demidoff. L'impiantito è brava-
mente dipinto dal Niccoli a imitazione dell' impian-
tito a palchetti (1). Da parte un caminetto di marmo
bianco listato in bronzo dorato, con formelle di
mosaico in pietre dure a rilievo che rappresene
tano anche qui variatissime specie di fiori e di
frutte : ha pure nella pedana un altro bel mosaico
romano dove si ratfigura una tigre naturalissima;
sur esso caminetto posa uno specchio rococò
al quale stanno di fianco grandi vasi di porcel-
lana traforati de' piìi maravigliosi che è dato ve-
dere di Sévres, e candelabri di bronzo. Quattro
armadi bassi in bois- rose, decovQ.ii di bronzo do-
rato, con piano di verde antico, ed una gran ta-
vola tonda, manifattura Boulle, son pure guar-
niti degli stessi meravigliosi vasi, uno de' quali,
quello della gran tavola, è sormontato da tre
bellissimi lumi Carcelle.
(1) Sono dello stesso Nicc(Mi tutti i pavimenti di questo
genere.
400 FIRENZE AI DEMIDOFF
Sala degl'i Argenti
Oltre la porta per la quale s' entra in questa
stanza, due altre porte vi sono, una per accedere
alla sala da pranzo, l'altra per accedere alla sala
da ballo; tutte tre di noce, con ricchi, superbi inta-
gli a variati soggetti, eseguite dal Barbetti, del qua-
le artista è pure il soffitto scompartito a cassettoni
con intagli similmente belli e lumeggiatura d'oro,
d' onde pendono due lumiere di bronzo fiammin-
ghe. Nel principio della sala v' è una copia in
bronzo del Perseo di Cellini, e lungo le pareti,
tappezzate in cuoio dorato, son disposti simme-
tricamente sei armadi di noce, quattro grandi e
due minori, lavoro inglese finissimo del tempo
degli Stuardi, tutti chiusi a cristalli per cui ven-
gono visibili le preziosità in essi contenute.
Nel primo armadio, alla destra entrando, si
vede un servizio da tavola in argento cesellato
dal famoso Mortimer di Londra, che a fregio
comune, caratteristico, rappresenta un tralcio di
vite accompagnato da foglie, pampini, racemi e
grappoU, elegante decorazione in argento opaco
e di bel risalto sul fondo lucente, levigato ; la
quale tessendo festoni e ghirlande, prestasi a for-
nir manichi ed appoggi ; trascorre con una spez-
zatura bacchica in apparenza, ma in realtà fina-
mente artificiata per soddisfare all' occhio vago
FIRENZE AI DEMIDOFF 401
della varietà, e secondo le occorrenze eli ciascun
pezzo, se angoloso o tondo, sollevato o liscio, d'o-
gni forma e naole, dalle piccole saliere, ai grandi
vassoi da gelati, dai portastecchi bizzarri, alle
torreggiauti bomboniere : arrogi i cumuli di piatti,
tanti da bastare a trenta convitati. — Dalle parti,
su colonnette in pietra di paragone, son due sta-
tue equestri d' argento, che rappresentano Fran-
cesco I .e Carlo V, opere che dir si potrebbero
d' ano scolaro del Cellini. Sopra le statuette d'ar-
gento pendono due dipinti, capolavori del Dolci,
dove si rappresenta l' Erodiade che recasi in mano
il capo reciso del Batista, e Davide che afferrò
pei capelU il teschio del gigante Fihsteo.
Nel secondo armadio, seconda parete, si raccol-
gono quantità di coppe, anfore, vasi e bacili d' an-
tico cesello ; ed è questo fiancheggiato da due ma-
gnifici ritratti, uno dei quali, dipinto da Sebastiano
del Piombo, è Francesco degli Albizzi.
Veniamo alla terza parete, all' armadio conte-
nente un secondo servizio da tavola, cesellato da
Odiot di Parigi, che fa riscontro a quello di Mor-
timer. Al tralcio della vite, il fregio ricorrente
dell' orafo londrinese, l'orafo parigino oppose una
maniera d' ornamento piti grazioso, piti vario : a-
nimah d' ogni genere, serpenti che servono da
manichi, uccelli che si prestano appigli per sol-
levar coperchi, tartarughe o ranocchi che si sob-
barcano sostegni ; una miriade di pennuti, di
FIRENZE AI DEMIDOFF 26
402 FIRENZE AI DEMIDOFF
squamati, di pelosi, farfalle, libellule, api, pipistrelli
ad ali spiegate, gufi che guardano attoniti ; ap-
paiamenti, scontri fantastici da mandare in sollu-
chero gli amatori della Batracomiomachia, e quelli
degli animali parlanti ; sfoggio zoologico in ar-
gento appropriatissimo a decorare guantiere, piatti
e vasi destinati a contenere lo sfoggio gastrono-
mico d' animali apprestati con ogni culinaria
squisitezza.
Nel quarto armadio è il terzo servizio da ta-
vola, uscito anche questo dall' officine di Odiot.
Qui rifulge Y argento rivestito d'oro (rivestimento
che dicesi vermeil), ed è lavorato secondo il gusto
dell' impero ; imita lo stile eh' era in uso a tempo
d' Adriano, e le " coppe sono copiate da quelle di-
pinte che tiene in mano Ebe negli affreschi di
Pompei ; le anfore assumono le forme del vaso di
Pandora nel bassorilievo capitolino»; le ghirlande
in rilievo che coronano i piatti, i festoni trascor-
renti intorno ai candelabri, i tirsi, le nacchere
disseminate per le guantiere, la forma delle sal-
siere, ed i gruppi di baccanti che alle vivande
frammettono la fantasmagoria di quelle che il re
Mida, col suo tocco fatale, converti v^a in oro a Bac-
co, ogni cosa ci venne resa da Odiot quale do-
vett' essere ammirato dai contemporanei di Ta-
cito nei triclini d' Ercolano nelle Terme di Tito.
Ne' due minori armadi s' allogano le posate re-
lative a' sopraccennati corredi convivali.
FIRENZE AI DEMIDOFF 403
Tutti questi armadi son coronati da ventisei vasi
del Giappone, e due piccoli struzzi in venneiL
Il vano tra le due finestre è occupato da un
mobile triangolare di noce, contenente grandi
anfore, imitazione delle anfore greche, cesellate
a figure. Venti mirabili vetri di Zurigo storiano
i balconi, con figure, paesi e monumenti, stando
qual saggio dell'antica perfezione di un'arte re-
stituitaci da Griovanni Bertini dopo tre secoli di
silenzio. In fine, due tavole ettagone antiche di
noce riccamente ornate a piccole teste umane e
stemmi, si vedono una per parte sotto le lumiere
fiamminghe.
Sala dà Pranzo
Ragion vuole che dalla sala degli argenti, pres-
soché tutti destinati al servizio ed al decoro della
mensa, s' abbia da passare in quella dove si
pranza, la quale é un ampio parallelogrammo.
Altro soffitto del Barbetti, spartito a cassettoni,
verniciato a pulimento, ornato da grand' intagli
dorati, con due superbe lumiere in bronzo. Le
due minori pareti attraggono subitamente lo
sguardo essendo intagliate sur esse, Tuna dirim-
petto all'altra, le cattedrali d'Orvieto e di Siena,
intaglio finissimo anche questo del Barbetti, dove,
per mezzo di variati colori si- raffigurano statue,
bassirilievi, fregi, ogni particolare insomma, tanto
404 FIRENZE AI DEMIDOFF
architettonico che decorativo, di que'due capola-
vori medioevali. Contemplando l'arte fina, ele-
gante, ricca, con cui son riprodotti tai monu-
menti preziosi, veniamo a sapere come i mede-
simi servono a dissimulare due armadi, in uno dei
quali si racchiude un organo che ha grande
corredo di cilindri da cambiarsi per mutar suo-
nate, conforme vogliono i commensali cangiar
d'umore o di pensieri mercè il copioso repertorio
delle melodie, nei singoli periodi del pranzo. Alle
pareti maggiori sul fondo a scagliola, brillano
per maestosa bellezza quattro tele grandi : Ti-
ziano ci rappresenta nella prima Francesco delL^
Ruvere, duca di Urbino, che tiene per la mano
un bel fanciullo ; nella seconda ci vien raffigu-
rata dal Bronzino una donna in bella età, ap-
piedo della quale si legge : « Diodora Salviati
« moglie di Bartolomeo Frescobaldi fece 52 fì-
« gliuoli non meno di tre per parto. » Le altre
due tele di pittore ignoto, ma che pur s'attribui-
scono al medesimo Bronzino, rappresentano un
uomo ed una donna, in cui credesi ravvisare
Bianca Cappello ed il suo rapitore Pietro Bona-
venturi dopo l'arrivo loro a Firenze, e prima che
fossero coperti di vergogna. La statua in argento
di Pietro il Grande su base in pietra di para-
gone, ed apposita colonna, fa parte ancora del-
l'ornamento.
La tavola meccanica da pranzo si è in mogo-
FIRENZE AI DEMIDOFF 405
gano con grande piede intagliato ; chiusa pre-
senta un diametro di due metri, e si apre fino
a contenere ottanta commensali. Girano intorno
al muro diverse altri mobili a scaffale di noce
in forme variate e di grandezze non uguali, tutti
però bellamente intagliati, destinati a posarvi
sopra tutto quanto dev'essere a mensa servito.
Su di uno vediamo un grande bacile d'argento,
nel quale raffigurasi, con cesello a sbalzo, Gio-
vanni Sobiesky liberatore di Vienna; gli stan
vicino incensiere e turiboli mirabilmente lavorati
ad eleganti trafori, da'quali la sala del convito
suol venire profumata col benzoino e col cinna-
momo.
Sala da Ballo
Al triclinio succede la sala da ballo che è la
più grande di tutte, come si può immaginare ;
resta nel centro dell'edifizio che visitiamo, e posa
sur essa la famosa cupola esternamente verni-
ciata con malachite in polvere. Dalle alte fi-
nestre scende abbondante la luce che nel basso
della sala si moltiplica per mezzo di giganteschi
specchi che girano d'intorno. Seggiole, poltrone,
canapè, nello stile dell'impero, tutto coperto di
seta gialla con rapporti di fiori tra loro intral-
ciati. La vòlta dividesi a scomparti triangolari,
dove il romano. pittore Morelli ha dipinto a fre-
406 FIRENZE AI DEMIDOFF
SCO, con rara bravura, la favola di Psiche, ricca
d'allegorie che vengono velate da voluttuosi miti.
Molto ci sarebbe da dire sulle manifestazioni vi-
vissime di tali leggiadre pitture, fra la vaga de-
corazione ad oro del Niccoli (I). Quante ana-
logie in questo tempio di Tersicore, dove s'acco-
glie il fiore della eleganza, e s'abbandona, palpi-
tante, al fascino delle grazie... Poesia sublime
della vita umana! — Sopra magnifica base di
malachita sta maestoso il busto in bronzo del-
l'imperatore Niccolò cui la Crimea fu si fune-
sta, con Sebastopoli perso nel 1855.
Sa/a Fiamminga ed Olandese
Non e' è frastuono, non e' è sfarzo d' ornamento
vicino a queste preziose tele delle due somiglianti
scuole riunite in una sola stanza : soffitto a stucchi
con rosoni a imitazione del noce lumeggiati d'oro ;
il pavimento dipinto a imitazione di quello a pal-
chetti ; tappezzeria e mobili di broccatello scuro
operato.
In questo ornamento semplice, grazioso, che
perfettamente armonizza coi dipinti, grande di-
letto si prova esaminando diciotto figurine di
(1) Il Niccoli ebbe pure da dorare l'esterno della cupola
quando il principe Paolo, riedificato il palazzo, sostituì
sulla medesima la doratura che ancora si vede all'inver-
niciatura di malachite macinata.
FIRENZE AI DEMIDOFF 407
bronzo che rappresentano costumi di vari governi
russi ; son tipi volgari, in atteggiamenti veri,
spontanei, pieni di quella vivacità gioconda che
a loro è propria. Con essi è il busto della regina
d' Inghilterra che non disturba menomamente, anzi
se avesse con se le sue care bambine, le diver-
tirebbe a passar loro in rassegna i bronzi e le
pitture.
La collezione di queste piccole tele è numerosa,
della quale il principe Anatolio Demidoff ci pre-
senta un' interessante descrizione a stampa (1) ;
noi vogliam darne i titoli, preceduti da' nomi dei
singoli autori.
Flink Govaert (1616-1660), Il Calvario.
Berghem Niccola (1624-1683), Antico j^orto di
Genova.
Kuip Alberto (1606-1664), Veduta di Dordrecht;
Detto : Bestia ìjìe.
Hemmeling Giovanni (1458-1517), Il santo Su-
dar io.
Mieris Francesco (1635-1681), La Gèìitildonria.
Potter Paolo (1625-1654), La pastura.
Teniers David, il giovane (1610-1690), Tenta-
zioni di S. Antonio.
Detto : Gesù e la donna adultera.
Detto : Colazione al prosciutto.
(1) Vedasi questa descrizione nelle miscellanee della
R. Galleria degli Ufizi.
408 FIRENZE AI DEMIDOFF
Terburg Gerardo (1608-1681), Congresso di
Mùnster.
Detto : Il Testaraento e la curiosità.
Steen Giovarmi (1636-1689), Mese nel deserto.
Hobbema (1649-1699), Una foresta.
Detto : Dintorno d Arlera.
Ruysdaél Jacopo (1635-1681), Dune di Schwe-
ningen.
Rembrandt Paolo (1606-1674), Festa di fan-
ciulle.
Detto : Ritratto di vecchia.
Metzii Gabbriello (1615-1658), Visita delV a-
raante.
Van Ostade Adriano (1610-1685), Una %)Ctrtiia
a carte.
DoAv Gerardo (1613-1680), Il maestro che tem-
pera la penna.
Weeninx F. B. (1621-1660), Natura morta ed
equipaggiamento.
Yan des Welde (1633-1707), Veduta di Ma-
rina.
Yan Ostade Isacco (1613-1671), Gran villaggio.
Rodick, // Chirurgo.
Mirevelt, Il Magistrato.
Yauvermans, Il taglio del fieno.
FIRENZE AI DEMIDOFF 409
Sala Boucher
Il pittore Francesco Boucher, contemporaneo
del nominato Greuze, ebbe un genere di pittura
assolutamente schiava della Corte di Luigi XY,
quel re che in sua vece faceva troppo regnare le
Pompadour e le Dubarry. Sotto di loro la lascivia
caratterizzò la Corte di Francia ; il cortigiano pit-
tore volle tanto illustrare coli' abile suo pennello
i costumi lascivi del re e delle due reali maitres-
ses, che non badò a scendere fino alla corruzione
dell'arte. Le sale di San Donato, dopo averci rap-
presentato in piena luce il pittore verecondo, al-
trettanto nel suo vero aspetto ci rappresentano
quello senza scrupoli : è il settecento della Fran-
cia. L' addobbo della sala Boucher è d' una squi-
sitezza indescrivibile. Stanno in giro mobili Boulle
a sghembi listati d' oro ; v' è un caminetto incro-
stato di marmi preziosi sul quale il vieux-Saxe
presentasi in quattro giganteschi vasi nei quali
Lancret pitturò medaglioni a soggetti mitologici ;
e dinanzi al camino uno di que' soliti mosaici
romani che contendono le bellezze alla pittura.
Quattro armadi a cristalli, de' piti magnifici che
dall' officine Boulle abbiano potuto uscire, conten-
gono una sì ricca, si stupenda esposizione delle
porcellane Saxe, nella quale tanto sfoggia la fan-
tasia, che per quanto siasi visto di bello e di
410 FIRENZE AI DEMIDOFF
dilettevole, difficilmente si troverà nei nostri ri-
cordi qualche cosa da poter paragonare a quello
che vediamo ; sugli armadi sovraneggiano grande
quantità d' enormi vasi sul fare di quelli che or-
nano il camino ; e sono di forme così variate, di
così differenti decorazioni, che il più pratico la
farebbe ben lunga nel darne ragguaglio.
Sala S. Donato
Questa sala rammenta le glorie locali per mezzo
del soffitto, il quale comprendendo ottantaquattro
cassettoni, altrettanti stemmi sono in essi dipinti
di gentiluomini .fiorentini chiamati nella chiesa
di S. Donato a prestar giuramento alla crociata del
1187, come si disse in principio del precedente ca-
pitolo. Le pareti son coperte da tanti quadri di seta
a striscio gialle e verdi incorniciati, e la mobilia
in damasco a disegni. E da parte un caminetto
di rosso antico, dove sono scolpiti a bassorilievo
quantità di frutti, di fiori e d'uccelli con altri ani-
mali ; gli sta sopra uno specchio in elegante cor-
nice dorata, e dinanzi allo specchio un grande
vaso giapponese avente una base in forma oblun-
ga ; nel corpo presenta un orologio, e dalla bocca
gli esce un mazzo magnifico di fiori di porcel-
lana con steli di bronzo ; questi fiori son poi co-
sparsi di variati uccelli dal canto più dolce : come
si carica V orologio, caricasi pure il mazzo (che ha
FIRENZE AI DEMIDOFF 411
il meccanismo nella base), ed un coro soave, na-
turalissimo, tra fringuelli, usignoli, canarini e
simili, ci trasporta agli arcani, ai misteri deli-
ziosi, che sono propri dei prati, dei boschetti,
dove le ninfe albergano esilarate da zeffiri. Di-
nanzi al caminetto v' è un mosaico fiorentino su
pietra di paragone che rappresenta una ghirlanda
di catalogni coi loro steli intrecciati e colle loro
foglie. I bronzi antichi s' alternano ai bronzi mo-
derni nel decorare la stanza : tra' primi accen-
niamo Prometeo fatto da Giove incatenar sul
Caucaso, e tra' secondi la statua di Fihppo II re
di Spagna, il persecutore della Riforma, il pro-
tettore dell' Inquisizione, che fu pei cattolici un
Salomone, ed un Tiberio si fu pei protestanti. I
quadri che qui ammiriamo in maestosa bellezza,
sono d' eccellenti pittori italiani antichi, come un
Ecce Homo ed una Sant' Agata di Carlo Dolci,
una Maddalena nel deserto dello Schidone, un
Festino veneto del Giorgione, le Sacre Famiglie
di Fra Bartolommeo, d' Andrea del Sarto e del.
Perugino, un Adamo ed Eva del Tintoretto, opere
tutte appartenenti a quelle che V Italia è tanto
beta di vantare per sue.
Sala delle Armi
Questa sala, prima del terzo appartamento, è
mirabile per la grande armonia del tutto assieme.
412 FIRENZE AI DBMIDOFF
Il pavimento di bello intarsio, le pareti tappezzate
in cuoio dorato a fondo scuro, magnificenza del
Medio Evo, e nel soffitto, scompartito a casset-
toni di noce, sono intercalati emblemi guerre-
schi ; vi pende una lumiera in forma di bomba
contornata d'armi a trofei, e così sono altre lam-
pade che sporgono dal muro ; a ciò s'accompagnano
le seggiole, e i finali delle finestre. Ha la sala quat-
tro porte, e ciascuna delle imposte dividesi in due
quadri ; ogni quadro presenta, in bassorilievo a
colori, torri, bastioni e castelli di variate forme.
Quattro armature complete, di forbito acciaio, ed
una quinta cesellata e rabescata in oro, paiono
persone a guardia del luogo. Nel mezzo della sala
una gran colubrina che in getto finissimo, alla
Cellini, raffigura Giove che fulmina i Titani ; que-
st' arme ha la leggenda : anno MDXXVIIIj doge
Andrea G ritti j e vuoisi che sia stata trovata nel
fondo della veneta laguna. A tutto quest' orna-
mento s' aggiunge ancora uno di que' cassoni che
nel quattrocento s' intagliavano a storie per uso
del corredo di spose opulenti, al dinanzi del quale
cassone è dipinto da mano maestra il ritorno
trionfale che fece a Firenze Razzino de' Pazzi,
dopo la gloria ottenuta in Gerusalemme, e gli
onori conferitigli dal Buglione. — In quattro gran-
di armadi son quindi distribuite le armi che alla
sala danno il nome. Nel primo armadio v' è una
stella jagatan contornata da sciabole, cangiari,
FIRENZE AI DEMIDOFF 413
pistole con manichi e foderi dorati, o gemmati, di
forme diverse e di varie dimensioni, come jDure
trofei d' armi orientali di minor mole, fra cui sta
il pugnale di Talma ed il coltello da caccia di
Tippo-Saib ; nel secondo armadio vi sono oggetti
più preziosi : uno scudo, un collare, un pettorale,
che si vogliono lavori del medesimo Cellini, ce-
sellati a figure in oro su fondo d' acciaio, corazze
damascate, spadoni, stocchi, ogni specie d' arme
italiana de' secoli di mezzo, e il bastone da ma-
resciallo di Francia che appartenne al duca di
Lussemburgo ; nel terzo, armi scozzesi claimore,
corni da caccia, archi, balestre, fucili cui servono
i topazi da turacciolo, e borchie fatte pure di to-
pazio ; nel quarto armi spagnole, come coltelli
catalani, stiletti, banderille per irritare i tori, e
spade per combatterli^ ed archibugi del tempo di
Colombo.
Salone della malachite — Medaglie russe
Sei quadri francesi moderni.
L'addobbo di questo salone ci riconduce al tempo
dell'impero: il soffitto è a stucchi dorati, e quat-
tro candelabri a bassorilievo ne formano la cro-
ciera ; in ciascuno dei quattro scompartimenti
sono rosoni e borchie pure di stucchi ; e fra que-
sta decorazione s'apre nel centro una lanterna o-
blunga, intorno alla quale s'appendono due lu-
miere fiamminghe.
414 FIRENZE AI DEMIDOFF
La ricchezza, l'abbondanza di malachite fra cui
ci aggiriamo è tale, quale giammai fra noi si può
rinvenire altrove. Cominciamo da un camino, su
cui s'alza uno specchio colla cornice rococò, e
dinanzi allo specchio due candelabri di bronzo
dello stesso stile, fra'quali un orologio che rap-
presenta sopra un masso di malachite, la fontana
degli amori, tratta da Fragonard, scolpita in ar-
gento e bronzo dorato, e coronata dalla statua del
tempo ; questo camino viene fiancheggiato da
due giganteschi vasi pure di malachite ed ha di-
nanzi una pedana con mosaico romano raffigu-
rante un trofeo superbo di armi ; poco discosto al
camino, ecco di malachite uno stipo colle imposte
che rappresentano sul fondo verde dei gruppi e
dei mazzi di fiori in pietre dure e gemme, il tutto
d'una perfezione di forme e di colori da credersi
naturali piuttosto che lavorati; una tazza colos-
sale (sei metri di giro) con appropriato piedistallo
e vaso alto due metri su cui posa una lumiera ;
una scrivania a commesso con lapislazzuli, e me-
daglioni di pietre dure; due tavole tonde, con
sopra ninfe danzanti scolpite in marmo bianco ;
poltrone, seggiole, con sostegni ed appoggi ; un
pezzo massiccio alto trenta centimetri, foggiato
a vaso, al quale s'accompagna, identico di forma
e di mole, un altro vaso di lapislazzuli similmente
massiccio ; ne a tutti questi oggetti si limita lo
sfoggio della malachite in questa stanza, poiché
negli sporti e dovunque ne è incrostata.
FIRENZE AI DEMIDOFF 415
Sulle tavole gran lusso di bronzi Barye coi
quali si rappresentano cacce indiane di elefanti,
di tigri, di leoni, e cacce nordiche di lupi, d'orsi,
di cervi, tutto esprimente colla massima verità e
perfezione gli scontri e le peripezie di quei pe-
ricolosi diporti. Di bronzo vi sono ancora due
Mercuri e due Ehi di grandezza press'a poco na-
turale, che sorreggono, con un braccio alzato, dei
candelabri coronati da sfere di cristallo destiaato a
contenere le fiammelle per uso dell'illuminazione
a giorno. In due tavole coperte di cristallo, si
contengono una collezione di medaglie russe
dallo czar terribile, Ivan IV, sino al virtuoso im-
peratore Niccolò, ed una collezione d'ottantasei ta-
bacchiere tutte in preziose materie. Quattro cassoni
come quello che abbiamo veduto nella sala delle ar-
mi, cioè intagliati nel quattrocento per contenere il
corredo di ricche spose, e raffiguranti cerimonie
nuziali 0 biblici festeggiamenti, non disdicono
punto qui fra tante ricchezze della natin^a e tanta
magnificenza dell'arte ; ed aflSnchè meglio com-
peggi l'arte sulle naturali bellezze, vengono pure
in appoggio sette tele prodigiose del nostro tempo.
È già palese come il principe Anatolio Demidoff
per formare questa sua rara galleria, acquistasse
a Parigi le migliori produzioni dell'arte pittorica
circa il 1840 (1), e che a tutti gl'ingegni francesi
(1) V. prima parte, Cap. VI, pag. 100.
416 FIRENZE AI DEMIDOFF
più eletti d'allora ordinasse de' quadri a suo pia-
cimento. Evidentemente intendeva di mostrarci
con tai dipinti a S. Donato l'ottocento della Francia,
dopo averci mostrato il settecento con Greuze e
con Boucher. In questo salone cominciamo ad a-
vere sette di questi quadri moderni che siamo
lietissimi d'ammirare come s'ammirano i capola-
vori ; V Giovanna Graìj da Paolo Delaroche rap-
presentata sul patibolo dove la spinsero innocente
i pochi giorni che fu fatta regnare in Inghilterra ;
2^ Francesca da Rimini di Ary Scheffer; 3'' il Nau-
frago di Goudin ; 4"" la Morte di Niccolò Bussino
di Granet ; 5" Pietro il Grande mentre lavora al
bastimento S. Pietro nel cantiere di Saardam (1)
dipinto da Steuben; 6'' e 7" paesaggi di Marilhot
e di Cabal, opere tutte in apposite cornici espres-
samente intagliate, e decorate riccamente di
proprie allegorie. (2).
Sala deg/i Avori e Pitture Spagnuole .
Soffitto bianco con rapporti rabescati in legno
dorato, cui pende dal centro una lumiera fiam-
minga ; pareti coperte di broccato ; seggiole d'e-
bano decorate a medaorlioni d' avorio in rilievo.
(1) Ivi Gap. I, pag. 8.
(2) La collezione di preziose tele moderne, continuerà
nell'ultima sala
FIRENZE AI DEMIDOFF 417
Girano iutonio molti di qiie' vasi asiatici di co-
lore verdognolo clie si chiamano céladons, chia-
riti g'enuini dalla rete di tenui screpolature im-
possibili ad essere imitate ; da parte un camino
di verde antico, nel mezzo alcuni armadi alti
che servono da leggio, e che contengono album
grandiosi dei disegni di paesi e di costumi che
furono raccolti ne' viaggi del principe Anatolio
Demidoff in Russia ed in Ispagna (1), acquarel-
lati da Raffet e da altri valenti artisti.
Gli avori qui sono in abbondanza ragguarde-
vole; ed attraggono subito l'attenzione due grandi
Crocifissi, uno scolpito da Giambologna, e l'altro
più antico. In uno stipo d'ebano intarsiato d'avorio
ed opale, s' ammirano in bella moltitudine i bassiri-
lievi, i vasi e gli utensili d'avorio ; ed in un secondo
stipo si raccolgono microscopiche miniature guar-
nite di smalti e d' opale. L' orefice e scultore pa-
rigino Francesco Froment-Meurice, morto nel
1855, ci prova luminosamente la sua grande a-
bilità in due capolavori d'avorio che in questa
sala si presentano in apposite nicchie. Rappre-
senta il primo la nascita di Venere con accom-
pagnamento di nereidi, di tritoni e di mostri ma-
rini ; il secondo gruppo componesi d'una baccante e
d'un satiro che danzano la cordace il ballo lascivo
della commedia greca ; per questi gruppi fece l'ar-
(1) Ivi, Gap. VI, pagg. 91-97.
FIRKNZE AI DEMIDOFF 27
418 FIRENZE AI DEMIDOFF
tista rappezzamenti ingegnosamente inavvertibili
neir avorio, e l'inalzò alle proporzioni del marmo,
mentre per dare risalto al suo candore pose a
contribuzione il luccicare del corallo ; così per-
venne a far prodigi di morbidezza e d' eleganza
oltre quelli di superare difficoltà grandissime.
Le pitture spagnuole appartengono a quattro
grandi maestri, settecentisti come Murillo (San-
t'Antonio col Bambino in braccio, una fanciulla
con un paniere di piccioni, e il proprio ritì'atto),
Ribera (il martirio di S. Lorenzo e quello di S.
Bartolommeo), Velasquez (il re Filippo IV), e Zur-
baran (S. Francesco d' Assisi).
Sala Luca Giordano — Salotto Arabo
La stanza che segue alla spagnuola è intitolata
Luca Giordano dal meraviglioso frescante di questo
nome che alle qualità eccellenti delle sue pitture,
come la briosa composizione, e l'intonazione vi-
brata ed armoniosa di colore, aggiunse tal rapi-
dità neir eseguire e tale facilità nell' imitare le
altrui maniere, che meritò il soprannome di Luca
fa' presto, e quello di Proteo della pittura. Nacque
a Napoli nel 1632, morì nel 170L
Nella sala del suo nome a San Donato vedonsi
quattro stipi incrostati d'ebano e tartaruga, su
piedi riccamente intagliati a soggetti, che hanno le
cassette colle formelle di cristallo; dipinse Luca
FIRENZE AI DEMIDOFF 419
tutti questi cristalli a tempera, dal di dentro,
rappresentando con due stipi le metamorfosi d'O-
vidio, e cogli altri due rappresentò fatti della
Storia Sacra, pitture in cui alla bravura del pen-
nello s'accompagna la maggior dovizia d'imma-
ginazione.
Nel salotto arabo, dal pavimento al soffitto tutto
è di pretto gusto moresco come al secolo dei Califfi :
finestre con vetri colorati, tende e divani di ricca
stoffa damascata, tavole intarsiate di madreperla,
e sulle tavole grande mostra di vassoi, di mar-
rocchini ; finisce tale addobbo una bellissima lu-
miera in legno dorato, dello stile, fatta da Pietro
Chetoni.
Sa/a de' Mosaici, Carnei e Pitture Teciesciie.
Col salotto arabo termina il terzo appartamento,
percui bisogna tornare addietro sino alla sala
delle armi che mette alla prima stanza del quarto.
È in questa sala il soffitto pitturato a soggetti
di caccia, e scendono dal medesimo due lumiere
fiamminghe di bronzo inargentato ; le pareti son
rivestite di cuoi che in rilievo presentano uccelli
fiori e frutti. Magnifica mostra fan qui tredici
mosaici romani, fattura del famos o Barbieri, rap-
presentanti altrettante vedute di Roma, che paiono
vere pitture di pennelli maestri. Un bel mobile
di noce fatto ad ottangolare leggio, coperto in
420 FIRENZE AI DEMIDOFF 'V^
alto da cristalli, contiene un' esposizione preziosa
d'antichi carnei, che soggiaciuti a guasti ed a mu-
tilazioni, vennero restaurati in oro, mercè incavi
0 rilievi, secondo la convessità, o la concavità
de'pezzi mancanti, restaurazione tanto ingegno-
samente, e maestrevolmente operata, che ne au-
menta il pregio e ne fa raddoppiare l'ammirazione.
Sotto si rara mostra girano intorno fasce dello
stesso noce, nelle quali sono otto bassorilievi d'ar-
gento che rappresentano, con insuperbii finitezza
di minuto lavoro, altrettanti fatti della Passione,
e sedici smalti di Limoges ch'esprimono, con stu-
penda vivacità e delicatezza, altrettanti fatti del-
l'Eneide. Due grandi ovali di Van Eyck, raffigu-
ranti la storia di Giuseppe Ebreo, ed una De-
posizione dalla Croce di Alberto Durerò, sono le
tavole importanti dell'antica scuola tedesca e fiam-
minga da vedersi in questa stanza.
Sala delle Statue.
A tout selgneui' tout honneur : Antonio Canova
si presenta per il primo, che, appena entrati nella
sala, siamo dinanzi alla bellissima statua sedente
colla quale ci rafìfigura al naturale Madama Le-
tizia RamoliìiOj madre del grande Napoleone.
Vicino air opera maestosa di Canova, ve ne
son due di Lorenzo Bartolini, il di lui degno
successore, cioè il gruppo principale del monu-
FIRENZE AI DEMIDOFF 421
mento Demidoff, di cui già più d' una volta si è
dovuto far parola, ed una tavola dove da quel
vero maestro che fu, raffigura collo zodiaco il
mondo, e nel mondo T Amore che vigila il genio
deir opulenza addormentato uh)' la co sul genio
del sapere. Seguono poi :
Una Baccante giacente cui sta presso un sa-
tiro che la guarda con sorriso osceno, opera di
Pradier ;
La p7mna culla, di Bay, cioè Caino ed Abele
bambini che dormono in grembo ad Eva ;
La Schiava, V Enfant à la coquille e il Pesca-
tore di Powers ;
La Pescatrice, di Tadolini ;
VInverno e Y Autunno, simboleggiati dal Frec-
cia in due bambini ;
FAisa Baciocchi, che fu granduchessa di To-
scana, scolpita fanciulletta da Canova;
La Duchessa di Leuchtenherg, sedente, di Te-
nerani ;
Tre busti ; Voltaire di Pigalle, Arago di Davide
D' Angers, e Humboldt di Ranch ;
Cristo alla colonna, minore del vero, del Ber-
nino ;
La Cuccagna degli amori, grande gruppo, del
Manfredi ni ;
Sedici busti raffiguranti diversi principi della
casa imperiale di Russia, i genitori e i nonni del
principe Anatolio Demidoff, il conte Fossombroni
422 FIRENZE AI DEMIDOFF
che fu amico di suo padre, e la principessa
Paolina Bonaparte ne' Borghesi, quest'ultimo scol-
pito da Canova, e gli altri tutti d'ottimi artisti,
non escluso il Bartolini ;
Due gruppi al naturale di Lechène, il primo
raffigurante un cane magnifico di Terranova che
salva un bambino dal morso d' un serpe, nel se-
condo il bambino che neh' effusione della ricono-
scenza abbraccia il cane liberatore ;
Una Baccante, supina, di Flessinger ;
Una Santa Elisabetta di Turingia, di mada-
migella Fauveaux.
Galleria Moderna Francese.
Dalla sala delle statue passiamo a quella gal-
leria dove si seguita l' importante collezione dei
moderni quadri francesi : è 1' ultima sala dei su-
periori appartamenti. Vi s' entra per una porta
a due battenti in malachite, del qual minerale ha
pure il frontone, ornato il tutto con bronzi dorati ;
il soffitto è a pulimento, con tre lanterne deco-
rate a dorature, 'e a pulimento son pure le pa-
reti ; le sedie, le poltrone, i canapè, tutto nello
stile dell' impero, coperto in broccatello di colore
rubino. Cinque tavole a consolle sagomate in i-
stile rococò con piano di marmo bianco.
Veniamo ai quadri, e ripetiamo primieramente
il nome di Delaroche, dinanzi alle sue due tele
FIRENZE AI DEMIDOFF
423
che raffigurano Lord Stra/ford condotto al sup-
plizio, e Cromioell che guarda Carlo I, la sua
vittima, nella cassa; viene per secondo il Dela-
roche che raffigura Carlo V monaco. Colombo
lilla Rabida, Colombo reduce dall'America; Tony
lohannot ha la AJorte di Dii Guesclin, uno de' più
generosi eroi francesi del secolo decimoquarto;
d' Ingres vediamo Stratonice, la bella principessa
greca ; di Bonnington e' è Enrico IV che si tra-
stulla coi figliuoli ; di Gallet il Duca d'Alba, ed
Arte e libertà eh' ei rappresenta con un suona-
tore ambulante del napoletano ; di Marilhot una
Moschea; di Frery la Mietitrice; di Troyon la
Pollatola; d' Isabey una Ventata sulle coste di
S. Malo; di Roberto FJeury Michelangiolo che
assiste il suo garzone malato; di Leopoldo Ro-
Jjert rinfiorata di Genzano ; di Decamps i Cani
e i cacciatoi-i; di Meissonnier un Porta Bandiera;
di Flandrin una Spagnuola alla finestra ; d'Orazio
Vernet il Socialismo e colèi'a ; di Demarne diversi
})aesaggi e soggetti di caccia. A tutte queste tele
illustri della prima metà del secolo nostro, s'ag-
giungono le seguenti antiche non francesi: Corinna
poetessa greca, di Gerardo Dow ; una Venere e
la Santa Cena di Tiziano ; la Maddalena del Ci-
goli, e V Interno d'un chiostro di Rubens.
424 FIRENZE AI DEMIDOFP
Cappella Russa — Cappella Cattolica.
Le sale che sono accessibili al visitatore nel
palazzo di S. Donato le abbiamo percorse, ma non
ancora è finito di aggirarsi fra le magnificenze
di questa nobilissima abitazione. Dalla galleria
francese moderna bisogna retrocedere sino alla
sala dei mosaici^ per cui passasi allo scalone a
quattro branche, sceso il quale è V atrio, ampio
ed elegante, del principale ingresso. Neil' inter-
colonnio centrale dell'atrio, si presenta il modello
del monumento che per Niccolò Demidoff scolpi,
in tutte le sue parti, il Bartolini.
Dalla sinistra dell'atrio stesso è la cappella russa
di forma parallelogramma, la cui porta, scolpita
dal Barbetti, e premiata all'esposizione di Firenze
nel 1861, imita egregiamente la porta di bronzo
del nostro Battistero fatta dal Ghiberti, con venti-
quattro scomparti a bassorilievo, cogli stessi qua-
dri del testamento vecchio e nuovo, e le due
fasce d'ornamento ricorrenti attorno. Il pavi-
mento della Cappella è lucido di legno intar-
siato, il soffitto similmente di legno a ricco in-
taglio, distribuito a cassettoni. Nelle pareti sono
dipinti, da artisti moscoviti, molti santi in piedi
per lo piiì vescovi, con parati pontificali. A due ter-
zi della Cappella è posta una grata dorata, fitta
ed alta, nel mezzo della quale una porta dà l'ac-
FIRENZE AI DEMIDOFF 425
cesso al Sancta Sanctorum coll'altare dove si ce-
lebra la messa e gli altri riti, e che prende la
luce da una finestra interna coi vetri colorati.
Usciti dal peristilio del palazzo s'attraversa il
piazzale, per andare alla Cappella cattolica, che
é pure in forma di parallelogrammo. È semplice
ma d'una semplicità che piace. Vi sono tre altari
con tavole ; la tavola dell'aitar maggiore, in i-
splendida cornice, è una delle piìi belle tele del
Crivelli veneziano, divisa in tre ripiani a dodici
scomparti ne'quali campeggiano altrettanti Santi,
e in mezzo la Madonna col Bambino.
Sa/a chinese — Serre — Sa/a indiana.
Un elegante passaggio con vetri colorati con-
duce dalla cappella cattolica alla sala chinese,
una vera sala mandarinesca in pieno Celeste Im-
pero, tappezzata con quelle figure trapuntate di
scorza d'albero a variati colori sopra l'imbottitura
colla loro lunga coda scendente dal cocuzzolo del
capo raso come l'avorio ; fra' tappeti dalle figure
imbottite, vediamo quadri con pagode, case, chio-
schi, tutte pitture belle solamente perchè sono
chinesi ; diverse tavole, come pure alcuni armadi,
contengono bronzi e porcellane, bella varietà di
braciere, di profumiere, ma più che altro grande
étalage di figure goff'e, tarpane, stupide, ciò che
i francesi chiamano magots de la Chine.
426 FIRENZE AI DEMIDOFF
Transitiam quindi per le serre, formate da va-
sti corridoi e padiglioni di cristallo, che si di-
lungano in bel tratto mantenendo continua in
tutto l'anno la sola stagione estiva a'cui favori
son riparati e custoditi tutti gli alberi piìi rari,
gli arbusti pii^i bizzarri, i fiori più speciosi delle
zone tropicali, epperciò gli ananassi ed i banani
maturati tentano il palato, accanto agli sbocciati
garofani ed ai fusti di cannella che l'olfato gusta
con suo beneplacito e discrezione ; e perchè an-
che l'udito abbia la sua parte di sollazzo in questa
dehziosa e magica flora, s'accordano le mirabili
fontane circostanti, ornate di statue squisite, a
mormorar flebili canzoni coi loro zampilli.
Entriamo finalmente in India, cioè nella sala
indiana, e fra'curiosi mobili di legno rosso, sedia-
moci pure un po' per osservare più comodamente
la curiosità de'vasi, de'tappeti e quanto altro.
Ripreso lena potrà il dilettante delle razze ca-
valline recarsi, non senza soddisfazione, non senza
suo gran diporto, all'ippodromo, e noi frattanto an-
deremo a respirare l'aura dolce, imbalsamata dei
vaghissimi giardini, riepilogando quanto di bello,
di straordinariamente magnifico abbiamo veduto
nella villa dei Demidoff principi di San Donato, i
Benefattóri Grandi di Firenze.
FINE DEL LIBRO.
INDICE DEI CAPITOLI
PARTE PRIMA
Capitolo I
Il primo Demidotf. Pag. 5
Capitolo II
I figli di Nikita Demidotf '> 24
Capitolo III
Procopio Demidoii » 35
Capitolo IT
Paolo Gregorio violi » -i^
Capitolo Y
II Commendatore Xiccola Demidoff .... » 50
Capitolo VI
Anatolio Demidoff Principe di San Donato . » 67
Capitolo VII
Paolo Demidoff Principe di San Donato. . . » 111
Capitolo VII!
Solenne trasporto della salma del Principe Paolo
Demidoff" di San Donato da Pratolino CFirenze;
a Taghil (Siberia) » 144
Capitolo IX
DaPerm a Taghil — I monti Tirali: loro posizione
geografica e fisica, loro ricchezze minerali —
Taghil : Miniere e Fonderie della Famiglia De-
midoff, Possessi e Stabilimenti della medesima
Famiglia » 17^
428 FIRENZE AI DEMIDOFF
PARTE SECONDA
Capitolo I
Cenni starici su Pratolino — Quando e come scom-
parvero le opere meravigliose del R. Parco Pag. 199
Capitolo II
L'antico Pratolino riedificato a penna : fabbriche
ed ornamenti dal 1569 sino ai nostri tempi » 223
Capitolo III
Cenni storici, sulle cave dei marmi di Seravezza —
Michelangiolo e la facciata di S. Lorenzo — Come
le prime scavazioni dei detti marmi servissero
alla ricchezza delle opere d'arte che a Pratolino
destarono l'universale ammirazione. ... » 277
Capitolo IV
Ferdinando de' Medici Grranpi'incipe di Toscana
e il Teatro di Pratolino » 292
Capitolo V
Note biografiche d' alcuni principali artefici che
operarono a Pratolino » 311)
Capitolo VI
Pratolino acquistato dal Principe Paolo Demidoff
di San Donato * 367
Capitolo VII
Cenni storici sul Monastero di S. Donato — Cenni
storici suir Arte della Seta in Firenze — Seti-
fìcio e prosperità di che i Demidoff si r(;.cro
benemeriti a San Donato » 381
Capitolo VIII
Descrizione delle Gallerie di San Donato . . » 393
SOTTOSCRITTORI
ALLA PRESENTE OPERA
Accarisi Giuseppe
Affortunatì Rev. Antonio
Alinari Giuseppe
Anghinelli Anselmo
Barbetti Prof. Rinaldo e Raffaello
Barbini Dott. Vincenzo
Barellai Francesco
Bastogl Conte Giov. Angiolo
Bembaron Prof. Alfredo
Bencinì Raffaello
Biagì Gabbriello
Bini-Smaghi Conte Lorenzo
Bonafalce Bartolommeo
Boncinelli Telemaco
Borgnini Comm. Secondo
Brogi Carlo
Buonamici Prof. Enrico
Calosci Prof. Arturo
Cambi Enrico
Campani Arturo
Carpi Cav. Avv. Arturo
Carrega-Bertoiinì Principe Andrea
Cattani e Hagen (Success. Montabone
Ceccherelli Prof. Guerrino
Cecclli Ing. Adolfo
Cecchi Adriano
Cecchi Luigi
Cecconi Alberto
Caramelli Ing. Dott. Enrico
Cheloni Angiolo
Ciampolini Vincenzo
Ciapini Massimo
Ciatti Maggiore Enrico
Conti -Mons. Sinib. Priore di S.Niccolò
Conti Cav. Prof. Giacomo
Coppini Gaetano
Corsi-Salviati March. Bardo
Corsi Attilio
Corsini Principe Don Tommaso
Corsini Cav. Luigi
Cortesi Cav. Prof. Francesco
De Betsky Giovanni
Del Bene Prof. Pio
Dal Moro Comm. Arch. Luigi
Del Nobolo e C.o (Bronzisti)
De Matteis Cav. Prof. Ulisse
Dezon Suor Maria
Oigerini-Nuti Conte Agostino
Digerini-Nuti Contessa Marianna
Direzione delle RR. Gallerie e Musei
di Firenze
Fabbri Ing. Giuseppe
Fachinetti Luigi
Faldi Prof. Ing. Pasquale
Faldi Arturo
Fenzi Cav. Sebastiano
Ferri Nerino
Fontebuoni Guglielmo
Foresi Agape
Formigli Ing. Oreste
Formigli Can. B. Pr.re di S. Ambrogio
Forni Raffaello
Fortini Ing. Prof, Cesare
Fransoni March. Neri
Fusi Arch. Luigi
Caiani Cav. Prof Esisto
SOTTOSCRITTORI
Sargaruti Cav. Massimiliano
Gargaruti Ing. Giuseppe
iSargioin Desiderio
iSennaioli Prof. Leopoldo
Gentile Cav. Carlo
GePinl March. Antonio
Gordìgìani Cav. Prof. Michele
Cori Luigi
Grazzini Cav. Ing. Angiolo
Grazzìni Goffredo
Guasti Comm. Cesare
Guldotti Dario
Janstti Padre e Figli
Landi Cav. Emilio
Lanna Diagio
Lastrucci Prof. Vincenzo
Leader-Tempie Comm. Giovanni
Lecchini Avv. Adolfo
Letli Ing. Tito
Levi Darono Giorgio
Levitsky "Valdimiro
Lucarini Attilio
Lucchesi Cav. Prof. Urbano
Mancini Emilio
Marchesini Cav. Eugenio
Martinetti Prof. Giacomo
Massahi Cav. Prof. Pompeo
fratte! Francesco
Cazzanti Ing. Riccardo
Mazzoli Cesare
Melchior Cav. Alessandro
Miliottì Adolfo
Modena Alfredo
Modigliani Comm. Angiolo
Morosi Prof. D. Dario
Morosi Cesare
Muzzioii Cav. Prof. Giovanni
Niccolai Astolfo
IMIccòli Fratelli
Norfini Prof. Giuseppe
Occhini Luigi
Pallotti Giovanni
Panzani Raffaello
Rapini Rag. Alessandro
Parenti Sacerd. Alessandro
Passagiia Cav. Prof. Augusto
Pelissi Paolo
Petessi Sisto
Piccardi Cav. Giov. Battista
Picchi Andrea
Piccinelli Avv. Ferdinando
Piovani Michele
Pucci Carlo
Rebecchi Francesco
Rìhlòt Augusto
Ricci Fratelli
Ristori Can. G. B. Pr.ie di SS. Apostoli
Rivalta Carlotta
Rogai Angiolo
Romanelli Raffaello
Romanelli Ferdinando
Rossi Cav. Prof. Egisto
Sacconi Filippo
Sacconi Anatolio
Saltini Ing. Giulio
Sani Cav. Giovanni
Sani Alessandro
Sbolci Cav. Prof. lefte
Scampoli Emilio
Scarselli Laudino
Sestini Alamanno
Skouratovitch Antonio
Sodini Prof, Dante
Spighi Ing. Cesare
Stacchini Giuseppe
Tofanari Vincenzo
Tommasi Dott. Tommaso
Tommasi Adolfo
Torelli lefte
Torrigiani March. Piero
Tortoli Cav. Giovanni
Ussi Comm. Prof. Stefano
Vantini Cav. Ing. Giovanni
Volterra Gustavo
Zannoni Cav. Ing. Augusto
Zocchi Prof. Cesare
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University of California Library
Los Angeles
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Los Angeles
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